Dialogando con il presunto “angelo caduto” di Giuseppe C. Airaghi

di Sergio Fabbri


Quanto segue, non intende essere un commento agli ispirati e ispiranti versi dal titolo Monologo dell’angelo caduto di Giuseppe C. Airaghi (Fara 2022). È, invece, il dialogo nato spontaneo leggendo quelle poesie, appunti rapidi e non ragionati riportati a matita a margine delle pagine.
 

Omaggio a Win Wenders

… ma anche l’uomo è chiamato a uscire dalla propria condizione, cioè ad abiurare… perché interessa questa domanda? forse quando si fa una scelta del genere, si è disposti a non guardare più indietro: anche il pentimento può essere una tentazione…

Prologo

… ciò che è davvero “chiaro” non è “comprensibile” perché ancora stiamo ragionando e non ci arrendiamo all’evidenza… perché tendere a un “ritmo accettabile”? è giusto accontentarsi? probabilmente, è quella la funzione fondamentale delle parole (poetiche): condurre al “perdono” – ovviamente, è importante precisare di quale perdono si parla – parola tanto abusata quanto connaturata alla nostra essenza…

Prima parte

1

… è proprio così, cercare ovunque l’inizio del mondo! cosa è successo? è davvero questa la “vera” umanità? e se non di un risveglio alla triste realtà si tratta ma, viceversa, di un cedimento all’illusione che il mondo sia stato creato… imperfetto?

2

… forse da sempre (non soltanto a partire dai greci) pensiamo che la vita vera sia teatro e parliamo di rappresentazione e di protagonisti, come se fosse la salvezza… forse i miracoli non li pretendiamo più quando con meraviglia capiamo che la vita è un miracolo continuo…

3

… anche l’angelo soffre una dualità? e se l’angelo si fosse confuso? e se pensa che il bello dell’umano altro non sia in realtà che un… troppo umano, cioè già una deviazione dalla vera natura umana? davvero siamo uomini se lasciamo segni tangibili e, invece, non cerchiamo semplicemente di tornare a casa?

4

… sembra all’opposto che a parlare sia un uomo che si sforza di convincersi che non è possibile che in lui ci sia l’angelicum o, meglio ancora, il divinum…

5

… è proprio così (che l’angelo abbia rinunciato al tempo eterno)? esprimere giudizi è quello che l’essere umano fa abitualmente, ma non è l’unico atteggiamento possibile: al di là del giudizio si trova la chiave risolutiva: è come se l’angelo si creda innamorato delle qualità terrestri che non sono tra le migliori…

6

… talvolta si ha paura a nominare quello che si percepisce… c’è questa oscillazione tra un presente fatto di luci e ombre (in cui pare difficile scegliere un assetto definitivo) e un futuro a cui però non viene riconosciuta (per pudore? per vergogna?) alcuna dimensione escatologica, apocalittica… è come se la poesia ci sospendesse (o sorprendesse) eternamente in questa terra di mezzo…

7

… e nominandolo (il male) che cosa succede? e l’ingiusta condanna? davvero non tutto è perdonabile? considerato dove viviamo, avere indecisioni illegittime, è più che legittimo! magari il problema principale non sono i luoghi che scordiamo, quanto l’oblio costante di chi siamo…

8

… ma c’è un miracolo a cui non bisogna smettere di credere: l’incontro non atteso, l’evento apparentemente casuale di prossimità con l’Essere in cui siamo ciò che altrove non possiamo essere… ed è un miracolo non per la sua improbabilità, bensì perché, pur nella sua umile banalità, ci può condurre nel più alto dei cieli…

9

… questo è proprio – la gioia improvvisa e senza motivo – ciò che dovremmo osare chiamare con il suo vero nome: Spirito! poi ci possono essere “annunci” senza altra specificazione o notti non del tutto menzognere… ma perché pensare a parole senza ascoltatori, quando la parola è il segno originario che esistere è essere in relazione?

10

… l’idea che gli angeli non possano stupirsi è solo un nostro pregiudizio… è un inganno riuscitissimo del male quello per il quale il paradiso (terrestre o meno) era un luogo di noia e in fondo le imperfezioni sono il sale della vita… siamo noi a esserci autocondannati al ruolo passivo di spettatori paganti…

11

… è questo uno sguardo d’uomo o d’angelo? incantevoli versi rilkiani che portano ovunque…

Seconda parte

1

… se è vero come dice Bachelard che le parole poetiche hanno una natura ontologica, probabilmente è più suggestivo pensare che sono loro a spingere, a incoraggiare la mano nascosta…

2

… Cioran scrisse che uno dei vantaggi che invidiava ai credenti è la possibilità dell’eresia… forse dovremmo concederci un atteggiamento eretico in tutte le cose, anche le più banali, perché il dibattito  implacabile è la sola via certa che ci consente di cogliere dei bagliori di quel nucleo di verità che alberga dentro di noi… essere puro strumento non significa essere senza inventiva… il fatto è che nelle mani di Dio nessuno è un burattino – è il male a preferirci in questa veste, così come il potere… quello con Dio è un dialogo, Lui (ci) ascolta, perché non gli piace ascoltare dei semplici pappagalli…

3

… è questa la questione centrale: sapere dov’è la nostra casa e non sbagliare la strada che ci porta là… il difficile è che quei vuoti non sono mancanze, non sono nostalgie del passato: sono nostalgie di quello che, per una fatale distrazione, non abbiamo ancora vissuto…

4

… non esiste la solitudine – punto… si proietta sul passato il rimorso per come si è nel presente: per questo il nostro cuore resta in costante allarme… se la recita avesse un finale, si capirebbe che è una recita… salvezza è esattamente fuggire da quelle stanze, capire che non siamo di questo mondo…

5

… ma il fallimento è proprio smettere di leggere poesie, di scriverle, perché lì non c’è un obiettivo secondo i parametri consueti… poesia è un ritorno a casa che può essere ripetuto all’infinito, fino a quando si struttura in ricordo… rispetto a questo mondo, Gesù è stato inutile, ha fallito: ma qui sta la sua potenza, come nella parola poetica portata, soffiata dallo Spirito… da chi altro?

6

… ci si adegua agli equivoci quando si fa sentire la stanchezza dell’esistere… e quando ci adeguiamo, facciamo un torto maggiore all’altro o a noi stessi? un equivoco abbandonato a se stesso cresce per germinazione… in effetti, l’immensità della Creazione non è neutra – se è pacifica, vuol dire che agisce, dissolve tutti gli equivoci… l’equivoco ci fa perdere l’unico possibile senso di appartenenza…

7

… è divertente l’ambiguità di quel “parlar-si”, che quasi allude al fatto che un dialogo non c’è, che ognuno “si” parla (addosso), cioè continua a parlare con se stesso… un parlarsi che dovrebbe diventare un “parlar-ti”, finalmente… e, se “ti” parlo, vuol dire che sono stato in grado innanzi tutto di “ascoltar-ti”! rinunciare alle rinunce e, viceversa, accettare le scelte dell’altro…

8

… restare sé stessi (quello è ciò che determina la nostra coscienza, ci dicono, che ci dà consapevolezza)… eppure ritrovarsi così stranamente estranei quando ritroviamo oggettivizzati fuori di noi qualche nostro rimasuglio, qualche frammento di anima, che si rifiuta di rientrare in noi sotto forma di memoria… non è che magari siamo soprattutto quello che non siamo stati… mai?

9 

… eppure, a cercare bene, il volo della trapezista rimane per sempre – c’è qualcuno che si diverte un mondo a farci credere che di noi niente dura… eppure, qualcuno scriveva: “ciò che dura fondano i poeti”, proprio come fa Airaghi…

10

… riscrivere: “il presente è un punto in continuo movimento, immenso”… perché mai “effimero”? a causa del limite umano di misurarlo, di attribuirgli una dimensione? non potrebbe essere che il punto ha, invece, infinite dimensioni che soltanto un Essere più grande di noi può cogliere nella sua infinitesima incoglibilità? nella Storia non ci sono omissioni – quelle sono di pertinenza delle storielle raccontate dall’uomo, dove sempre a svanire è il meglio dell’umanità…

11

… è questo, esattamente, il luogo da cui (ri)cominciare: un luogo senza ingombri, in cui tutto quello che da sempre ci ha allontanati dalla nostra autentica natura inizia a farsi da parte, a svanire, a diventare polvere, a perdere consistenza… è proprio così che si inizia, consapevolmente, smettendo di cercarsi in quello che non c’è più, che non c’è mai stato…

12

… come dire che il nostro primo nemico siamo noi stessi – e c’è solo un intermediario che può farci fare pace, perché un terzo io non è dato… ci si può davvero perdonare da soli? o ci perdoniamo unicamente quando ci sentiamo perdonati?

13

… si può restare qui per sempre, invischiati in una rappresentazione teatrale “senza finale”, appunto… patendo un complesso d’inferiorità frutto di travisamento: infatti, la vita non è sofferenza… un orizzonte degli eventi attorno al quale orbitare per sempre… oppure? L’“oppure” c’è – ed è grande come… una casa!

14

… e iniziare a porle queste domande, senza vergognarsi di nulla? non c’è altro modo per sconfiggere l’autunno perenne che accettare lo scorrere delle stagioni, affidandoci a tutte quelle domande che hanno risposte soltanto… nel cuore.

Certo è che questo angelo appare dubbio, dubbioso, dubitante… umano alquanto! Grazie, Giuseppe…


Nessun commento: