Loro siamo noi

Manuel Lantignotti, Vista parco, peQuod 2022, collana «Portosepolto» a cura di Luca Pizzolitto

recensione di AR


Colpisce la matura sobrietà di questo poeta classe 1994 che cita in esergo e in chiusura Montale e apre la raccolta con una poesia in cui dice della nonna (p. 14): “… Ha ragione a confondersi, / a ripetere tutti i nomi come un rito, / tinte mescolate in un dipinto, // famiglia.”

E certo colpisce, come ha colpito il curatore della collana «Portosepolto», il distico finale a p. 18: “che gratitudine, poter percepire / e non comprendere mai.”

Così come restano infissi (dolenti e stimolanti) nel lettore i versi a p. 21 che proponiamo nella loro integrità: “Nell’affanno tengo a mente: / per l’universo siamo già solo memoria. // Il futuro / è un massacro senza lutto, / sipario e pura luce.”

Manuel ha una forza tenue e primigenia che lascia tracce delicate eppure indelebili (p. 26): “sono un fiume di milioni di primi vagiti / che dal sangue nasce / e rinasce.”

Non possiamo poi che concordare con quanto affermato a p. 28 (una pluralizzazione ribaltata deJe est un autre di Rimbaud): “Comprendi / che non c’è mai un loro? // Siamo sempre noi // ritratti sovrapposti.”

Sì siamo tutti nodi, variamente interlacciati nel tempo, di una rete in cui ciascuno, nella propria unicità, viene definito appunto dalle relazioni e degli eventi che costituiscono il proprio gomitolo di vita. Se i legami si indeboliscono, se la memora svanisce, l’individuo si sfuoca risultando a sé stesso e agli altri via via più scialbo ed evanescente. La poesia, come l’amore, può però consolidare il grumo di spirito e carne che siamo, e lo può vitalizzare anche la musica (p. 29): “Basta poco / per sintonizzare il corpo, / una musica e sei altro, / la tua stirpe, le tue guerre.”

La raccolta ci pone anche domande coinvolgenti per il non detto che alimenta una curiosità empatica. Come interpretare, ad esempio, la poesia a p. 35? Eccola: “Scendo a patti, / accolgo il simbolo, / che riveli il suo disegno // a me, che Dio l’ho perduto / tra le bugie di un padre.”

Forse non ci sono risposte (meramente razionali). È necessaria anche una affettività profonda, ovvero una fede che, come sosteneva Tertulliano, non teme l’inspiegabile (p. 38): “Non nelle formule esatte, / nella logica inconfutabile; / la ricerca non è deduzione, / fitta costante il percepire, / assilla le tempie / lieve. // Risolvere il teorema dell’esistenza, / dimostrarla per assurdo.”

Intensissima anche la poesia a p. 37 che potrebbe essere la confessione deontologica di un chirurgo (lasciamo a chi leggerà il libro il piacere di scoprirla). Così come l’immagine della clessidra orizzontale a p. 41 e la preghiera a p. 42 che si chiude così: “Ecco, lasciate che tutto scorra e io, / io sia l’unica cosa immutata / e fragile.”

Insomma un’opera d’esordio di cui sentiremo parlare, per la sua verità e il suo nitore, per le sue fotografie emozionanti e le questioni importanti poste con un’ironia che sa mettere e mettersi in gioco: “L’infanzia in periferia ricorda / la solitudine dei capolinea” (p. 46); “… Quale potere / resta all’uomo che d’infinito, / nell‘infinito, non ha niente?” (p. 56); “Non una foto a ritrarci insieme: / arredare i ricordi // per questo incornicio parole” (p. 63).

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