Su La valigia del meridionale e altri viaggi di Vincenzo D'Alessio


recensione di Narda Fattori

Il viaggio è la metafora della vita: c’è un inizio in cui siamo inetti e bisognosi cui segue un’infanzia gioiosa spesso (dovrebbe essere sempre) e quindi un gioventù ebbra di sogni e una maturità quietata, l’oasi che si è raggiunta per riposare, non più nell’arsura, nella fatica, nell’insoddisfazione.
Il viaggio è invece un percorso che non termina su questa plaga, che non giunge, con la mente satolla all’oasi: ci chiama a lacerarci ogni giorno per la meta che sempre si allontana e si nasconde. Eppure il viaggio è qualcosa di buono anche quando fa male perché si oppone alla stasi, all’imputridimento dell’immo

bilità, perché ci fa spalancare lo sguardo sempre su nuovi panorami, perché costruisce un territorio all’essere e deprezza l’avere , l’ingombro del  trattenere.
Il viaggio è anche coartazione quando è ricerca di un luogo dove lavorare, quando spinge in territori stranieri, quando ti allontana dalle radici e senti la linfa farsi esigua. Ecco perché i viandanti amano tornare: impressa indelebilmente nella pupilla, ma soprattutto circolante nel sangue, ci sono i luoghi cari, le persone amate, le matrici dell’identità.
D’Alessio un tempo , come tanti meridionali, ha chiuso la sua valigia di cartone e se n’è andato al nord: è andato con la mente, il suo cuore è rimasto nei paesaggi dell’Irpinia che lo hanno visto farsi giovane laureato con tanti sogni sulle spalle.
L’esperienza dell’emigrante gli ha fornito occhiali dalle lenti ben adeguate per vedere l’ingiustizia, con sorelle e fratelli (egoismo, prepotenza, opportunismo, menzogna, maldicenza…) , spadroneggiare sul mondo. Ovunque e in nessun posto era la sua casa. L’emigrante tornò, tornò per amore della terra e della sua gente , ma ormai l’opportunismo si era fatto padrone ; bisognava combatterlo, ma con quali armi? La delusione grande si assimila che la propria terra è là dove c’è corrispondenza d’anime.
Si veda la poesia Monologo a pagina 19 dove il viandante è tracciato anche simbolicamente nei sandali, nella stanchezza, nel suo riposare sotto l’ombra dell’albero. Ma non è questo il luogo di sosta che appacifica, solo «la luce senza fondo della notte può regalare la forza di rivivere».
Ma non si piega Vincenzo: «Tempo che mi urli dentro / non hai pace, cemento hanno / portate dentro aie/ gli asini sono morti dio dolore / la terra abbandonata ai costruttori /… / noi siamo i muli non venduti / affaticati dal viaggio di ritorno / ai figli cediamo pezzi di carta / ai politici parole di sventura /…»
Questa è poesia , poesia civile, quella che non ha lo sguardo fisso sul proprio ombelico, centro del mondo, ma si occupa e si preoccupa dei tempi. E se è vero che sempre si è detto , riferiti a quelli contemporanei, mala tempora currunt, qui non si fa una lode passatista dei bei tempi andati, ma si mette in luce un evento che è sotto gli occhi di tutti.
Così «L’erba che muore sotto i camion / piange verità di  anni chiari / illesi nelle nostre menti a salvarci.»: il passato è memoria ma anche valore, oggi spezzato, svenduto, che imbruttisce imbellettando.
Sorte questa che ci tocca a tutti, noi che mangiamo pane e seppelliamo gli stessi anni.
Poesia che ci riguarda, che ci tocca, nella mente, nell’animo; anche noi viaggiamo sullo stesso treno che le ore del dolore rendono interminabile.

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