William Stabile in Labyrinthi. Vol. 3 Antologia poetica a cura di Ivan Pozzoni

recensione di Vincenzo D'Alessio


Impressa sui bianchi fogli di carta, a giugno di quest’anno, il nero inchiostro delle parole ha dato vita alla “monumentale” (cito il curatore) Antologia Labyrinthi. Vol 3 che nelle intenzioni del curatore (ed editore) Ivan Pozzoni dovrebbe essere: “nuova forma di resistenza etica / estetica interessata a combattere vecchie e nuove forme di dominanza, naviga, come la Nave dei folli di Bosch” (dall’introduzione).
Le intenzioni sono forti e complesse al tempo stesso. In qualche modo richiamano alla mente i movimenti letterari (vedi il Futurismo e il Dadaismo) apparsi agli inizi del secolo appena trascorso che preannunciavano purtroppo le grandi tragedie che hanno fatto dichiarare quel secolo “Il secolo breve”. Due dolorosissime guerre mondiali con la scomparsa di tante voci singole: voci di poeti, scrittori, esseri umani.
Il curatore, proprio mentre contrappone gli intenti di quest’opera ai tempi attuali, evidenzia i tratti labirintici del tempo della parola e la necessità della memoria: la parola muta, invecchia, risorge, si frammenta, si rinnova, proprio come gli esseri umani che la utilizzano: “Labyrinthi si reinventa manuale di astrofisica, orientato a disvelare ogni tentativo d’essere 'voce' nell’accecante orizzonte artistico attuale, senza emarginazioni aristocratiche, o manuale d’archeologia, indirizzato a dissotterrare istantanei messaggi d’esistenza, come se fossero stati affidati a graffiti sui muri dei bordelli di Pompei o a commenti artigianali sui bordi di vasi etruschi” (dall’introduzione). Senza questi “segni” lasciati da altri uomini prima di noi non saremmo quello che oggi siamo nella scrittura, nella letteratura, nella Poesia, nel teatro, nella Storia dell’Arte.
Il messaggio della parola giunge dal passato a rafforzare il presente e a scandagliare il futuro. L’uomo è l’essere vivente che dalla nascita della scrittura ha teso a “memorizzare” luoghi, eventi, sogni, grandi dolori, traducendoli nei Miti, nei Poemi, nella Storia. La Poesia è stata ed è l’ancella per eccellenza del Tempo, intesa come lotta tra il Divenire e il Nulla al quale ogni essere vivente è destinato. Ogni voce poetica che emerge dal Caos dell’evoluzione è un lampo nel buio dei secoli; il tuono che ne deriva si scarica al suolo e feconda di elettrodi la terra.
Ogni forma di aggregazione è positiva, perché somma nel coro la specificità di ogni voce. Anche questa “Antologia Poetica” contribuisce alla costruzione di quella “weltanschauung artistica (…) intenta a sollecitare (…) la fabbricazione di sistemi di valore idonei a rifondare un dialegesthai comune” (dall’introduzione).
Una voce emergente per la sua poetica sincera e innovativa, utilizzata già nei primi versi comparsi nella raccolta: Contrappunti e tre poesie creole (Fara Editore 2006) è quella di William Stabile. Nell’esergo che introduce la raccolta “Pantheon” contenuta nell’Antologia di cui parliamo si legge: “A Dirk e Lapo. Al loro immenso contributo all’umanità”. L’ironia costruttiva dei versi parte dalla contrapposizione della grande ricchezza e dell’immensa povertà. Seguono nella poesia eponima i distici legati tra loro dall’appartenere al mondo luccicante della moda, dei profumi, della pelletteria, dell’abbigliamento, della quotidianità come i rasoi da barba.
Una costruzione mastodontica strato su strato che regge agli urti del tempo e agli squilibri dei mercati mondiali. Un gigante immenso che raggiunge vette inimmaginabili, algide, frequentate solo da ricchi rampolli discendenti di abili famiglie. Rivolgendo lo sguardo attento al percorso poetico di Stabile , la poesia Contrappunto apparsa nella prima raccolta e ripresa dal poeta inglese William Woll, si fa percepire la forza del cambiamento: il poeta è il cambiamento non soltanto con i suoi versi ma con la sua reale esistenza:

There are moments, precise moments in my evenings
In which I case to be a man:
I traverse season in a few minutes;
I shed thoughts in spirals, lines of certainty, half-truths,
So the wheat sheds its husk
At the first biting wind of September
 

( Counterpoint )

Tornano alla mente le belle pagine di George Orwell, dell’attualissimo romanzo 1984 (Mondadori) scritto nel 1948, dove antropologicamente prendono corpo i messaggi che i versi di William Stabile ci inviano: “Le masse non si ribellano mai in maniera spontanea, e non si ribellano perché oppresse. In realtà, fino a quando non si consente loro di poter fare confronti, non acquistano neanche coscienza di essere oppresse” (pag. 214).

Riporto il contributo di cui parlo nei versi del Nostro tratti dalla poesia Il caimano (pag. 83): “(…) Alle 4am se ne sta sulle rive del letto / Disteso lungo a mo’ di un caimano / Le zampe piegate sotto il corpo inerme / stringendo la sua vittima, / l’unica possibile./ (…) Nel cuore un punto-e-virgola / duro come d’anacardio.”
Gente che si nutre dei sacrifici degli altri, delle loro esistenze, svuotandole dei valori etici, costringendoli ad essere una massa incosciente: unica vittima. Poi questi stessi “caimani” offrono denaro per diverse cause proprio come il frutto scelto metaforicamente nei versi citati: l’anacardio: molle all’esterno, come falso frutto, duro all’interno come pietra. Esempi che anche il neo papa Francesco, nei suoi incontri con le immense masse di fedeli ha voluto esorcizzare dal falso bene che procurano alla Chiesa.
Il poeta seduto sulla luna (pag. 84) apre con un motivo classico, quello della Batracomiomachia leopardiana, profondamente ironico, tristemente moderno, dove i due ragazzi intenti a scrutare lo stagno metaforicamente tentano di scrutare l’irraggiungibile fondo dell’esistenza. L’anafora “di sera vorrei” si pone ad indicare la solidità delle scelte attuali verificate poi nella vecchiaia. Il dialogo con l’intera umanità si accende e continua, perché il poeta vorrebbe essere ascoltato, quasi che il rimorso potesse raggiungerlo per non aver adempiuto al compito al quale Madre Natura l’ha destinato: “Noi: Parlamentari dello Stagno.”
Innata è la forza del viaggio, proprio come una meteora che attraversa il cielo di molte realtà, in William Stabile. Ci sorprende quel suo costruire tessera dopo tessera, verso dopo verso, il complesso mosaico della poetica irriverente, esacerbato dalla lotta impari e stupenda intrapresa contro il gigante che domina il nostro mondo: “Il grande fratello”. Il poeta è qui, in questi versi che formano la chiusa della poesia Il poeta seduto sulla luna: “Chi bacerà i tuoi labbroni da negro? (…) / Forse il ragazzo che tra le canne si confonde / mentre orina alla luce / della luna.”

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