Alberto Pellegatta, Piccola estate, Guanda 2025
recensione di Flavio Vacchetta
Mi pare che la poesia di Alberto Pellegatta conceda relativamente poco al lettore. Probabilmente quello "ignorante" (me compreso) all'inizio avvertirà cedere alquanto la terra sotto i piedi. Nulla di trombonesco o apertamente intimidatorio, ma certo il peso degli impliciti, dei rimandi occulti o poco spiattellati, grava il lettore, che non si sente propriamente accolto e coccolato nel confortevole cantuccio di un luogo ameno. D'altronde "non sarà rilasciato alcun diploma dopo la lettura di / questa poesia". Diciamo che è una poesia (o prosa) che non scende a compromessi nemmeno con sé stessa.
"Mi leggi senza accorgerti che stai leggendo". Ecco, questo è un obiettivo che potrebbe essere molto interessante per la poesia di oggi, specie quando ancora si preoccupa di sembrare poesia. Cionondimeno, v'è un riconoscibile filo metapoetico: in Ars poetica, nell'apparente insegna del "non so cosa voglio" che richiama famose dichiarazioni "negative", le parole avanzano "verso il passato, controvento / come gli uccelli di Picasso", ma io ravviso, in questo mo(vi)mento, uccelli escheriani, che sono volatili o pesci, e cielo o acqua; oppure immagino gallinacei incedere scattosi e feroci come magiche trasmutazioni dei loro antichi progenitori dinosauri. È anche la copertina (non so se vi abbia avuto voce l'autore) a suggerirmi questa immagine di uccelli terricoli che incrociano le loro impronte sulla sabbia, a sottolineare l'impermanenza del tutto. V'è anche il moto, in parte, opposto, dove per es. si inclina a un succedaneo della monumentalità, e cioè a una, più modesta, mineralità, quando il poeta si figura pietra, roccia, scoglio, sassolino, ghiaia… D'altronde, le impronte possono a volte fossilizzarsi e permanere nei millenni. Le metamorfosi appaiono mirabili quando avvengono sul momento, ma lo sono ancora di più quelle impercettibili delle ere geologiche. Per questo non bisogna avere timore dei versi che non si affannano a dimostrare nulla nell'istante, ma lavorano come l'acqua con il calcare a produrre fantastiche concrezioni in salita o in discesa, a scavare le pietre e così via. Ciò che non ci si concede subito è spesso più desiderabile, come si sa.
Ovviamente, non si tratta di una poesia (o una prosa) che rinuncia al controllo, anzi vi è un accorto uso delle figure retoriche: per es. nel testo ispirato all'attentato di Capaci, auto "ricoperta dall'argilla dei depistaggi", "tubercolosi della terra", "sole eversivo", "velenoso profumo dell'oleandro", "l'elicottero trasporta lì sopra il tramonto" ecc. C'è, come dicevo a proposito dell'acqua, un lavorio incessante, fatto di scostamenti dalla semantica comune, con tocchi ironici e surreali, che andrebbe indagato ben oltre questa che non è nemmeno un'introduzione ma solo un'impressione.

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