Visualizzazione dei post in ordine di data per la query recensione di Giancarlo Baroni 2023. Ordina per pertinenza Mostra tutti i post
Visualizzazione dei post in ordine di data per la query recensione di Giancarlo Baroni 2023. Ordina per pertinenza Mostra tutti i post

venerdì 19 gennaio 2024

Sul bestiario di Marco Simonelli e su altri bestiari

recensione di Giancarlo Baroni



I  poeti italiani contemporanei parlano spesso nei loro versi di animali, basti pensare a L’anguilla di Montale. Francesco Zambon nella Premessa del volume L’iride nel fango (Pratiche editrice 1994) scrive: «La critica è pressoché unanime nel giudicare L’anguilla uno dei vertici assoluti della poesia di Montale e di tutta la poesia italiana del Novecento». Saba, alla fine degli anni Quaranta, scrive una raccolta intitolata Uccelli, titolo anche della seguente lirica colma d’affetto: “L’alata / genia che adoro – ce n’è nel mondo tanta! –  / varia d’usi e costumi, ebbra di vita, / si sveglia e canta”. 

Per venire ad anni più recenti, scelgo i nomi di due notevoli poeti: Giampiero Neri e Pier Luigi Bacchini. Elisabetta Motta inizia con queste riflessioni il volume Degli animali. Viaggio nel bestiario di Giampiero Neri (CartaCanta 2018): «La presenza [degli animali] nei suoi scritti è una costante così ricca e variegata da costituirne un vero e proprio bestiario».  La natura, nella totalità dei suoi aspetti, sta al centro dell’opera poetica di Bacchini. Innumerevoli alberi, erbe, germogli, fiori e vegetali, ma anche parecchi animali entrano con maggiore o minore evidenza nelle sue poesie; il regno animale è ampiamente rappresentato, narrato, ascoltato, indagato con precisione e intensità; la raffinatezza è pari alla forza.

Alcuni poeti italiani riservano nei loro libri una sezione specifica agli animali, per  esempio la prima parte del volume di Ermanno Krumm Animali e uomini (Einaudi, 2003) si intitola Zoo; un capitolo del libro di Rosita Copioli Le acque della mente (Mondadori, 2016) è intitolato Animalia; anche una piccola sezione della raccolta di Antonella Anedda Historiae (Einaudi,  2018) si chiama Animalia. 

Difficile leggere libri dedicati interamente agli animali, ne sono esempi particolarmente  riusciti   Animali in versi. Un nuovo canzoniere (Einaudi, 2022) di Franco Marcoaldi e Il bestiario delle bestiacce di Annalisa Macchia (Pagine, 2020).

A questi due volumi si aggiunge  quello recentissimo dello scrittore fiorentino Marco Simonelli intitolato Bestiario, pubblicato nel 2023 da Industria & Letteratura. Contiene 95 poesie ognuna formata di 8 versi in endecasillabi rimati secondo lo schema ABABCDCD. Una struttura  rigorosa adatta ad accogliere una rigogliosa immaginazione senza imbrigliarla; convivono nei versi regole precise e levità di tocco, maestria e spensieratezza. Ogni titolo coincide con gli animali di volta in volta presentati i quali formano uno zoo variegato e ibrido dove vivono per esempio  serpenti («Di sibili malevoli, di spire. / Di squame e lingue bifide, veleno»); mosche (“Quest’ospite importuno penetrato / dallo spiraglio aperto alla finestra – / un unico solista disperato / che ronza come fosse intera orchestra»); scimmie («Qualcosa di quel muso o la postura / è stranamente molto familiare»); castori  («Con i denti davanti pronunciati / per sgretolare tronchi, arbusti e rami. / Una diga di legni accatastati / in un silenzio privo di richiami»); lucertole («Un’ostinata veglia sotto il sole. / Le lunghe lingue molli e biforcute»); meduse («La molle gelatina viola e grigia / resta a galla solcando la marea»); talpe («Sottoterra scavare senza sosta / chilometri di tenebre e cunicoli; / è solo una strategica risposta / a  superfici piene di pericoli»); pipistrelli («Usciranno col buio dagli anfratti, / dalle grotte, dai tronchi cavi e muti. / Una torma caotica di ratti / svolazzanti. Non sono i benvenuti. / Volteggeranno cupi sopra il tetto, / guidati da invisibili ultrasuoni. / Nasconditi veloce in fondo al letto / e spera che la notte ti perdoni».

domenica 5 novembre 2023

Un mondo pieno di piccola meraviglia

recensione di Giancarlo Baroni



Dal 2016 ad oggi sono stati pubblicati da Samuele Editore tre eccellenti libri di haiku composti da Luigi Oldani che, dato biografico rilevante, ha soggiornato diversi mesi in Giappone e da anni è un praticante Zen. Nella Prefazione alla prima raccolta (settembre 2016, 46 pagine, intitolata Haiku italiani) la poetessa Alba Donati afferma: «Luigi Oldani scrive haiku in maniera tradizionale. Voglio dire che l’esemplarità dell’haiku è qui espressa al massimo grado. C’è il tempo, il grande tema dei poeti di tutti i tempi e tutte le latitudini, ci sono le stagioni, gli alberi, c’è una freschezza del dire, come se le parole fossero nate lì sulla pagina, e c’è un vuoto che risplende». Come ventagli è il titolo della seconda raccolta (settembre 2019, 58 pagine) con la Prefazione del critico Paolo Lagazzi, esperto e appassionato di questi componimenti poetici, che dice: «Nei suoi haiku, estremamente schietti e nitidi sul piano linguistico, negati a qualsiasi retorica, mi pare quasi sempre di percepire qualcosa che eccede il linguaggio, qualcosa che nasce da una capacità autentica di entrare in vibrazione col mondo […]». Il volume più recente (aprile 2023, 68 pagine) ha per titolo Qui sottovento. Nella sua ampia Prefazione la studiosa Cristina Banella fa notare che «Quando si leggono gli haiku di questa nuova raccolta di Oldani, paradossalmente il primo posto in cui si viene proiettati è il silenzio». E aggiunge: «In realtà questa silloge, al di là degli accostamenti che sollecita con i grandi del passato e la cultura giapponese, è profondamente inserita in un flusso di tempo e le stagioni si rincorrono scivolando l’una nell’altra». 

Risulta pertanto abbastanza chiara la sostanziale continuità fra i tre libri; una continuità dinamica composta di sottili variazioni. 

Con poche essenziali parole, gli haiku ci permettono per un attimo di intravedere intuitivamente  una verità inafferrabile e sfuggente che possiamo solo sfiorare e mai afferrare completamente. Non servono artifici e complicazioni intellettuali ma semplicità di sguardo e naturalezza di gesti; occorre la disponibilità a lasciarsi avvicinare dalle cose del mondo in un rapporto fondato sulla simpatia e sull’empatia: «Guarda il tramonto / la libellula con me / lei sul ramo»; «Il vicino apre / all’alba le persiane / ci salutiamo». Gli haiku hanno a che fare con la magia, l’incanto, la sorpresa, lo stupore,  

La natura è la regina di Qui sottovento; animali di ogni tipo  ne animano i versi: boccheggia «un pesce tra la sabbia»; rare lucciole in una «notte d’estate»; un moscerino finito dentro il bicchiere; un’ape che gironzola e un’altra che danza vicino a un fiore; «cicale in coro»; un airone; «brillante lo scarabeo»; un pettirosso che plana; «con noi stasera / mangia l’amico merlo / pioggia di semi»; l’abbaiare distante di un cane solo. Come nelle due precedenti raccolte, anche in questa terza l’animale feticcio per Oldani è il gatto, in questo caso specifico una gatta con cui instaura quasi un rapporto di fusione e immedesimazione: «La gatta lo sa / mi s’accuccia d’inverno  / siamo uno…». Anche fiori e piante crescono rigogliose nelle pagine del libro: un cipresso che custodisce dolori; «l’olivo santo»; l’edera che soffoca l’albero avvolgendolo; alberi in fiore oppure spogli; origano; girasoli; il giaggiolo; il fiore di sambuco; «camomilla al vento»; rosa canina; il giallo maggiociondolo; pruni fioriti dietro i quali «freme una stella»; «intorno ai pioppi / nubi nere d’insetti»; fiori di fucsia; «l’acero rosso / mi solleva con le foglie / primo autunno»; «accoccolate / nel riccio le castagne / freddo d’autunno».

Le stagioni si succedono con gli elementi naturali che le contraddistinguono: il vento «che soffia tra le foglie»; luna in ombra oppure che brilla «sulle tegole di brina»; il freddo  e il gelo; nebbia che sale o che s’addensa; l’umidità del bosco; il rosa e blu delle colline, il silenzio del monte.

Oldani si sente piccolissimo di fronte alle stelle davanti a cui si addormenta, si ritrae umilmente «mentre sbuccia la mela» o scola la pasta o  ritira i panni o si rilassa davanti al camino…: l’incanto delle minime cose quotidiane.

Termina così la Prefazione di Cristina Banella: «Un mondo pieno di piccola meraviglia, dunque pieno di malia: è questo che, prima di tutto, Luigi Oldani mi sembra ci restituisca in questa raccolta. E non si può che essergli grati per averci consegnato, in tempi tanto travagliati e angosciosi, un angolo di paesaggio quieto di neve e nebbia, pieno di colore e di sole, colmo di fascino, di riposo, di respiro».


martedì 31 ottobre 2023

La vita ci innamora e va, ci trapassa

recensione di Giancarlo Baroni



Nella Postfazione alla sua raccolta Terra magra (Il Convivio editore, 2023, introduzione di Ivan Crico e copertina del fotografo Stefano Barattini), la poetessa e saggista Gabriela Fantato scrive: «Molte di questa poesie vengono da lontano, scene di vita e luoghi del passato, incontri e perdite, ma diversi testi, soprattutto della sezione finale, sono nati tra il 2020 e il 2022, anni bui in cui tutto pareva perduto». In realtà il libro si presenta e si mantiene coeso, coerente, omogeneo sia da un punto di vista tematico che stilistico. Nonostante si tratti di un volume di oltre 150 pagine, composto da oltre 100 poesie e da dieci sezioni ciascuna con un titolo che la contraddistingue, il volume non mostra disarmonie e disomogeneità.

Numerosi gli amici, i poeti e gli scrittori che le pagine nominano  (nelle epigrafi di ogni capitolo o fra le persone da ringraziare) e che hanno accompagnato l’autrice durante la stesura di un libro importante e impegnativo come questo. Solida l’architettura, ispirati e intensi i versi, svariati e stratificati gli argomenti.

Terra magra contiene dolore, amarezza, preoccupazione. La realtà presente esibisce le sue crepe («Le strade adesso sono / una crepa tra oggi e la memoria»); i suoi crolli («scivola la casa senza requie / si trascina giù, / l’intonaco cade a pezzi, / balla l’anta, cigola sempre di più»); le sue macerie e rovine («tra le macerie dove si annidano / le finestra del domani»); i buchi, gli strappi, i tagli;  le piaghe e le ferite, i mali. Affiorano nei versi e sembrano quasi imporsi i temi lucidamente tristi dell’addio e degli addii, delle scomparse, delle perdite («Tengo le ombre dei perduti / […] dentro le mie strade di memoria, / e stanno qui con me. // Mi fanno compagnia»), delle assenze, dei congedi, delle voci smarrite e svanite («la voce / quella dei tanti, andati via, / passati come onde»), della fine che si approssima: «Anche tu vai, / stai già andando là dove / finisce il bordo, / dove inizia la marea».

Condivido pienamente quanto afferma il pittore e poeta Ivan Crico nel saggio introduttivo intitolato Dentro l’assedio di ogni volto: «Eppure negli anfratti di ogni catastrofe, nelle profondità più inaccessibili, resta nascosta “la gioia delle radici”, scrive l’autrice, restano i semi di ginestre fulgenti, pronte a ricercare luce, rami con esili foglie decise a sfidare e a resistere alla minaccia di “sguardi crudeli”».

La nostra vita avanza, inesorabilmente trascinata dal flusso del tempo («La vita, la vita ci innamora / e va, / ci trapassa, / prosegue nel suo infinito / essere e mutare»). L’approdo è scontato ma è proprio durante questo avventuroso e travagliato viaggio che la vita si compie e si realizza, non in solitudine ma in compagnia del prossimo: «vivere / tra chi vive».

Gabriela Fantato sa cogliere con sguardo acuto non soltanto lo scolorire dell’esistenza, il suo slittare via, il suo uscire di scena , il suo abbandonarci, ma anche ciò che di straordinario la vita sa quotidianamente offrirci e proporci, le sue «cadute e resurrezioni», il suo perdersi e ritrovarsi: «Eppure nelle crepe del cemento / ancora nascono ginestre fulgenti, / nel balcone di fianco / è cresciuto un leccio  / con foglie esili ma resistenti / agli sguardi crudeli / e si è fatto alto, un albero…».

A volte basta una semplice ma sincera carezza («una carezza che ci salva / dal niente tutt’intorno, / dal buio che ci assale»); un sorriso («le risate bambine / quelle che non si scordano mai»); un tenero abbraccio; un saluto affettuoso («la mano amica che mi saluta»);  per ravvivare e rivitalizzare una terra secca, sfinita e magra, per rischiarare  l’oscurità che ci assedia e per spingere il nostro sguardo più distante nel tempo e nello spazio: «La vita cresce se restano / qui e là / segnali per il dopo».

Scrive giustamente Ivan Crico che «Il raccoglitore di voci, il poeta, opera non per sé soltanto, ma soprattutto per chi verrà e lavora per il “dopo” ».

mercoledì 11 ottobre 2023

«Te lo presentano tirato a lucido»

Valentina Furlotti, Fosforescenze, Prefazione di Valerio Grutt, Interno Libri Edizioni 2023

recensione di Giancarlo Baroni





La prossemica è la scienza che studia le distanze fra sé e gli altri, fra se stessi e le cose; ha a che fare non solo con lo spazio e i comportamenti ma con la posizione che scegliamo per osservare il mondo, riguarda la prospettiva e l’angolazione che privilegiamo. Mi viene in mente a questo proposito Cosimo Piovasco di Rondò, indimenticabile protagonista de Il barone rampante di Italo Calvino, che   si ritirò a vivere sugli alberi senza smettere di partecipare alla vita terrestre e ai suoi avvenimenti, senza cessare di fissare contemporaneamente il cielo.

La poetessa parmigiana Valentina Furlotti (classe 1993) nella sua recente raccolta Fosforescenze (Interno Libri, 2023) opta per una posizione e un punto di vista né troppo dentro né troppo fuori rispetto ai fatti che racconta, descrive, evoca, abbozza; predilige margini e orli. Non è affatto una posizione di comodo ma comoda, nel senso di particolarmente adatta ed efficace, per guardare le cose e la gente con attenzione, con lentezza, indugiando e soffermandosi sui particolari, cogliendo sfumature che altrimenti sfuggirebbero. Scrive l’artista Valerio Grutt nella Prefazione: «Non sai perché ma un oggetto che hai sempre avuto davanti agli occhi d’improvviso ti sembra di vederlo per la prima volta, messo a fuoco nella luce del talento adesso è vivo, ti pare anche diverso». Il talento a cui il brano citato si riferisce è quello in generale dei poeti, talento che riesce a  cogliere caratteristiche inedite e trascurate, e nello specifico quello dell’autrice di Fosforescenze. Continua Valerio Grutt: «La poesia di Valentina Furlotti solleva la pellicola al reale, ci lascia entrare nella visione viva di ferite e illuminazioni, di sogni e impressioni, per lasciarci camminare sulla pelle febbricitante del mondo». 

L’occhio della poetessa osserva, scruta, registra, indaga, esplora, mette a fuoco con nitidezza e precisione   aspetti quotidiani della realtà e della vita («Te lo presentano tirato a lucido / capelli argentati e barba fatta / solo qualche pelo sugli zigomi / sfuggito alla lama del rasoio») oppure li reinventa, trasforma e ricrea alla luce di una creativa e rigogliosa fantasia: «Il dentista ha un’età bambina / occhi di ghiaccio e bandana fantasia». Il suo occhio fotografico e pittorico ci dona ritratti di gente comune («D’estate le donne indossano sandali. / Mostrano unghie fucsia, smalto sbeccato. / Sulle spalle borse a poco prezzo, foulard») e autoritratti domestici («Non sono brava a stirare / camicie, a mettere ordine. / Solo mi compete / ciò che è acquatico: lavare / piatti, innaffiare / piante».

Dalla sua posizione defilata Valentina Furlotti coglie frammenti di frasi che parzialmente emergono da un indistinto rumore di fondo o che rimbombano nella solitudine e nel silenzio degli addii: «Era aprile, ansimò nella cornetta: / “È meglio se ci sentiamo un’altra volta”».

I suoi versi si confrontano continuamente con la sofferenza umana ma cercano di non farsi sommergere dal dolore, tentano di fare argine. In questi momenti l’autrice sembra camminare come un funambolo in bilico sopra una corda tesa, in equilibrio precario fra la vita e il suo contrario, e il mondo sembra venirle addosso con forza d’urto: nevralgie, farmaci, compresse, sindromi rare,  ombre cardiache, radiografie, «operazioni andate male», disgrazie, convulsioni, fosforescenze come devastanti radiazioni…La poesia però non smarrisce mai la sua incantevole, originale e tenace compostezza.

Il male può essere immaginato di volta in volta con le fattezze voraci e crudeli di un piranha «dai denti d’argento» o con le sembianze spaventose di un melanoceto (o diavolo nero) che da predatore «si aggira negli abissi a quattromila / di profondità […] / esperto di incanto e solitudine».



martedì 19 settembre 2023

Una naturalezza attenta

Paolo Polvani, Miracoli del giorno, Prefazione di Massimiliano Damaggio, postfazione di Isabella Bignozzi, Macabor, pp. 64 

recensione di Giancarlo Baroni



«Se devo scrivere poesie ora che invecchio», confida Antonella Anedda in Salva con nome, «/ voglio vederle scorrere, perdersi in altri corpi / prendere vita e nel frattempo splendere sulle cose vicine». Potremmo forse usare questi versi come epigrafe alla recente raccolta di Paolo Polvani intitolata Miracoli del giorno (Macabor, 2023, p.64). I “miracoli” a cui si riferisce il titolo e che accendono le pagine del libro sono vibrazioni e incantesimi quotidiani, «sussurri, epifanie, rivelazioni», lampi che rischiarano il buio che ci circonda, dei salvagente lanciati a chi rischia di non farcela,  dei gesti di gentilezza verso il prossimo, delle briciole di generosità utili a non smarrire la giusta strada. I miracoli del giorno non prevedono scelte eroiche, eccezionali e fuori della norma, hanno a che fare con il particolare e non con l’universale, si propongono obiettivi concreti e realizzabili. Difficile non essere d’accordo con Pablo Neruda quando in Ode all’invidia promette: «Scriverò non solo / per non morire, / ma per aiutare / gli altri a vivere». E questi “altri” non hanno, nella scrittura di Polvani, nulla di generico, vago e indefinito ma assumono di volta in volta una identità precisa, un volto e un corpo. Nei versi dell’autore l’altro non è mai straniero ed estraneo, non è diverso e distante. Precisa nella Postfazione la scrittrice Isabella Bignozzi: «Paolo Polvani ha delineato un percorso poetico in cui tutto è pervaso di miracolo, perché ancora la generosità può salvare vite, il cuore distendere cortesie inattese, l’attenzione al creato aprire nuove armonie e limpidezze». Aggiunge nella Prefazione il poeta e traduttore Massimiliano Damaggio: «E profondamente, “realmente” cosa fra le cose è la poesia di Polvani, nel suo stupore di essere al mondo, di muoversi e ritagliarsi fra creature simili, analoghe, o differenti, ognuna espressione della macina della natura».

Di solito ci rivolgiamo ai Santi (intermediari fra la terra e il cielo, fra Dio e l’uomo) quando abbiamo bisogno di un sostegno, di un aiuto, di un miracolo che ci tolga da una brutta situazione, che ci salvi da una minaccia e da un guaio, che ci guarisca da una malattia. Santi e Angeli  sono i protagonisti della prima sezione del libro dove incontriamo per esempio San Giuseppe da Copertino che «salva un migrante in procinto di annegare sollevandolo in volo», Sant’Eupremio che «aveva nel cuore i muratori, / avvezzo alle impalcature e alle vertigini», Eufrasia «una vecchia santa piegata dagli acciacchi, / provata dagli affanni»,  un Angelo «furente» e un altro che sfiora «tutti con un bagaglio di splendente amore», Santa Ildegarda la quale veglia «su questa nostra solitudine»…

È però la seconda parte, intitolata Quanto sole ci vuole («e quanto / mi mancherà, un giorno, una notte, / di tutto quel sole che non ricorderemo») ad attribuire al volume la sua fisionomia più precisa, a rivelare al meglio la sua essenza. È qui che l’umanità dell’autore si esprime in tutta la sua ricchezza miscelando compassione, condivisione, vicinanza, partecipazione, solidarietà, rispetto, stima, comprensione e affetto principalmente verso i più disagiati e miseri («La povertà  non ha voce, in tanti / aggrappati al silenzio, ed è tutto / quello che hanno»). Polvani sa da che parte mettersi, da quella degli umiliati, dei sofferenti, degli angariati, degli sfruttati, dei maltrattati e più in generale della gente comune che in un miracolo del giorno qualche volta ha sperato; il suo io di scrittore non resta chiuso e sigillato dentro sé stesso ma, in questa come nelle precedenti raccolte, si apre e si spalanca all’altro, agli altri, identificandosi parzialmente nelle loro vite reali o immaginate, nelle loro storie. La parola di Polvani è sorretta da una benevola  e proficua empatia, è capace di immedesimarsi. Conferma a questo proposito Isabella Bignozzi: «Polvani è poeta di ampio sguardo […] riesce a indossare il sentire di molte creature, finanche vegetali; di elementi naturali apparentemente inanimati». 

L’autore si muove nelle pagine con una eleganza non ricercata, con naturalezza e allo stesso tempo con esperienza, con una agilità frutto di lavoro e dedizione, con «il gusto della cura, dell’attenzione, dell’amare». 


giovedì 7 settembre 2023

I numeri si agitano inquieti

Laura Puglia, La bicicletta rossa, Prefazione di Silvia Manzi, Edizioni Diabasis 2023, pp. 88

recensione di Giancarlo Baroni


Tutti sappiamo che è veramente difficile risultare semplici, soprattutto quando si affrontano temi complessi. La poetessa parmigiana Laura Puglia, che ha seguito studi classici laureandosi in Matematica e Fisica e che ha già pubblicato numerose raccolte di versi, anche in questo recente libro intitolato La bicicletta rossa (Edizioni Diabasis, 2023, con Prefazione di Silvia Manzi e Postfazione della stessa autrice) mantiene intatta la freschezza, la naturalezza, la levità che da sempre la contraddistinguono. Vivian Lamarque è la poetessa con cui forse Laura Puglia ha più affinità.

Il volume è suddiviso tre sezioni: “Il Numero”, “La Pace” e “Vulcano”. Il titolo della prima potrebbe un poco intimidire chi con la matematica non ha particolare confidenza ma in verità, tranne qualche eccezione, i versi evitano di ricorrere a un vocabolario tecnico e specialistico. Il numero viene inteso (lo conferma la stessa autrice nella Postfazione) come «elemento prezioso di concretezza» presente «dappertutto, ogni giorno ogni minuto», quasi come un organismo vivente. I numeri hanno un posto assegnato e tuttavia si agitano inquieti, fremono, sobbalzano, sfuggono e allora «occorre inseguirli / afferrarli», fuggono e ritornano e si nascondono, «fanno rumore», ci sfidano e si ribellano, a volte si perdono «in un infinito / sconcertante». Ci sono numeri esuberanti e popolari e altri elitari e antisociali,  veloci oppure lenti, musicali o aspri, piccoli o grandi, ironici o seri, vivaci o timidi. 

«È armonia», scrive l’autrice,  « / che scorre / trascende / libera dalla gravità»: «In musica / il numero / è la misura  / che dà la lunghezza della nota / la passione / l’incanto / la perfezione».

La seconda parte del libro si intitola “La Pace”. Ha ragione Silvia Manzi, soprattutto in relazione a questo e al successivo capitolo, a sottolineare nella Prefazione che « nel dialogo fra passato e presente, che del primo è viva e bruciante estensione, la centralità del ricordo è evidente sin dal titolo della raccolta». Aggiunge per chiarire ulteriormente Laura Puglia nella Postfazione: «La guerra, “scoppiata” (si diceva, come fosse un fuoco) proprio quando io sono nata nel 1939, mi ha accompagnato nei primi sei anni di vita. In campagna sul Po dove abitavo, quando gli aerei si abbassavano per bombardare, il cuore di una bambina era terribilmente scosso. E pure quando i tedeschi invadevano le case con i loro fucili spianati. Ma finita la guerra nella mia vita tutto è diventato luminoso e sicuro. Ricordo il mio professore di greco quando al liceo Romagnosi ripeteva: “Tutto si può superare, tranne la morte”». 

Dopo aerei che provocavano sgomento e devastazione, dopo rifugi improvvisati dentro grosse buche scavate nella terra e coperti di rami ed erba, dopo soldati in fuga, arriva luminosa la Pace: si può tornare liberamente a «giocare nei cortili / andare a scuola / correre / sugli argine del fiume». Finalmente, con l’entusiasmo, la gioia, l’allegria, la passione, l’energia, l’innocenza, tipici dell’infanzia «Tutti fuori / il mondo da scoprire / le strade le case / i cortili / i fiori». «Per i miei sei  anni», ricorda Laura con una gioia che a distanza di tanti anni ancora la invade, «la prima bicicletta. / Rossa. / E da quel giorno / il rosso / mi dà un’energia brillante / mi fa sorridere ridere / raccontare / scrivere». 

Impossibile oggi non pensare alle guerre che scuotono il mondo e a quella a noi più vicina: «Mattina immobile. / Silenzio diffuso. / Ma un pensiero dominante / sibila nel mio sangue. / Ucraina. Una guerra lontana / si sfracella all’orizzonte. / Come fosse qui davanti / sulla strada di fronte».

L’autrice commenta così l’ultimo capitolo, il più breve, intitolato “Vulcano”: «L’isola di Vulcano, nei primi anni Sessanta, era selvaggia, due monti verdi, Vulcano e Vulcanello, una spiaggia nera, il mare che ribolliva e accarezzava le caviglie. In questo spazio luminoso e immenso un’affinità fra due persone resta importante e tonica nel tempo». Luogo di incanti e smarrimenti, isola della memoria e dei ricordi che i vapori bollenti delle solfatare non hanno mai sbiadito: « A lungo l’aroma dell’isola / è uscita dai cassetti estivi / dal colore fiammante / dei costumi. / Profumo sottile di zolfo / sempre più leggero / amabile marchio / di scintille / e di sole».

lunedì 31 luglio 2023

L’essenza segreta della realtà

Paolo Zanardi, L’unico occhio, Prefazione di Max Mazzoli, puntoacapo editrice, 2023, p. 82

recensione di Giancarlo Baroni





Nell’ampia e accurata Prefazione alla recente raccolta di Paolo Zanardi L’unico occhio (puntoacapo editrice, 2023), lo scrittore Max Mazzoli mette in risalto la «delicata sapienza» del libro, «la straordinaria abilità di tracciare connessioni […] tra il globale […] e lo specifico […], di congiungere i punti di un tracciato che va dalla finestra sul mondo […] al cortile di quartiere». Mazzoli offre anche una spiegazione plausibile del titolo: «Le interpretazioni sono multiple […] Una di queste letture potrebbe essere intesa nella chiave che dichiara la nostra limitazione nel cogliere motivi e significazione di quello che ci circonda, della nostra esperienza umana. Come se ci fosse concesso di vedere in un modo unico e limitato». Un verso del libro allusivamente afferma che la vita «vede da un occhio solo» e un altro verso aggiunge che l’unico occhio «per sua natura travisa le distanze» .

La poesia di Zanardi (nato nel 1964 a Parma)  è elegante ma non preziosa  e ricercata, è delicata e dotata di una particolare grazia. Rifiuta l’urgenza e le accelerazioni improvvise, strepiti e toni accesi, a favore di una voce pacata, di un ritmo lento  e senza strappi. Si affida a pennellate e tocchi lievi e sfumati, a immagini mai scontate e prevedibili. Lo sguardo del poeta si posa con sobrietà e pudore sulla realtà delle cose, degli ambienti, dei paesaggi, dei sentimenti, degli affetti, lasciando intravedere la loro essenza più segreta senza avere l’ambizione di svelarla.

Sono numerose le mete del viaggio emotivo e conoscitivo che l’autore raggiunge e visita con l’animo del viaggiatore partecipe e coinvolto. Nelle pagine si mescolano «spiriti rionali» e arcipelaghi remoti,  si succedono luoghi vicini e lontani, esotici e locali, stranieri e familiari. Per esempio il Golfo di Napoli; Le Havre; l’aeroporto di Atlanta e la stazione di Falconara; il Mississippi; «Milano priva di rotondità / incastrata in angoli retti»; il Mar Nero e Odessa; le palme di Cadice «che danzano / e disegnano il vento»; l’Olanda «ghiacciata»; l’Alsazia; «il cielo in allerta su Barletta»; le «nuvole di Cornovaglia»; Porto Recanati e la sua «barriera di scogli»; Palmanova; il Canal Grande («nel sonno mi attraversano / gondole»); la «nebbia salmastra» che abbraccia Pontremoli»; l’Oltretorrente parmigiano (dove «l’immigrazione e la pensione minima / si incontrano») e i monumenti e le architetture del Centro storico cittadino dove brindare «alla salute dello spirito vagante del Correggio».

Precisa Max Mazzoli nella sua Prefazione intitolata Cogliere gli eventi in flagrante, tra l’universale e il quotidiano: «Qui prevalgono immagini e sensazioni, provenienti dalle più svariate latitudini, che nutrono il nostro bisogno di andare e di conoscere, ma sempre intrise di una consapevole malinconia dettata dal sapere della nostra finitezza».

Con dolcezza, tenerezza e acuta sensibilità l’autore esplora il mondo degli affetti più cari: «tra la tua bocca e gli orecchini verdi / oscilla il sole»; «sorridimi, lascia / che il mio sguardo corra / che inciampi lungo l’arco delle palpebre / e voli a mezza costa  / dove sconfinano le labbra». Molto riuscite e  toccanti le liriche che hanno per protagonista la figlia; cito alcuni versi: «Fammi capire che ancora / esisto, che ti rassicura saperlo. / Che in un cantuccio / conservi il suono della voce / il timbro della mia / trascorsa autorità».

Di fronte alle inevitabili domande che ci poniamo («Chi può dirmi dove origini / il miracolo che osservo?») e che  ci assillano («E noi? E la nostra voce? / Dove se ne andrà la nostra voce?»), davanti alle inesorabili consapevolezze che ci angosciano («Tra pochi istanti saremo / pensiero, ricordo. / Saremo il tramonto che gocciola / e concima la spiga nuova del giorno»), possiamo trovare consolazione, conforto e aiuto nell’«immensamente minuscolo» del quotidiano («A noi stolti / sorprende sempre la vita») che permette a ciascuno di rendere più vivibile il proprio «piccolo lembo di pianeta», di impedire che le crepe della casa e del mondo ulteriormente e minacciosamente si espandano.


martedì 2 maggio 2023

«il magistero del cielo / impone gentili inchini»

Adriano Engelbrecht, la tramontanza, Edizioni Diabasis, 2023, con interventi critici di Enzo Campi, Silvia Manzi e Giovanni Ronchini

recensione di Giancarlo Baroni





Nella Postfazione intitolata Postille in (dis)ordine sparso, l’artista e poeta Enzo Campi scrive a proposito della recente raccolta di Adriano Engelbrecht (Diabasis, 2023): «la tramontanza è un libro di interrogazioni. Ci si pone, tra le altre, la questione della parola per soppesarne l’efficacia nell’immanenza e l’eco nel divenire». 

I versi che aprono il libro recitano: «al cospetto di un silenzio despota / smisi di professare un’alterigia / di sguardo imparziale / poiché appuntito si fece il cuore / ficcato nel cesto di premute memorie». Il tempo («le premute memorie») è, come inevitabilmente avviene in letteratura (che è essa stessa un capiente archivio di selezionati ricordi), il protagonista taciturno ma sensibilmente presente di questa raccolta. Non viene raffigurato come un uroboro, cioè come un serpente che mordendosi la coda forma un cerchio dove fine e inizio coincidono, bensì come una “tramontanza” simile alle foglie che in autunno cadono ovattate le une sopra le altre. In primavera ritorneranno a coprire rigogliose le chiome degli alberi, ma non saranno più le stesse di prima e delle precedenti. Il tempo fluisce, ma la consapevolezza del suo inesorabile e ineluttabile trascorrere non lascia nei versi dell’autore tristi impronte, non deposita perfide tracce e orme traditrici.  

Nella Prefazione, intitolata Nel segreto cambiare delle cose, con la consueta eleganza e acutezza il critico Giovanni Ronchini scrive: «”la tramontanza” allude a un processo lento, come può essere quello dell’invecchiamento […] quasi impercettibile nella lunga teoria di istanti in cui accade, come avviene per le foglie […] che ingialliscono, si staccano dal ramo, scivolano nell’aria e si adagiano sul terreno». Aggiunge la giornalista Silvia Manzi nella sua nota critica: «Ma non si arrende alla tramontanza chi si nutre dell’altrove, scuce gli occhi e li apre alla poesia». 

Il rumore delle foglie mentre cadono è quasi impercettibile, non disturba l’orecchio, confina con il silenzio senza esserlo e diventarlo, allo stesso modo i fiocchi di neve si appoggiano bisbigliando un bianco mormorio: «avessi lieve la tramontanza di foglie / il loro scindersi / o le fioccature di nevi / che adagio posano grazia / a coprire asfalti e manti».

Engelbrecht ci ha abituati a un linguaggio sperimentale che anche questo libro conferma: forzature grammaticali, sintattiche, lessicali e grafiche, accostamenti arditi, neologismi creativi. Ma queste trasgressioni e sregolatezze non eccedono mai il limite del garbo, della grazia e della pazienza, non si propongono come sfregio, violazione, oltraggio. In maniera eloquente e chiara l’ultima poesia del volume rivela una scelta allo stesso tempo stilistica ed etica: «il magistero del cielo / impone gentili inchini // un rito composto di gratitudine // e fioriture spontanee». 

L’autore preferisce i toni bassi al chiasso e agli stridii, un canto ammaliante e sommesso («far cantare l’appartato / circostante»), «rallentando e diminuendo» i gesti, in attesa che qualcosa nasca e si manifesti, che le parole  come gemme sboccino nel candore («lo bianco spazio») della pagina («di minuzia posate / le une accanto a l’altre»). È attratto da ciò che si nasconde («ma segrete sillabe nutro») subito dietro la realtà, dal «mistero indicibile che le parole non possono svelare perché connaturato in esse, ficcato nella parte più insondabile di ciascuno di noi», sottolinea Ronchini. 

Sembra che  grazie ai suoi versi Engelbrecht cerchi  in qualche modo di rimettersi in contatto con l’infanzia e con il proprio passato («oh! filastrocche ventilate raso sabbia /[…] oh! canti infanti »).