mercoledì 8 aprile 2015

Mario Fresa, un'estrema dinamica visiva



Mario Fresa




Recensione di Marisa Papa Ruggiero



Cosa ha inteso fare Mario Fresa con il suo ultimo libro di poesie, così inconsueto e spiazzante rispetto ai suoi precedenti, è una domanda che sulle prime  si affaccia nella mente di più di un lettore.  Mario Fresa ha schizzato delle stilizzazioni, delle annotazioni, assecondando una dinamica visiva estemporanea, senza filtri emotivi o correttivi di sorta prelevati dalla casualità quotidiana nel suo svolgersi al pari di certe istantanee fotografiche e le ha appuntate, scrupolosamente, una per una con degli spilli su piatte superfici di carta lasciando però i pezzi sparsi del puzzle sul tavolo come in attesa di una possibile componibilità … ma, a differenza di certi rebus  che solleticano le nostre cellule grigie inducendole a giungere a soluzione, in questo Stupore quieto la possibilità di decifrare il senso della maggior parte di siffatti “quadri d’ambiente” ci è sistematicamente, inesorabilmente precluso. 
E ci chiediamo che cosa mai si rappresenta all’interno di questo “teatro” in cui indoviniamo intrecciarsi innumerevoli fili riconducibili ad altrettanti garbugli di eventi i cui nessi ci appaiono del tutto o in parte stravolti nello scorrimento di snodi esistenziali nevralgici che solitamente sfuggono alla nostra ordinaria attenzione; eppure, proprio all’interno di quegli scarti minimali, anonimi, riusciamo a percepire che si stanno consumando fondamentali rivolgimenti del destino, imprevedibili svolte fatali dai contorni inquietanti, come ad esempio, le agghiaccianti esperienze del crimine, vissute talvolta da qualcuno dei personaggi, o quelle altrettanto laceranti, patite da altri in istituti per malattie mentali: «qual è la forza che ci spinge a uscire, a colpire?» (p. 72), o ancora, a p. 33: «… Ma chi può togliere, da lì, quelle figure nere, / quegli eccitati inganni?» (ma non udiamo nessuna voce, è solo la risonanza interiore di una coscienza che fa eco sulla pagina e ci stringe alla gola), oppure, semplicemente, vediamo profilarsi sequenze di eventi del tutto insignificanti, destinati, di lì a breve ad essere dimenticati, o rimossi. «Nell’angolo accecante di questa dura luce di titanio / perfino i nostri nomi sono finiti, adesso, nella rete / di un biancume formicolante, nel fragile / attrito di un ricordo.» (p. 42).
 Fresa ci mostra, con veloci scatti allusivi, con irresistibili “passaggi dribblati” nel ritmo dalla narrazione, una molteplice varietà di microeventi disegnati con tratti sgomenti o ironici, partecipi o in qualche caso persino burleschi, che si intersecano o si contrappongono da risultare replicabili all’infinito, se non addirittura intercambiabili: «… avevo conosciuto, in un istante, la coincidenza della gioia con l’improvviso scricchiolio di quelle cose che finiscono ed esplodono, e che insieme ti risucchiano tutte in uno strano buio, fiammante e sconosciuto …» (p. 49).
Ma più in generale, la telecamera interiore di Mario, con la sua lente impietosa, intende metterci sotto gli occhi la perdita di senso del reale nel suo complesso, la cruda degradazione etica, culturale, antropologica della nostra attuale società, sempre più massificata, la cui situazione appare così compromessa che non si può che osservarla costernati. Ed è di tutto ciò che vuol renderci partecipi l’Autore convocandoci in questo libro, nel quale, forse, ci sentiamo costretti, almeno in parte, a riconoscerci: egli vuol farci condividere il proprio sgomento nel constatare l’incredibile ottusità degli eventi, l’assoluta inesplicabilità del male: «Ma chi mi salverà, pensavo, quasi piangendo; / chi mai mi salverà da queste mani / che hanno smesso di capire, da queste mani che si fanno più fragili / e più esperte, più dolci e più cattive?», (p. 70).
Direi che la peculiarità di questa scrittura, nonché il suo pregio maggiore a mio avviso, consista nell’aver affrontato la materia narrata da due differenti modalità di sguardo: quella attinente a uno scavo in profondità fino a toccare frammenti di bruciante tragicità dell’essere, e l’altra, parimenti consapevole, esposta ad una stupefatta, annichilita lontananza di sguardo, raggiungendo, nell’alternanza armonica di registri diversi: poesia e prosa narrativa, una ammirevole sintesi stilistica.
Al lettore, la constatazione di non poter leggere in modo univoco la realtà esistente, al tempo stesso tragica e paradossale, implacabile e astrusa. Potrà, invece, leggere tra le righe non solo la condivisione di un dolore comune ma, come in filigrana, un invito alla riflessione, quasi una sottile sfida a scavalcare le linee di contenimento imposteci dalle convenzioni, dalla superficialità, dalla falsa coscienza e scegliere di andare oltre, tutti insieme, sempre oltre le barriere di una stagnante rassegnazione, andare oltre un quieto stupore.

Marisa Papa Ruggiero





Mario Fresa
Uno stupore quieto
Prefazione di Maurizio Cucchi
Edizioni Stampa 2009, Varese, 2013
pp. 80, € 10