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martedì 31 agosto 2021

AIΩN di Mario Fresa. Il soggetto è lo sguardo



AIΩN di Mario Fresa

Jacopo Ricciardi

 

 



*

Rottura delle acque

 

     Il sistema tolemaico

fra pollice e indice.

 

     Dieci carezze sotto i porticati

fuse tra loro.

 

     Tira sul catetere.

Grigio boreale.

 

     Quanti tropi nella conduttura.

Sello il cavallo. Giustizia.

...dai volubili tornanti.

 

     Potare l'acqua.

Le stagioni fanno una treccia dentro 

                                                  [al corpo.

 

    Le doglie si astraggono.

 

.

     Altura.

Il giorno e la sua luce di superficie.

La notte scende dentro ciò che scende 

                    [dentro ciò che scende dentro...

La breve macchina attraversa anelli 

                                                [luminosi

ma la lunga macchina sprofonda 

        [dentro sprofonda dentro sprofonda.

Prima la paura capovolta del figlio.

Dopo la paura capovolta del figlio.

Ora la paura capovolta

dalla luce scivolata via sul cristallo

trasparente inclinato.

La cottura ghiaccia.

 

.

     La sentenza, ferma.

Divinità, mia laguna!

Mangi la tua vita nel piatto.

Il fiume sbanda in altri fiumi

e siamo di pioggia.

 

     I muscoli ci atterrano

e la bara è un tubo catodico.

Serpeggia. Anidride carbonica.

Costume. Animatrice.

Sulla terra un cratere.

È toccante.

 

.

     Arsura. Declino delle civiltà.

Il tallone di Achille, quel punto,

Tenero, bianco. Il pianto

coi belati. Sono tutti ortodossi

lì intorno. Il fruscio

delle canne. La saliva

del neonato si disperde

nei fiumi della terra.

L'elsa sfugge alla presa.

 

     Sul contorno

il tramonto sanguina d'alba,

l'alba sanguina di tramonto.

La via trovata ovunque.

Scrivo della tua testa.

Girai la testa.

L'ustione del cielo.

Ulna.

 

«È mancato l'approdo, vero, amore mio?»

Sempre manca l'approdo, infinitesimamente

manca - pensavo.

 

     La dentatura scompare prima del 

                                                  [previsto.

Sulla dorsale stanno gli Apache

accovacciati pronti all'attacco.

Il loro tempo è diverso dal mio.

Non ci incontreremo mai.

Troppi voli di uccelli che è difficile 

                                            [contenere.




Sostenuto da una tensione potentemente molecolare e circolare, questo poemetto inedito di Jacopo Ricciardi (Roma, 1976) immerge il lettore in una casa fitta di specchi ingranditi e raddoppiati senza pace. Qui, ogni immagine si spinge, incontenibile, in tutte le direzioni possibili; ogni suono si unisce, si rinforza e si dilata, costruendo una possente armatura polifonica che sembra continuamente aggiungere nuove voci e nuove intonazioni. Canto e discanto procedono, così, con parallela intensità: sicché lo stesso andamento temporale di questa narrazione ampia, dai toni oracolari e dalle visioni squarcianti, si fraziona e si moltiplica su diversi piani di uguale acutezza e vigore. Il tempo dello sguardo e dell’ascolto, allora, non più unico né monolitico, ma frantumato in innumerevoli scansioni di particelle simultanee, permette al poeta-cantore la rivelazione di una gioiosa e oscura verità: tutti gli eventi esplodono insieme, rinascono insieme, si distruggono a vicenda e vivono, nel medesimo istante, più vite, più sorgenti; e più precipizi e più resurrezioni. Anche l'io del poeta e l'io del lettore, infine, diventano una sola realtà ontologica: essi riconoscono, adesso, la loro autentica e comune natura di alterità e di mistero che, trasformandoli in un io più profondo (e non più personale o psicologico) li sottraggono alla greve prigionia del loro essere soggetti (e, quindi, soggiacenti o soccombenti) nei riguardi della stessa cosiddetta realtà.

 

 

In alto, un’opera di Riccardo Guarneri: 3 linee luce (2011).








martedì 4 luglio 2017

Mario Fresa. Ritratti di poesia (35)


Sonetti anarchici e perfetti

di Mario Fresa



Jacopo Ricciardi, nato a Roma nel 1976, è un artista metamorfico e intelligentemente versatile, i cui interessi spaziano dalla pittura alla poesia, dall’attività traslatoria alla prosa d’arte. Ogni suo libro sembra costituire un organismo in sé compiuto e autonomo e, contemporaneamente, si mostra come il prezioso tassello di un mosaico variegato che sempre si distingue per la sua ricca, flessibile originalità espressiva.
La sua nuova raccolta, Sonetti Reali (Rubbettino-Iride, 2016) colpisce già dal titolo: l’autore vuole restituire alla scrittura poetica una tinta forte, verticale, aristocratica, in virtù della dimensione superiormente altra della sua stessa natura (ben diversa dalla comunicazione “narrativa”, didascalica, orizzontale, del linguaggio comune e quotidiano). I testi di Ricciardi ripropongono, con audace e brillante sagacia, la forma del sonetto; ma il ritorno a tale nobile e “classica” composizione (strutturata – come da tradizione – in quattordici versi endecasillabi divisi in due quartine e due terzine) non è intesa dall’autore come un ludico esercizio di stile, né come un’occasione per volere, idealisticamente, ricuperare la pura bellezza di una remota modalità stilistica: perché la geometrica e luminosa organizzazione formale del sonetto permette a Ricciardi, paradossalmente, di muoversi con una felice e ispirata libertà di toni, accenti, colori di assoluta, sorprendente vivacità. Si noti l’uso esemplare di parole inconsuete e rare, splendide già nel loro suono: anacardo, biche, scisto, arieli, faglia, tura, boòpide, dulcimera; gemme musicali che mostrano visioni e dimensioni segrete e inconosciute, quasi alchimisticamente “create” dalla lingua e dallo sguardo del poeta. E poi, ogni sonetto sembra davvero vivere di una sua propria vita, perché diverso l’uno dall’altro; e ogni componimento pare quasi nervosamente mutare nel suo aspetto, pur restando, nella sostanza, fedele a sé stesso: in Velocità (p. 21) i versi s’accorpano tutti, gli uni sugli altri, uniti e stretti; ma gli ultimi due si spostano, dal punto di vista visivo, leggermente in avanti (come se volessero, anarchicamente, “staccarsi”  dalla struttura alla quale erano stati legati); nel sonetto In meditazione (p. 35) le prime due strofe sono disunite e le due terzine finali ricomposte in un’unica forma; a p. 50 si crea, invece, una sorta di teatro dialogico fondato su due voci che tra di loro si rincorrono; Ne Il bambino (p. 67) ogni verso è inciso con nitore e con fermezza, ed è seguito, alla fine, da un trattino che ne sottolinea la sognante dimensione di danza ferma; nel bellissimo secondo sonetto del dittico Impasse (pp. 69-70) si respira un’aria di fiabesca sospensione e amplificazione dei sensi, non immemore, forse, di certi echi di matrice mallarmeana e dannunziana (con particolare riferimento ad Alcyone); nella poesia Al lettore (p. 73) ogni parola finale è sdrucciola: e ciò crea una sensazione di liquido ondeggiamento, di cullante ipnosi. Dunque, ciascuno dei sonetti di questo libro è un universo singolo inserito in una dilatata galassia, a sua volta immersa in altre galassie che sempre si espandono, sospinte da una carica di estrema, emozionante energia. Perché – al di là dell’inquieta, febbrile tendenza alla mutazione formale – a rendere di particolare interesse la scrittura di Ricciardi è la plastica intensità espressiva dei versi, sostenuti da una costante, ardente stupefazione enigmatica e da un insolito respiro di maestosa ed epica solennità: «Se il cielo da lì è il nostro bardo / Ricoprendo o guardando anime chiuse / L’universo più alto è senza sguardo».




















Jacopo Ricciardi, Sonetti Reali. 
Iride-Rubbettino, 2016, pp. 100, euro 10.