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mercoledì 12 maggio 2010

2 recensioni a Sto consumando l'ultima casa


Orio Zaccaria  su   La  Nuova Tribuna  Letteraria,  maggio  2010   

Né di mestizie nè tantomeno di lamentazioni si vestono queste liriche di Franca Fabbri. Eppure Sto consumando l'ultima casa è una silloge nella quale personaggio fondamentale è la morte. Che, notoriamente, è evento definitivo e senza scampo; qualcosa di ineluttabile che ci segue pervicacemente come un'ombra sin dalla nascita. Quindi – sembra dirsi l'autrice – tanto vale accettarla quanto una qualsiasi compagna di viaggio. Silenziosa, certo, ma comunque in grado di lasciarci qualche saggio inequivocabile avvertimento. Magari quando “passeggia lungo i corridoi / degli ospedali”.
La raccolta è divisa in due parti. Nelle quali l'autrice mostra altrettanti modi di porsi di fronte alla morte. L'avvenimento è sempre lo stesso, ma visto con ottiche diverse. E la scelta non è casuale, anzi. Perché la “signora in nero” non la si vede quasi mai con lo stesso abito. Nella prima parte essa è trattata infatti con una certa levità, quasi con riguardo, a volte anche con un tocco di arguzia: “Spesso il nome del morto / passa / di bocca in bocca più che durante / la vita”. Talora il piglio può assumere toni pungenti, senza però mai cadere nella presa di posizione violenta. È il caso dei Comunicati per Eluana nei quali alla Englaro, per una serie infinita di dispute etichettate come ideologiche, “è stato concesso di morire più volte”.
Nella parte seconda l'autrice ha un approccio molto più personale con la morte, approccio che si fa esplicito e tangibile come mai prima. I defunti, ora, hanno un nome e un volto. E perfino un luogo dove possono idealmente tornare a mostrarsi. È “la stanzina dei morti” ubicata, già da tempo ormai, nella vecchia casa, quella che Franca Fabbri sta inesorabilmente consumando. Un luogo solo suo. Dove può “riparlare” con le persone che ha amato e che tuttora ama, come se fossero ancora vive e presenti. Dove, dichiara, “Ogni giorno / recito le prove / della mia morte, / ma il gran finale / è sempre / della  vita”.
Morte e vita si rincorrono nel circuito esistenziale, avvicendandosi senza soluzione di continuità. E la francescana  “sorella morte corporale” può, in fondo, non esser temuta più di tanto. Come ha esemplarmente imparato a fare l'autrice di questo libro.


*****

Chiamami Città - Rimini - 5 maggio 2010 

Franca Fabbri presenta "Sto consumando l'ultima casa "
SULLA SOGLIA, ANCORA POESIA"

Il 15 maggio a San Marino

di Lorella Barlaam

Sto consumando l'ultima casa scrive Franca Fabbri, nella plaquette con questo titolo appena uscita da Fara Editore. E continua: “Dopo, una fresca pittura mi cancellerà”. Nel libro la poetessa-scrittrice riminese affida alla consueta tessitura di versi lievi e ironici un senso grave, che li rende profondi serbandone la trasperenza. È la morte che affronta. Che non è una sola. Sono mille le impercettibili morti nel nostro quotidiano, dalla fine degli amori ai traslochi agli addii. C'è la morte di cui facciamo esperienza, la morte degli altri, cerimonia rito strazio spettacolo solitudine interrogativo. Mentre la Morte, la propria, è l'autentico, inconoscibile e indicibile. Si può sospettarne l'essenza d'istantanea cesura, lo “svegliarsi / al cadere di una foglia”, ma resta affidata all'immaginazione: un'epifania. I versi della prima parte di Sto consumando l'ultima casa appartengono al lato più “esterno” della morte, quello rivolto a chi resta. Su questa soglia, Franca Fabbri sgrana il suo rosario di piccole e grandi morti, pubbliche e private. Poi la attraversa. La citazione di Giovanni Pascoli che introduce la parte seconda non a caso è La buona novella, possibilità di rinascita sempre presente, seme luminoso. E la morte forse è allora un Ritornare, come nei versi scritti in morte del fratello, estremo rito funebre, formula di liberazione che scioglie dal vincolo del passato e del futuro e consegna a quel presente che è l'eternità.
Il libro, in vendita nella libreria Luisè di Rimini, sarà presentato presso il Centro Sociale Dogana di San Marino, In Piazza Tini, sabato 15 maggio, alle ore 17.
Per l'occasione, Franca Fabbri inaugurerà la Mostra di Pittura di Mirna Guiducci, che resterà aperta dal 15 al 28 maggio (dalle ore 9,30 alle 12,30 - dalle 16,30 alle 18) sempre presso il Centro Sociale.

giovedì 9 gennaio 2014

Recensioni e segnalazioni relative a Ore di luce strangolate da clessidre

vedi il sito dell'autrice www.francafabbri.com

e la scheda del libro

 
 
L'autrice Franca Fabbri
 
http://www.faraeditore.it/html/siacosache/orestrangolate.html
 
Distesa su un letto di farfari / ascolto i bramìti d’amore, / i versi e i sussurri / di orgasmi silvestri. // Dalla gravida terra, / su mani devote, / attendo il parto dell’acqua.

L’apparente bonomia delle poesie di questa raccolta cela una stimolante, sensuale inquietudine: la vita, con i suoi evidenti chiaroscuri, viene vagliata con sguardo sapiente, con il timore e la libertà che caratterizzano la condizione umana e la sua imprescindibile dimensione del tempo, quella che ci rende responsabili di ogni gesto, parola, pensiero. Sì, la linea sempre faticosa, a volte schiacciante, altre volte felice e soprendente come un atto d’amore o un paesaggio sublime à la Friedrich; il tempo, appunto, che attimo dopo attimo segna il corso del nostro cammino, questa successioni di momenti preziosi e terribili è aperta alla luce (anche metafisica) nella consapevolezza di dover comunque sempre fare i conti con quelle limitazioni (nostre e altrui), con quei nodi che ciascuno di noi è chiamato ad affrontare, se non vuole correre il rischio di strangolare sé stesso e anche il prossimo che potremmo aiutare. Come osserva Marcello Tosi nella sua empatica Prefazione, in Franca Fabbri “la paura diventa speranza e la voglia d’infi nito devota meraviglia”.
Alessandro Ramberti

Versi sul tempo di Marcello Tosi
Sonno, sogno, specchio, sguardo analiticamente rivolto a guardare, a scrutare dentro di sé, con metodica precisione e attenzione, è divenuta negli anni la poesia di Franca Fabbri. Il meditare versi sul tempo, sulle stagioni della vita, sulla morte, il suo raccontare fatto di sogno e di evasione si è fatto dissolvenza, apparizione di un labirinto del mondo e del male, da cui cercare salvamento nel sogno stesso: “Di sonno mi nutro, / è pane / (…) nel sogno mi specchio, / c’è l’analista / mangio, bevo / e dissolvendomi / scompaio”. Un poetare che appare come il racconto di un perenne agitarsi tra sofferenze vissute, con un lutto nello sguardo da cui potersi finalmente liberare, per librarsi, come conferma l’analista: nel volo cerchi la luce, il respiro libero, senza il peso del mondo. È sempre presente il senso, il sentimento della casa, dell’ovattato silenzio rotto solo da un suono familiare ed evocatore di altre storie (“Quando al pianoforte /suona il Dottor Živago, / io divento / Lara… / Natascia... /Anna Karenina…”). Il sogno e il mistero continuano quindi a trovare il loro riparo nella certezza e nella bellezza del quotidiano. Sono le Voci dimenticate, i ricordi, gli echi contrastanti dentro di noi: il gelo dell’inverno e il tepore della casa, il suono delle campane e le voci dei morti. Per questo Franca Fabbri ama descrivere le lontananze, il magico, il mistero, gli angoli nascosti della casa e dell’anima. Ricordi, nostalgie, cose antiche (e amiche) sono come racchiuse dentro “scatole di cartone / (…) / Ne apri qualcuna, /
non sai il perché, / e la cosa esce, / rivelata”.
Vecchi motivi in cui è racchiusa ogni storia ed esperienza. Impressionistica, appassionata contemplazione del reale, oracolo e mistero che diventa parola (Delfi). Sogni, segreti, paure, da cui nascono “storie, /poesie, romanzi”, come ripercorrendo altre stanze della casa, popolate di misteriose presenze e dell’inquieta necessità di evadere: “Prendi la zattera, / cerca il vento, / esplora, conosci, sogna, / scopri l’origine e la fine” (L’avventura). Sembra di riascoltare ciò che scriveva Louis-Auguste Blanqui (L’éternité par les astres, 1872):
Quello che ho scritto in questo momento nella mia cella, l’ho scritto e lo scriverò per l’eternità, sullo stesso tavolo, con la stessa penna… Tutte queste terre sprofondano, una dopo l’altra, nelle fiamme che le rinnovano, per rinascere e sprofondare ancora, scorrimento monotono di una clessidra che si gira e svuota eternamente da sola.
Il disegno interiore, l’insistita presenza, quasi come in un emblema, dei segni del tempo da decifrare, della ricerca di un’armonia vista come possibile, perché già intravista come in un sogno, la vita fatta di memorie poetiche di Franca Fabbri appaiono come un cammino di luce verso l’esterno. In essa la dimensione del ricordo porta a riconoscere il silenzio come rifugio. Muovendo con gioioso candore e amore per la vita, alla ricerca del senso e dell’origine delle cose, tra paure e attese, i suoi sogni sono comunque vissuti con fede e amore. Le sue poesie, pascolianamente volutamente dimesse, sono autentiche, germogliano da gesti e vita quotidiana: il silenzio della casa, il mare, le stagioni, vecchie soffitte. Nei suoi versi si rincorrono associazioni, stati d’animo, illuminazioni ad occhi aperti, come le vecchie scarpe, i giocattoli dell’infanzia: “Di ogni mia stagione possiedo il feticcio: / una bambola dal vestito di broccato, / le cartoline degli innamorati, / casa mia, / la vita”; “I diciotto scalini / di casa mia / portano su e giù / il nuovo, il vecchio, il dimenticato. / (…) / scrivono storie, / poesie, romanzi.”
Una poesia che vive del respiro lungo del silenzio: “ore inutili, bugiarde”, mute, che recano tuttavia l’aria buona del passato. La luce di un pensiero esprime stupore e meraviglia dell’esistente, fruga nella polvere del tempo, gratta le macchie di ruggine, mette il dito nelle crepe, nel fluire del reale. Il tempo ci afferra dalla nascita, sciupa la vita e la porta chissà dove. Pensare il tempo non significa non pensare il senso di tutto il resto. È l’orologio che corre scandendo la scoperta del destino come cammino di vita, dove esplorare, conoscere, sognare, l’origine e la fine, e perdersi nella magica atemporalità di lunghi, lenti attimi sospesi: “Ti bastano barlumi di luce / il passato”, “… prima delle nove / c’è un tempo che non è più mio? / Un tempo già morto, / sepolto nei cassetti del passato? / (…) / Lui sceglie, silenzioso, la mia vita, / come un soldato al comando / del generale Destino. / (…) / ore di luce, / frettolose, o lente, / come strangolate da clessidre, / (…) / dove affondano, dolci, gli ami degli amanti e degli artisti”.
Sentimento, speranza, intreccio di rapporti: ciò in una parola è l’essenza dell’uomo. La poesia è un essere dentro le cose, e nel ricordo, è il tempo che permane, inattaccabile, senza annientamento: “nessuno ha capito / che sono una violaciocca / una rosa selvatica / (…) / che sono candida / come il giglio che stringevo tra le mani / il giorno della «prima comunione»”. La poesia rinomina cose e rimembranze in una dimensione quotidiana eppure misteriosa. Tutto è retaggio di solitudini, esposto alla minaccia senza tempo della consunzione. L’anima poetante ritrova nella quotidianità i segni del silenzio, del pianto nostalgico delle cose: “Ho scritto della morte degli altri / con leggerezza e ironia, / ma la morte che mi riguarda / è morso nella carne”.
E poi c’è il senso del ritorno, dei luoghi perduti e amati… come le sorgenti del Marecchia che sono più misteriose di quelle del Nilo. Un rivolo d’acqua, il vento lo scoprì e lo spinse a valle… solcato da un ponte posto tra le pagine scritte, dove volano parole che, evitando di finire in un gorgo di sogni perduti, hanno bisogno di diffondere un senso di pacificazione tra sé e il mondo.
L’alba, quale mistero nasconde? Forse il mistero stesso del giorno. Come nell’evocazione poetica di celebri paesaggi romantici di Caspar David Friedrich, quale il celebre Viandante su un mare di nebbia, la paura diventa speranza e la voglia d’infinito devota meraviglia: per vivere in eterno bisogna spesso abbandonarsi alla morte. Altrove si tramuta in un gemito, in doloroso stupore davanti al mistero, come contemplando le opere scolpite dalle mani di scultori quali Ilario Fioravanti (Il compianto) ed Elio Morri, l’attesa vissuta come un’agonia (Le mogli dei marinai). Risuonano nelle quiete stanze, le note dolorose e nostalgiche di Jacques Brel: Ne me quitte pas…
Il respiro divino del mistero diventa canto della parola, litania spezzata mentre “le onde trasformano / le luci in colori”.


Perché si scrive? di Narda Fattori
Si scrive per lasciare la propria orma sulla sabbia che l’onda risucchierà , per inciderla sulla roccia a testimonianza di un’esistenza duratura che ha impresso un segno , e acqua e vento poco potranno per eliminarla; si scrive per scoprirsi oltre la cortina dei pensieri quotidiani , per portare alla luce istanze e presenze, accadimenti e sovvertimenti della propria esistenza. Si scrive per essere di più, per avanzare, per seguire una passione, per succhiare fino al midollo lo scheletro del mondo.
Franca scrive ormai da tanto tempo; la sua scrittura è eclettica, divertita e ironica, sentimentale e melanconica. Non saprei dire se gli scritti più riusciti siano quelli in prosa o quelli in poesia anche se un fine fil rouge li collega: il suo sguardo è sempre attento , pronto a cogliere il particolare , il colore o il tono di una situazione o di una emozione. Sono comportamenti da poeti e da prosatori, è la visione che spadroneggia , è il tempo che batte il suo ritmo.
Anche l’ironia, la delicata sensualità, che caratterizza gli scritti di Franca la rendono riconoscibile, non meno della documentata verità socio-storica che afferma.
Credo che questo sia il suo terzo libro di poesie edito e dal ricordo venato di nostalgia del “Re fioraio”, suo primo libro, che testimoniava un bisogno di andarsi a cercare e a trovare fra i ricordi, con l’uso di un lessico ricercato e “fiorito”, è passata al secondo che affronta ciò che non è eludibile, la morte, qui non temuta, compagna di ventura, irridente in alcune manifestazioni, tragica e /o pacificata.
In questo terzo libro, Franca affronta una specie di puzzle: ogni poesia è una tessera che fotografa una visione, un’emozione, un rito,…; nella vasta gamma di eventi che vanno a censire, le poesie danno l’immagine dell’unitarietà del prodotto sempre di buona qualità, non facendo mancare il quid che le contraddistingue: l’ironia , un pizzico di sensualità, una malinconia alabastrina, sommessa.
Con due libri di prosa pubblicati, il mondo ritratto da Franca è essenzialmente femminile; un femminile che ben conosce i limiti del maschile, ma che li accetta , semmai sorridendo e coglie del rapporto maschio-femmina la leggera schermaglia dove è chiaro da subito chi sarà il vincitore che, però, non infierirà mai sul vinto.
Il tempo è l’altro protagonista degli scritti: il tempo sincronico, ribaldo, memore, silente quasi fosse in agguato. Il tempo porta sempre più vicino al luogo dove si compiono tutte le attese, ma non è brutale, anzi…
La grazia propria dello stile di Franca non va confusa con il perbenismo o il laissez faire , ma svelenisce ogni situazione, alleggerisce i giorni e gli eventi . Rappacifica. In questi tempi è quanto mai apprezzabile.

Irmentraud Ter Veer (Poetessa Austro-olandese)
Un commento per le prime poesie tradotte : "sono leggere e nello stesso tempo profonde, bisogna leggere tra le parole. Spesso hai un dialogo con la morte, con l'aldilà. Fugacità-relatività. I paesaggi di Friedrich li fai "vedere" chiaramente, i tuoi occhi li guardano con cuore e spirito. Continuerò la lettura.

Su Ore di luce strangolate da clessidre di Franca Fabbri
FaraEditore, 2013
recensione di Vincenzo D'Alessio


Ogni qualvolta leggo una raccolta di poesie, oggi leggo: Ore di luce strangolate da clessidre della poeta Franca Fabbri, mi rivolgo l’interrogativo: perché scrivere poesie ?
Credo fermamente che la Poesia è un rimedio unico alle sofferenze, all’abisso dell’eternità che ci accomuna al genere umano e alla Natura, alla gioia di trasmettere il valore profondo della più bella e riuscita delle invenzioni umane: la parola.
Il valente critico letterario, poeta e scrittore di teatro, Massimo Sannelli ha più volte argomentato sullo Stile ostile e sul valore dell’idea rispetto allo stile: “Lo stile è vanità e l’idea è seria. (…) Diamo tutto ad un’idea. Potremmo anche morire per un’idea” (in Trentinolibero, 2013). Richiama ancora il valore insostituibile dell’idea il contributo letterario apparso sulla rivista «Forum Italicum» (2013) del professore Toni Iermano, dell’Università di Cassino e del Lazio Meridionale, che reca il titolo “Mourir pour des idées, Eleonora e Napoli” ne Il resto di niente di Enzo Striano: “Tutti non facciamo che attendere. Mentre questa città bellissima ai nostri piedi va accendendosi di luci.”

Ho fatto queste premesse per avvicinarmi ai versi sciolti contenuti nella raccolta della poeta Fabbri, essi scandiscono cronotopi il viaggio dalla quotidianità mutevole all’assoluto regno dell’ombra di quella vita che tutto confina in pace (dall’esergo a questa raccolta). L’idea del Tempo domina e sovrasta ogni composizione. Scrive la poeta: “Temo l’orologio / che implacabile avanza, / che decide cosa farò, dove andrò, / se c’è ancora tempo per me (Che ora è, pag. 51). Ed è in questa poesia che viene ripreso il titolo della raccolta: “Così mi fa vivere / ore di luce, / frettolose, o lente, / come strangolate da clessidre” (pag. 52).
Nella similitudine dello strangolamento delle ore c’è l’immagine della stretta ampolla della clessidra dove si sforzano di passare i granelli della finissima sabbia che bene si accostano alle ore, all’operato degli uomini, all’esistenza di ogni essere vivente. La quotidianità riversata nel dialogo con il lettore. L’intimità famigliare, gli oggetti quotidiani (“le stanze, i cassetti, / il letto, le piante”) i sentimenti (“c’è qualcosa / che ricorda l’amore / nell’odio”), riversati nel rigo breve, tagliente, ricco di similitudini, metafore, metonimie (“l’aria / isterica”), antitesi (“mio marito / (…) che durante il suo funerale / suonerà / il Celebre largo di Haendel”. Una costruzione labirintica dove la personificazione del circostante, degli animali (“Sulla scogliera del mare / singhiozzano i gabbiani”), sottostà alla veridicità micidiale del trascorrere.
“Dal ponte / tra le pagine scritte / nell’acqua del fiume / vedo galleggiare / le mie” (Dal ponte, pag. 39). La lezione della scuola eleatica prende corpo nel panta rhei e si eleva con l’ausilio del testo de Il cielo in una stanza (pag. 55, La pianta del poeta) e nelle opere pittoriche solenni di C.D. Friedrich, romantico viaggiatore nel tempo.
“Un poetare che appare come il racconto di un perenne agitarsi tra sofferenze vissute, con un lutto nello sguardo da cui potersi finalmente liberare, per librarsi, come conferma l’analista: nel volo cerchi la luce, il respiro libero, senza il peso del mondo”: in questo modo definisce la poetica della Nostra, nell’introduzione alla presente raccolta, il critico Marcello Tosi.
Musica, poesia, versi dedicati alla figura femminile, bisogno costante di trasmettere le ore di luce terrena vissute con grande intensità, con spirito critico e con la consapevole ironia che governa il Tempo.

"ORE DI LUCE STRANGOLATE DA CLESSIDRE"
Entro nel libro nei versi
e mi investe il sorriso del Poeta
ed acquisto fiducia e mi godo
questa invenzione di bellezza.
Poesia del tatto per prima cosa
poi odore udito e vista. Cioè
mi dice Franca con coraggio.
Io ci sono perchè ho un corpo
perchè mi anima da dentro
e mi fascia attraverso le cose
una corrente musicale e viva.
Sottile amara stimolante e d' oro.
Io la mia carne e il mio ambiente
in offerta a chi mi ascolta ed ama.
Via le vesti obbliganti e false
le crinoline i monacali l' autorità.
Lasciate che le mie sentenze siano
secondo invocazione verso l' alto.
Lasciate che io faccia nobile la voce
del sangue la saliva unghia e capelli.
Così come tutti e come chi amo
io nacqui solo per un passaggio ma
nel cammino vorrei veramente essere.
ABERTA BIGAGLI
Firenze, dicembre 2013

martedì 4 ottobre 2011

Franca Fabbri a Santarcangelo 14 ott

Tre donne nell’Arte, un unico nome: 

Franca Fabbri 

Serata promossa dall’Ass. “Noi della Rocca” 
con la collaborazione della Biblioteca comunale “A. Baldini”

Venerdì 14 ottobre – ore 21 – Celletta Zampeschi – via della Cella – Santarcangelo

Programma: Franca Fabbri – voce recitante - Richard Strauss “Enoch Arden”

Franca Fabbri – poetessa – letture di poesie da Sto consumando l’ultima casa

Franca Fabbri – storico dell’arte – F.M. Schneider “Suggestioni, immagini, parole” Al pianoforte: Laura Beltrametti

sabato 20 febbraio 2010

Su Sto consumando l'ultima casa di Franca Fabbri

recensione di Vincenzo D'Alessio


La raccolta poetica di Franca Fabbri che reca come titolo Sto consumando l’ultima casa è un tesoro prezioso agli occhi del lettore: restituisce l’immagine vera di una pietas et humanitas da troppo tempo assenti nella società contemporanea. L’umana memoria è debole; a volte gli uomini non vogliono ricordare i grandi dolori per non vedersi sfiorire quelle gioie, già poco durature, che l’esistenza offre. Sono poche le gioie, tante le sofferenze del quotidiano, perché lasciarsi prendere dal dolore?
C’è una epigrafe apposta sopra la lapide di un grande teologo e filosofo del XVI secolo: “UT MORIENS VIVERET VIXIT UT MORITURUS” nella Chiesa di San Domenico Soriano a Solofra (AV). Sembra questo il filo conduttore della tanatologica raccolta della Fabbri. Vestita d’ironia la nostra compagna di stanza non ci abbandona. Ci lascia l’unico scampo imprevedibile: restare nella memoria attraverso la parola poetica.
Illuminante, e insostituibile, è la prefazione di NardaFattori: “Franca Fabbri nutre i suoi versi di grande compassione e di umana pietas; pur attenendosi ad un registro quotidiano raggiunge le profondità del sentire”(pag. 9). E a pag. 11: “Ancora una volta ci trattengono su questa terra le cose note e amate, là dove si andrà si spera terra benedetta, il favore del cielo.”
Bastano queste semplici frasi per aprire la “stanza” dove dimorano gli spiriti cari alla Nostra poetessa.
Divisa in due sezioni, la plaquette poetica, ha nella prima parte riferimenti alla quotidianità, all’esecuzione dell’esistenza con tutti i suoi orpelli; le dolorose soste nei luoghi della sofferenza; l’immagine della Natura che si svela all’uomo quasi ignaro, oggi, degli eventi che nel bosco si rinnovano: “La pioggia lavava / tronchi, rami, rovi, / come si fa con i morti, / prima della sepoltura”(pag. 36). Chi conosce la Morte conosce le stanze della vita. Come molti grandi poeti la Nostra poetessa guarda dalla sua stanza la grandezza dello spettacolo naturale e la pochezza dell’essere umano: “Solo gli uomini / s’attardano / sotto il lenzuolo/ a prendere confidenza / con la morte” (pag. 37).
Più forti sono i registri dell’organo poetico utilizzati nella seconda parte della raccolta. Forti di vivida fragilità di fronte alla morte dei propri cari, delle immagini affioranti dalle foto come testimoni dei tempi buoni, dei tempi consumati, delle poche gioie che l’esistenza offre a chi un cuore porta veramente nel petto come seconda anima assetata di Umanità: “Nella mia vecchia casa / ho anche la stanzina dei morti”(pag. 53). L’accostamento alla poesia di Giovanni Pascoli è forte, realizzata appieno è l’immagine della purezza eterna di quel “fanciullino” che guarda stupito le meraviglie del Creato e del suo farsi giornaliero. Come pure la fiducia nella Fede e nella Poesia quali uniche armi per superare la ferocia del dolore tutto umano. Compaiono metafore e analogie. Accostamenti sintattici e assonanze. Ossimori e metonimie. Come nei versi della poesia a pag. 57 che sembrano riportare alla mente i versi della poesia L’Aquilone di Pascoli: “Non vedrò più gli occhi di mia madre / seguirmi ovunque andassi. / Non vedrò più il corrucciato viso / di mio padre, / carico d’anni, / non 'accettare' la morte.”
E il richiamo è anche nella stupenda immagine della poesia Ritornare dedicata al fratello quando riprende la scena sempre della poesia, citata, del Pascoli “ti pettinò co’ bei capelli a onda / tua madre… adagio, per non farti male”. E nei versi pag. 61: “È da allora / che mi stupiscono, / ad ogni primavera, / i fiori ritornati a sbocciare.”
Ricorrenti sono le anafore per accentuare il cammino che l’essere umano sembra scegliersi ma che in fondo è guidato verso l’ultima casa, quando ci si ravvede, dalla nostra compagna di stanza, che non ci ha mai lasciati da soli.
La poetica della Fabbri richiama la vita nella sua perfetta forma di dono, dei talenti offerti da fare fruttare, per essere riconsegnati alla Natura che li ha concessi a noi, per il nostro cammino, che si completa in quello degli altri. Credo che i versi più belli da utilizzare per concludere, momentaneamente, l’anabasi di questa raccolta possano essere presi in prestito, ancora, dal Pascoli: “E tu, Cielo, dall’alto dei mondi / sereni, infinito, immortale, / oh! D’un pianto di stelle lo inondi / quest’atomo opaco del Male!”(X agosto)

martedì 19 gennaio 2010

È uscita la nuova opera poetica di Franca Fabbri


Sto consumando l'ultima casa
€ 12,00 pp. 78 (Sia cosa che)
ISBN 978 8895139 77 7

«L’opera di Franca Fabbri affronta dunque una tematica complessa e articolata che forse è entrata nel pensiero dell’uomo ancora ai primordi della sua storia. Ma, naturalmente, oltre ad un modo drammatico di percepire la fine, esiste un modo pacificato per affrontare “la consumazione dell’ultima casa” terrena e riflettere sul momento finale, sul gran verdetto che ci grava dalla nascita.
Franca è poetessa di levità, anche di ironie e, pertanto, non poteva affrontare questa tematica se non attraverso le corde della sua sensibilità che sa sorridere anche della signora in nero che rapisce, sovente senza avvertire.» (dalla Prefazione di Narda Fattori)

Franca Fabbri è nata a Rimini. Ha svolto attività di insegnante a Milano e a Rimini. Vive a San Mauro Pascoli (FC). È Accademica Pascoliana e Membro dell’Accademia “Le Tre Castella” (Repubblica di San Marino). Pubblica articoli di attualità, storia, costume, piccoli saggi su riviste letterarie e giornali. Appassionata di Storia dell’Arte, si occupa di pittura e pittori. È presente in antologie poetiche, cataloghi d’arte, poster, pubblicazioni turistiche. Ha ricevuto premi e segnalazioni per poesie e racconti.
Sue pubblicazioni: Il Re fioraio (poesie), Longo Editore, Ravenna, 1997; Molecole di poesia tra antica pittura e vecchie parole (poesie e dipinti), Studio Stampa, Repubblica di San Marino, 1999; L’Albero del Melograno (poesie), Longo Editore, Ravenna, 2000; Donne. Vita Amore Passione (poesie e racconti), Raffaelli Editore, Rimini, 2003; A tavola, il girotondo della vita (narrativa-saggistica), Raffaelli Editore, Rimini, 2007.

giovedì 10 aprile 2014

Su Ore di luce strangolate da clessidre di Franca Fabbri

http://www.faraeditore.it/html/siacosache/orestrangolate.html
recensione di Marcello Tosi


Il disegno interiore, la ricerca di un’armonia vista come possibile, l’intima scansione di momenti poetici di Franca Fabbri, illuminano le Ore di luce strangolate da clessidre, della nuova raccolta dell’affermata autrice sammaurese, edita da Fara.
Già intravista come in un sogno, la vita fatta di memorie poetiche appare nei suoi versi come un cammino di luce verso l’esterno: in essa la dimensione del ricordo porta a riconoscere il silenzio come rifugio, nell’insistita presenza, quasi come in un emblema, dei segni del tempo da decifrare (la casa vecchia, le crepe, i ricami di ruggine).
Entrando nella sua bella casa di San Mauro, si avverte un’atmosfera di momenti poetici perduti e ritrovati, un po’ proustiana, a cui riconducono l’eleganza, i raffinati oggetti dentro le vetrine, l’ovattato silenzio che al momento della visita era rotto solo dal suono di un pianoforte. Muovendo con gioioso candore e amore per la vita, alla ricerca del senso e dell’origine delle cose, tra paure e attese i suoi sogni sono comunque vissuti con fede e amore. Le sue poesie, pascolianamente e volutamente dimesse ma autentiche germogliano da gesti e vita quotidiana: il silenzio della casa, il mare, le stagioni, vecchie soffitte, con le parole che sono necessaria, non una di più. Nei suoi versi si rincorrono associazioni, stati d’animo, illuminazioni ad occhi aperti: le vecchie scarpe, i giocattoli dell’infanzia.
Poesia che è divenuta negli anni sonno, sogno, specchio, sguardo analiticamente rivolto a guardare, a scrutare dentro di sé, con metodica precisione e attenzione. Il meditare versi sul tempo, sulle stagioni della vita, sulla morte, il suo raccontare fatto di sogno e di evasione si fa dissolvenza, apparizione di un labirinto del mondo e del male, da cui cercare salvamento nel sogno stesso: “di sonno mi nutro, è pane.. nel sogno mi specchio, / c’è l’analista / mangio, bevo / e dissolvendomi / scompaio”. Un poetare che appare come il racconto di un perenne agitarsi tra sofferenze vissute, con un lutto nello sguardo da cui potersi finalmente liberare: “nel volo cerchi la luce, il respiro libero, senza il peso del mondo”.
Sempre presente il senso, il sentimento della casa, dell’ovattato silenzio rotto solo da un suono familiare ed evocatore di altre storie (“Quando al pianoforte suona il dottor Zivago io divento Lara, Natascia, Anna Karenina”). Il sogno e il mistero continuano quindi a trovare il loro riparo nella certezza e nella bellezza del quotidiano. Sono, quasi con un senso pascoliano, “Le voci dimenticate”, i ricordi, gli echi contrastanti dentro di noi: il gelo dell’inverno e il tepore della casa, il suono delle campane e le voci dei morti. Per questo Franca Fabbri ama descrivere le lontananze, Il magico, il mistero, gli “angoli nascosti dentro casa e dentro me”. Vecchi motivi in cui sia racchiusa ogni storia ed esperienza. Impressionistica, appassionata contemplazione del reale.

lunedì 20 gennaio 2014

Su Ore di luce strangolate da clessidre di Franca Fabbri


recensione di Paolo Turroni

Franca Fabbri è una scrittrice assai raffinata, come notava con acutezza Annamaria Tamburini a proposito della raccolta poetica Sto consumando l’ultima casa (FaraEditore, 2010): “senza cedere mai al sentimentalismo, rischio connaturale all’argomento, non di rado, nonostante l’asciutto dettato, la parola di Franca Fabbri può strappare qualche lacrima al lettore, almeno in prima battuta”. Aprendo la nuova silloge poetica, Ore di luce strangolate da clessidre (FaraEditore, 2013, pagg. 70, euro 11,50), non si può non riconoscere anche in questa pubblicazione un'intelligente eleganza che, talora, scopre una nuova specialità, quella della sorridente ironia, uno stile che va in direzione opposta rispetto ad una banalizzazione, così frequente ormai, nell'analisi e nella riflessione sulla modernità. Prendiamo ad esempio Gente di chiesa: “Due sorelle della nonna / suore di clausura, / una cugina della mamma / madre generale delle 'Paoline', / una mia cugina / suora di 'Maria Bambina', / uno zio missionario in Africa. / Io, / che recito / il rosario / un po' in latino / un po' in italiano / un po' a vanvera”. Lo stile con cui si raffigura questo quadro di famiglia ha il tono, lieve e prosastico, del miglior Montale: la prosa innerva la poesia e nello stesso tempo la scansione metrica delle parole rende il tutto molto più profondo di quanto potrebbe essere la stessa espressione se redatta attraverso un testo in prosa. Come scrive Marcello Tosi nella bella introduzione: “Il meditare versi sul tempo, sulle stagioni della vita, sulla morte, il suo raccontare fatto di sogno e di evasione si è fatto dissolvenza, apparizione di un labirinto del mondo e del male, da cui cercare salvamento nel sogno stesso… È sempre presente il senso, il sentimento della casa, dell'ovattato silenzio rotto solo da un suono familiare ed evocatore di altre storie… Le sue poesie, pascolianamente volutamente dimesse, sono autentiche, germogliano da gesti e vita quotidiana”. È proprio questa quotidianità a dare un senso profondo, veritiero, ad espressioni che in altri scrittori hanno spesso il sapore, invece, della pagina, del libro che nasce da altri libri e ai libri si rivolge. Questo è vero persino quando le poesie esplicitamente nascono da altri testi, o da altre opere, come la prima lirica della sezione I paesaggi di Friederich, dove si fa riferimento al grande pittore Caspar David Friederich (1774-1840), rappresentante del Romanticismo: “mare di nebbia / aguzze cime di ghiaccio / alberi solenni / ruderi di cattedrali / di cimiteri // figure umane / guardano, / sgomente // alto / e solo, / il Cristo, / appeso al freddo // e laggiù / la misericordia di una luce”, dove voglio sottolineare la forza espressiva di quel Cristo “appeso al freddo”, che con pochi cenni tratteggia un dramma con notevole efficacia. L'opera viene presentata il 25 gennaio 2014 a Savignano, presso il centro sociale Casadei, alle ore 21, dall'autrice e da Marcello Tosi.

martedì 10 maggio 2022

Breviario di una laica in Accademia 19 maggio 2022

Giovedì 19 maggio alle ore 17:00

Franca Fabbri presenta 


Piazza Borghesi 11 – Savignano sul R.

Intervengono don Giampaolo Bernabini
(v. recensione qui sotto)
parroco di San Mauro Pascoli
L’attore Mirko Ciorciari
leggerà alcuni passaggi del libro.



Le cose parlano

Se dovessi dare un titolo diverso da quello scelto dall’autrice, chiamerei questa ultima opera di Franca Fabbri Paesaggi dell’anima.
Pagina dopo pagina, il suo mondo interiore si svela, si rivela e appaiono tutte le emozioni e le sfumature, le voci e i colori che compongono il suo mondo interiore.
Le cose parlano, da quelle più quotidiane e consuete, come gli alberi e il vento, a quelle più costruite ed elaborate, come i libri e la musica.
I tanti protagonisti della letteratura e della poesia che Franca ha meditato e gustato, sembrano come amici di viaggio con cui ella dialoga in modo famigliare, reinterpretandoli e facendoli vivere nell’oggi.
Ma anche il silenzio parla, quelle pause di raccoglimento tanto amate e cercate dall'autrice come necessarie per la sua ispirazione. Sono come paesaggi dell’anima, eppure così concreti e reali; descrizioni di sentimenti e stati d'animo antichi e sempre attuali.
La gioia e il dolore, la festa e la fatica, l’amore e la delusione, tutto viene tratteggiato con grande finezza, quasi “maneggiato” con cura e discrezione, con rispetto profondo.
Franca guarda le cose quasi con raccoglimento, con uno sguardo religioso, poiché la sua fede profonda traspare continuamente da questi scritti. E anche quando accenna agli aspetti drammatici della vita, come la descrizione della notte metafora della condizione umana, emerge sempre una serena consapevolezza del mistero di Dio come progetto buono, pieno di senso, per ogni uomo e per l’intera vicenda umana.
Leggendo queste pagine, nasce il desiderio di coltivare i valori più alti dello spirito, come sicura consolazione rispetto alla barbarie del mondo, come la più potente strada verso la pace e la serenità.
Alcune riflessioni colpiscono per la profondità e l’immediatezza, come il commento preciso alla sinfonia Pastorale di Beethoven, che rivelano una competenza da musicologo, o come la vivace descrizione di San Francesco d’Assisi. Si tratta di passaggi rapidi, come vivaci pennellate su di un grande quadro composto con grande armonia ed equilibrio.
La scrittura di Franca scorre semplice ed essenziale, mai ricercata e complessa, tale che il lettore coglie in modo immediato le idee, i contenuti e i messaggi, capaci di suscitare emozioni profonde.
In questo senso si può davvero parlare di una sorta di "breviario", poiché il passaggio alla preghiera risulta spontaneo e immediato.




venerdì 3 gennaio 2014

Su Ore di luce strangolate da clessidre di Franca Fabbri

FaraEditore, 2013

recensione di Vincenzo D'Alessio


Ogni qualvolta leggo una raccolta di poesie, oggi leggo: Ore di luce strangolate da clessidre della poeta Franca Fabbri, mi rivolgo l’interrogativo: perché scrivere poesie ?
Credo fermamente che la Poesia è un rimedio unico alle sofferenze, all’abisso dell’eternità che ci accomuna al genere umano e alla Natura, alla gioia di trasmettere il valore profondo della più bella e riuscita delle invenzioni umane: la parola.
Il valente critico letterario, poeta e scrittore di teatro, Massimo Sannelli ha più volte argomentato sullo Stile ostile e sul valore dell’idea rispetto allo stile: “Lo stile è vanità e l’idea è seria. (…) Diamo tutto ad un’idea. Potremmo anche morire per un’idea” (in Trentinolibero, 2013). Richiama ancora il valore insostituibile dell’idea il contributo letterario apparso sulla rivista «Forum Italicum» (2013) del professore Toni Iermano, dell’Università di Cassino e del Lazio Meridionale, che reca il titolo “Mourir pour des idées, Eleonora e Napoli” ne Il resto di niente di Enzo Striano: “Tutti non facciamo che attendere. Mentre questa città bellissima ai nostri piedi va accendendosi di luci.”

Ho fatto queste premesse per avvicinarmi ai versi sciolti contenuti nella raccolta della poeta Fabbri, essi scandiscono cronotopi il viaggio dalla quotidianità mutevole all’assoluto regno dell’ombra di quella vita che tutto confina in pace (dall’esergo a questa raccolta). L’idea del Tempo domina e sovrasta ogni composizione. Scrive la poeta: “Temo l’orologio / che implacabile avanza, / che decide cosa farò, dove andrò, / se c’è ancora tempo per me (Che ora è, pag. 51). Ed è in questa poesia che viene ripreso il titolo della raccolta: “Così mi fa vivere / ore di luce, / frettolose, o lente, / come strangolate da clessidre” (pag. 52).
Nella similitudine dello strangolamento delle ore c’è l’immagine della stretta ampolla della clessidra dove si sforzano di passare i granelli della finissima sabbia che bene si accostano alle ore, all’operato degli uomini, all’esistenza di ogni essere vivente. La quotidianità riversata nel dialogo con il lettore. L’intimità famigliare, gli oggetti quotidiani (“le stanze, i cassetti, / il letto, le piante”) i sentimenti (“c’è qualcosa / che ricorda l’amore / nell’odio”), riversati nel rigo breve, tagliente, ricco di similitudini, metafore, metonimie (“l’aria / isterica”), antitesi (“mio marito / (…) che durante il suo funerale / suonerà / il Celebre largo di Haendel”. Una costruzione labirintica dove la personificazione del circostante, degli animali (“Sulla scogliera del mare / singhiozzano i gabbiani”), sottostà alla veridicità micidiale del trascorrere.
“Dal ponte / tra le pagine scritte / nell’acqua del fiume / vedo galleggiare / le mie” (Dal ponte, pag. 39). La lezione della scuola eleatica prende corpo nel panta rhei e si eleva con l’ausilio del testo de Il cielo in una stanza (pag. 55, La pianta del poeta) e nelle opere pittoriche solenni di C.D. Friedrich, romantico viaggiatore nel tempo.
“Un poetare che appare come il racconto di un perenne agitarsi tra sofferenze vissute, con un lutto nello sguardo da cui potersi finalmente liberare, per librarsi, come conferma l’analista: nel volo cerchi la luce, il respiro libero, senza il peso del mondo”: in questo modo definisce la poetica della Nostra, nell’introduzione alla presente raccolta, il critico Marcello Tosi.
Musica, poesia, versi dedicati alla figura femminile, bisogno costante di trasmettere le ore di luce terrena vissute con grande intensità, con spirito critico e con la consapevole ironia che governa il Tempo.

giovedì 20 gennaio 2011

Franca Fabbri a San Mauro Pascoli 4 feb

venerdì 4 febbraio alle ore 21
Miro Gori (sindaco poeta e scrittore) presenta Franca Fabbri (che ha recentemente pubblicato con Fara Sto consumando l'ultima casa) e altri due poeti alla Casa dei Sammauresi a S. Mauro Pascoli. Segue Buffet.

lunedì 10 gennaio 2011

Su Sto consumando l'ultima casa di Franca Fabbri

recensione di Nicoletta Verzicco


Ciò che rimane

Desidero iniziare a dipanare i miei pensieri su Sto consumando l’ultima casa con la chiusa di Non ho nessuno con la quale la poetessa esprime magnificamente il concetto di ciò che rimane: “Mi è rimasta ancora una fotografia. / Uno scatto a vuoto. / Sono io: / ormai, un’ombra...”

Ciò che rimane sfida la Morte e non è la sfida di un impudente, ma il vissuto stesso a sollecitarLa in un confronto; la vita calda, profumata, intensa si palesa provocando la Signora che strappa i cuori di chi è giunto alla fine del proprio cammino. Quei cuori però, hanno pervaso con il loro caldo e intenso pulsare le mani di chi li abbracciati, accarezzati, amati e ostinatamente continuano a vivere.

È il senso dell’accettazione della Morte, il non vivere in funzione di essa o nella sua attesa che ne determina di conseguenza il rispetto e Franca Fabbri ne è cosciente palesando nella sua poesia, in contrapposizione all’Inseguitrice, la luminosità acciecante della vita: “Ogni giorno / recito le prove / della mia morte, / ma il gran finale / è sempre / della vita”.

Leggendo questa sua creazione ci si sofferma a pensare, si sorride, ci si rattrista, in una commistione di sentimenti così veri che è impossibile non sentirli nostri.

La Morte legge queste righe, accanto a noi si sofferma e le parole della poetessa possono, in alcuni momenti, farla apparire quasi come nostra ‘amica’, rendendoci consapevoli che ci accompagna dal primo vagito.

Ci appare chiaro, nel susseguirsi delle pagine, che c’è morte in ogni cosa, in ogni sentimento, in ogni azione, in ogni tipo di vita e proprio di questo noi spesso ci dimentichiamo, scordandone le ‘sensazioni’ più disparate: “il silenzio, / dopo la neve, / immobile, / come la morte.”

Si manifestano i ricordi, in maniera preponderante, con le immagini della mente, con le fotografie, nei profumi che li hanno intrisi e nelle tinte che li hanno colorati.

Nonostante la memoria si difenda dalle morti con pervicacia alimentata dall’amore per la vita, in alcuni momenti il dolore è costretto a ripulire la pellicola invecchiata che lo ricopre ravvivandone l’intensità: “...mi stupiscono, / ad ogni primavera, / i fiori ritornati a sbocciare.”

Nonostante la Morte sia primadonna nell’opera, essa non è vincente, suo malgrado non lo è, ciò che rimane vince su lei.

Chissà se “consumando l’ultima casa” si riesca a trovare la traccia del senso della vita di ognuno di noi per accettare a testa alta la Morte, sia essa un’ ‘Illusione’, una ‘Constatazione’ o una ‘Delusione’.

lunedì 21 giugno 2010

giovedì 28 gennaio 2010

Franca Fabbri a S. Mauro Pascoli 31 gen

Domenica 31 gennaio 2010 alle ore 17,00 presso l'Enoteca "Uva Nera" di S. Mauro Pascoli (FC) in via Matteotti 4, tel. 0541-944975, Franca Fabbri presenta la sua ultima intensa raccolta di poesia: Sto consumando l'ultima casa. Vi aspettiamo!

consumando casa

giovedì 5 maggio 2016

Colomba Di Pasquale menzione d'onore, Franca Fabbri segnalazione di merito al Premio “Voci- Città di Abano Terme” 2016

v. verbale-premio-voci-citta-di-abano-terme

Sez. B – LIBRO EDITO DI POESIA

1° Class. Turri Lorena (Coreglia Antelminelli, Ghivizzano – LU) con “Leggi una donna”, Kairòs Edizioni.
2° Class. Argentino Lucianna (Roma) con “L’ospite indocile”, Passigli Editori.
3° Class. Baroni Carla (Ferrara) con “Il segreto di Dafne”, Blu di Prussia Edizioni. 


Premio della Critica
Caso Giovanni (Siano – SA) con “Poesie tra asterischi”, Genesi Editrice.
Vincitorio Anna Maria (Firenze) con “Il dopo Estoril”, Bludiprussia Edizioni. 


Premio della Giuria 

Casadei Franco (Cesena – FC) con “Di fronte e attraverso”, Giovane Holden Edizioni.
 

Premio Speciale (in ordine alfabetico):
Di Mario Maria Grazia (Poggio Mirteto – RI) con “L’attesa infinita”, Abel Books;
Menichetti Serenella (Cascina – PI) con “Fiore di loto”, Carmignani Editrice;
Mormando Federica (Milano) con “Le catene delle stelle”, Kimerik Edizioni.
Torreggiani Giovanni (Campogalliano – MO) con “Guerriero ribelle del silenzio”, Pegasus Edition*


mio DeltaMenzione d’onore (in ordine alfabetico):
Alessandro Antonella (Roma) con “ Lo scrigno nascosto”, Pegasus Edition;
Di Pasquale Colomba (Recanati – MC) con “Il mio delta e dintorni”, Fara Editore;
Donte Maurizio (San Lazzaro Reale, Borgomaro – IM) con “Nell’incanto”, 


Edizioni Esordienti Ebook*
Guerri Giancarlo (Sovigliana – FI) con “Come il matto dei tarocchi”, Lepisma Edizioni;
Montacchiesi Mauro (Roma) con “Come araba fenice”, Il Convivio Edizioni.
Morra Gennaro (Napoli) con “I versi della carrozzella”, Youcanprint.


http://www.faraeditore.it/coversiacosa/coverFrancaOrelucew.jpg Segnalazione di Merito (in ordine alfabetico):
Carloni Carla (Trieste) con “A lui racconterò quello che”, Ibiskos Editrice;
Di Palmo Pasquale (Cà Noghera, Tessera – VE) con “Trittico del distacco”, Passigli Editori;
Di Pietro Corrado (Siracusa) con “Pneuma “, Morrone Editore;
Fabbri Franca (San Mauro Pascoli – FC) con “Ore di luce strangolate…”, Fara Editore;
Ferlini Vanes (Imola – BO) con “La curva di Gauss”, Il Convivio Edizioni*
Sciandivasci Federica (Roma) con “Cromosofia dell’anima”, Pegasus Edition.

lunedì 4 gennaio 2016

Poesia in cammino a Santarcangelo 21-1-16

Nell'ambito dei “Giovedì della Biblioteca”

Giovedì 21 gennaio 2016 - ore 21.00 

presso BIBLIOTECA COMUNALE Antonio Baldini

Santarcangelo di Romagna


tel. e fax 0541.356299 

in collaborazione  con 
Fara Editore






Poesia in cammino… con











Orme intangibili (Fara 2015)








presentazione di Anna Maria Tamburini

con la partecipazione di Annalisa Teodorani

intermezzi musicali di Giuseppe Ceci del Trio La Rosa
Giuseppe Ceci inizia a suonare la chitarra classica, in seguito si è appassionato di musica mediterranea, in particolare greca, albanese e turca, Studia queste tradizioni con gli strumenti tipici di queste aree, Oud e bouzuki in particolare, suonando in diverse formazioni della zona.



Segue dibattito aperto al pubblico con possibilità per i poeti presenti di leggere un paio di poesie o un microracconto (max 1 minuto). Hanno aderito: Michela Tiddia, Francesco Loi, Valter Urbini, Raffaele Ferrario, Paolo Miserocchi, Enrica MusioMarzia Biondi, Tony Golfarelli, Franca FabbriAlex Celli, Primo Pellegrini, Kristian FabbriAndrea CanellaStefano Bianchi




Ingresso libero

lunedì 27 gennaio 2014

Il lato femminile della poesia a Santarcangelo 6-3-14

Nell'ambito dei «Giovedì della Biblioteca


Giovedì 6 marzo 2014 - ore 21.00 


presso BIBLIOTECA COMUNALE “Antonio Baldini”
Santarcangelo di Romagna

in collaborazione con con Fara Editore



Il lato femminile della poesia  

con

Guido Passini ideatore e curatore di Senza fiato e del concorso dedicato a Katia Zattoni Come farfalle diventeremo immensità che presenta l’antologia dei vincitori fresca fresca di stampa (qui sotto l'illustrazione di copertina gentilmente creata da Alessandra Placucci)


  
Enrica Musio
che presenta
Case di angeli
 


Franca Fabbri
che presenta
Ore di luce strangolate da clessidre

modera


Segue dibattito aperto al pubblico 

con mininterventi ispirati alla serata di: 

 Laura Borghesi, Davide Valecchi
Giorgia Bascucci, Roberto Borghesi,
Simona Cerri Spinelli, David Aguzzi

Ingresso libero

lunedì 31 marzo 2008

Aprile poetico a Sogliano al Rubicone (FC)

UN THE COL VEGGIANI

Con versi diVERSI e musica

Ore 16

6 aprile
13 aprile
20 aprile
27 aprile

Al palazzo della cultura di Sogliano al R.ne
la dott.ssa Lara Cucchiarelli presenterà i poeti

Bruno Bartoletti – Narda Fattori

Maria Lenti – Fabio Orrico

Roberta Bertozzi – Gianfranco Laureano

M. Grazia Medri – Franca Fabbri