Un passo appena nell’Enchiridion celeste

di Sergio Fabbri


Hermes o un Angelo

Che una raccolta di poesie possa ancora arrivare con la posta, ha di per sé qualcosa di magico, oggi che tutto tende a essere essenzialmente digitale, privo di sostanza materiale, di corpo. È così che può giungere Enchiridion celeste di Alessandro Ramberti, un pacchettino bianco infilato in una cassetta battuta dal sole estivo e dal vento. Magia ulteriormente amplificata dalla veste grafica allo stesso tempo preziosa e delicata, come del resto nello stile consolidato dell’editore Fara. E da lì all’immersione istantanea nella lettura della intera raccolta, come in preda a un dolce incantesimo, non c’è soluzione di continuità. Queste righe, a loro volta, sono semplicemente uno dei tanti “dopo” che ne possono conseguire, andando dietro alle parole ponderate, equilibrate, ma anche folgoranti e vibranti della raccolta, con una tensione che raggiunge la superficie dell’esistenza dalle profondità più autentiche dello spirito e della materia. 

Il manuale della libertà

Come iniziare un discorso coerente? È possibile? Forse la poesia, al pari della preghiera, pretende un confronto serrato su ogni verso, su ogni termine, su ogni omissione, perché se è efficace, se comunica, non può lasciare il lettore così com’era prima che iniziasse a leggere. Trasportati in questo solo in parte dalla logica e dalla ragione, molto di più dai sentimenti e dalle emozioni, cioè dal “sentire”. E con le poesie di Ramberti tutto questo viene molto bene, tant’è vero che il commento che segue – a meno di diventare un tomo voluminoso di esegesi sull’Enchiridion celeste – si fermerà probabilmente sulla sola prima poesia, e cioè: “Libertà”. (Non un caso, questo titolo, si direbbe.)

Il fine

E già alla prima parola è necessario soffermarsi, vale a dire “fine”. Che ovviamente così, senza articolo, può fare pensare sia a “la fine” sia a “il fine”. Il significato più immediato sembrerebbe far propendere per il maschile, perché se pensiamo all’esistenza umana, a cui in effetti si riferisce, appare più ovvio pensare a qualcosa che comunque non conclude, che rimane aperto: non sappiamo quando abbiamo raggiunto “il” fine, lo scopo, della nostra vita né se, una volta raggiunto, ulteriori sviluppi sono ancora possibili. E dunque si tratterebbe di “un” fine che non conclude, che appunto lascia aperta la tanto desiderata (oltre che salutare balsamo per l’ansia) “via di fuga”. Il vivere spesso ci vuole intrappolare in reiterati soffocanti cul de sac, da cui è di solito difficile fuggire, ma verso i quali siamo sospinti proprio perché la vita è comunque rischio, scelta, ricerca di nuove emozioni. Ed ecco che il movimento vitale sembra essere costituito dallo sviluppo di una contraddizione che, se da una parte ci spinge a continuare imperterriti il viaggio alla ricerca del nuovo, dall’altra ci fa tremare di fronte alla eventualità di restare intrappolati per sempre in un destino irreversibile. Molto meglio sarebbe se, a quel punto, i vicoli ciechi fossero fatti soltanto di “polvere da rimuovere”. Ma c’è un prezzo da pagare, se poniamo dei limiti per così dire prudenziali? Alessandro è ottimista, a questo riguardo. E infatti, dice che c’è una certa sovrabbondanza di “vie di uscita”, anche se sta a noi scoprire dove si trovano. Possiamo immaginare che cosa il poeta intenda? Sì, conoscendo l’autore, possiamo immaginare a che cosa si voglia riferire: ma qui non lo dice e, se non lo dice, non possiamo forzarlo a una risposta, a una indicazione maggiormente precisa. Ci invita semplicemente a cercarla, questa “via di uscita”, ci invita a non desistere, a non lasciarci intrappolare innanzi tutto dalle nostre paure. In fondo, ogni attimo dell’esistenza altro non è che il ripetersi eterno della possibilità di cambiare, di evolvere, di trasfigurarsi.

La fine

Ma se la parola “fine” la intendiamo come femminile, che cosa succede? Forse a qualche lettore potrebbe sembrare una forzatura, a qualcun altro, invece, può essersi manifestato come una sorta di abbaglio che poi ha messo in crisi il concetto successivo: come può la fine di una esistenza rivelarsi come una possibilità non di una soltanto, ma addirittura di svariate “vie di fuga”? Se la vita è giunta alla sua conclusione, come può essere che ci vengano date ulteriori opportunità per “costruire un dedalo / che possa generare / sempre nuove emozioni”? Accettando un tale slittamento di significato, uno scossone quasi folle, una specie di sisma sintattico, veniamo proiettati decisamente in un’altra dimensione, dove non siamo più invischiati nelle solite trappole esistenziali della realtà terrena. E a conferma di questo, se pensiamo di doverci dare nuove prospettive alla fine del nostro percorso umano, giunge quel riferimento che altrimenti appare annullato nella sua ovvietà: “A noi viventi piace”. Perché qualificare la nostra natura come “viventi”? Forse Alessandro, con garbo e gentilezza, non ci sta parlando di un luogo in cui gli ostacoli sono qualcosa di polveroso e di facilmente rimuovibile, ma ci sta proiettando in un mondo qualitativamente differente, nel quale anche “la” fine della nostra esistenza può essere riscritta continuamente. Ed è con questo spirito che ci dobbiamo avvicinare a essa.

Il finale 

Naturalmente, il finale può essere ricercato unicamente tra le tante parole ispirate del manuale del poeta: “può essere un inizio / un dire sono qui”. Dove però – attenzione – quel dire è proprio di chi si sa mettere da parte e sa molto bene come praticare l’umiltà della parola profetica.

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