mercoledì 11 ottobre 2023

«Te lo presentano tirato a lucido»

Valentina Furlotti, Fosforescenze, Prefazione di Valerio Grutt, Interno Libri Edizioni 2023

recensione di Giancarlo Baroni





La prossemica è la scienza che studia le distanze fra sé e gli altri, fra se stessi e le cose; ha a che fare non solo con lo spazio e i comportamenti ma con la posizione che scegliamo per osservare il mondo, riguarda la prospettiva e l’angolazione che privilegiamo. Mi viene in mente a questo proposito Cosimo Piovasco di Rondò, indimenticabile protagonista de Il barone rampante di Italo Calvino, che   si ritirò a vivere sugli alberi senza smettere di partecipare alla vita terrestre e ai suoi avvenimenti, senza cessare di fissare contemporaneamente il cielo.

La poetessa parmigiana Valentina Furlotti (classe 1993) nella sua recente raccolta Fosforescenze (Interno Libri, 2023) opta per una posizione e un punto di vista né troppo dentro né troppo fuori rispetto ai fatti che racconta, descrive, evoca, abbozza; predilige margini e orli. Non è affatto una posizione di comodo ma comoda, nel senso di particolarmente adatta ed efficace, per guardare le cose e la gente con attenzione, con lentezza, indugiando e soffermandosi sui particolari, cogliendo sfumature che altrimenti sfuggirebbero. Scrive l’artista Valerio Grutt nella Prefazione: «Non sai perché ma un oggetto che hai sempre avuto davanti agli occhi d’improvviso ti sembra di vederlo per la prima volta, messo a fuoco nella luce del talento adesso è vivo, ti pare anche diverso». Il talento a cui il brano citato si riferisce è quello in generale dei poeti, talento che riesce a  cogliere caratteristiche inedite e trascurate, e nello specifico quello dell’autrice di Fosforescenze. Continua Valerio Grutt: «La poesia di Valentina Furlotti solleva la pellicola al reale, ci lascia entrare nella visione viva di ferite e illuminazioni, di sogni e impressioni, per lasciarci camminare sulla pelle febbricitante del mondo». 

L’occhio della poetessa osserva, scruta, registra, indaga, esplora, mette a fuoco con nitidezza e precisione   aspetti quotidiani della realtà e della vita («Te lo presentano tirato a lucido / capelli argentati e barba fatta / solo qualche pelo sugli zigomi / sfuggito alla lama del rasoio») oppure li reinventa, trasforma e ricrea alla luce di una creativa e rigogliosa fantasia: «Il dentista ha un’età bambina / occhi di ghiaccio e bandana fantasia». Il suo occhio fotografico e pittorico ci dona ritratti di gente comune («D’estate le donne indossano sandali. / Mostrano unghie fucsia, smalto sbeccato. / Sulle spalle borse a poco prezzo, foulard») e autoritratti domestici («Non sono brava a stirare / camicie, a mettere ordine. / Solo mi compete / ciò che è acquatico: lavare / piatti, innaffiare / piante».

Dalla sua posizione defilata Valentina Furlotti coglie frammenti di frasi che parzialmente emergono da un indistinto rumore di fondo o che rimbombano nella solitudine e nel silenzio degli addii: «Era aprile, ansimò nella cornetta: / “È meglio se ci sentiamo un’altra volta”».

I suoi versi si confrontano continuamente con la sofferenza umana ma cercano di non farsi sommergere dal dolore, tentano di fare argine. In questi momenti l’autrice sembra camminare come un funambolo in bilico sopra una corda tesa, in equilibrio precario fra la vita e il suo contrario, e il mondo sembra venirle addosso con forza d’urto: nevralgie, farmaci, compresse, sindromi rare,  ombre cardiache, radiografie, «operazioni andate male», disgrazie, convulsioni, fosforescenze come devastanti radiazioni…La poesia però non smarrisce mai la sua incantevole, originale e tenace compostezza.

Il male può essere immaginato di volta in volta con le fattezze voraci e crudeli di un piranha «dai denti d’argento» o con le sembianze spaventose di un melanoceto (o diavolo nero) che da predatore «si aggira negli abissi a quattromila / di profondità […] / esperto di incanto e solitudine».



Nessun commento: