“Andrà tutto bene“ (“all shall be well”, Giuliana di Norwich): la tensione poetica di Eliot

Daniele Gigli, T.S. Eliot. Nel fuoco del conoscere, Edizioni Ares 2021 


recensione di AR 

È un viaggio affascinante alla scoperta (o riscoperta) di un grande del Novecento, «un maestro di arte e di pensiero capace di ampliare la gamma conoscitiva ed espressiva di chi gli si accosta» (p. 147).

Daniele Gigli conosce in profondità l’opera di T.S. Eliot e, come un novello Renato Serra, sa calarsi nella sua anima, sa reagire alle parole del poeta facendone conoscere la vibrazioni intime, guidandoci nel suo mondo con sagace empatia. Al critico (per altro lui stesso poeta) Gigli si possono applicare le seguenti parole (le citazioni eliotiane sono tratte da What Dante Means to Me, saggio uscito nel 1950):

«Perché il poeta possa “rendere comprensibile alla gente ciò che è incomprensibile” deve anzitutto avere “immense risorse linguistiche”. Al contempo, “sviluppando il linguaggio, arricchendo il significato delle parole e mostrando ciò che possono fare”, egli “rende possibile agli altri uomini una gamma molto vasta di emozioni e percezioni, perché dà loro le parole per meglio esprimerle”.» (pp. 146-147)

Sì, un vero critico (figura di cui si sente una certa latitanza da qualche decennio) deve saper maneggiare il linguaggio, averlo navigato a fondo, avere una certa contezza degli arcipelaghi ai quali è approdato l‘autore di cui si occupa e, senza ovviamente prevaricarlo, fare interagire la propria anima con la sua: del resto, se ogni lettore è anche un interprete, il critico dovrebbe esserlo par excellence, sempre con l‘onestà serriana di dichiararlo, di dichiararsi. Ciò per dire che questo saggio su Eliot è davvero un ottimo lavoro di critica letteraria che unisce all‘acutezza dell‘analisi la piacevolezza di una narrazione partecipe e suggestiva, come si evince  fin dall‘incipit della Premessa:

«Lessi per la prima volta T.S. Eliot, al di là di qualche sporadico verso, nella torrida estate del 2003, quando mi trovai tra le mani la traduzione parziale del Waste Land, restandone letteralmente incendiato. Fu la lettura di un‘estate intera, di pomeriggi passati al castello di Rivoli nella speranza vana di trovare un refolo di vento; un refolo, le rare volte che arrivava, più torrido dell‘asfalto torinese da cui fuggivo.» (p. 7) 

Poco oltre Daniele sottolinea come in Eliot l‘inafferrabilità del reale «lo indirizzerà negli anni a identificare sempre più la parola come una preghiera, come il tentativo di afferrare, nominandola, la realtà che ci si para dinanzi» (p. 9). 

Il libro è suddiviso in 14 capitoli e le traduzioni, che trovo davvero intensamente belle, sono dell‘autore. Di seguito un brano de Il paese guasto che troviamo a p. 74:

Dopo la luce delle torce rossa su facce sudate
dopo il silenzio gelido negli orti
dopo l‘agonia in luoghi pietrosi
il grido e il piango
prigione e palazzo e riverbero
di tuono di primavera sui monti lontani
Colui che era vivo ora è morto
Noi che vivevamo ora stiamo morendo
con un po‘ di pazienza
(The Waste Land, v. What the Thunder Said, 322-330)

Daniele ci accompagna capitolo per capitolo in una progressiva conoscenza del pensiero eliotiano, dei sommovimenti del sua anima, dei suoi turbamenti, dell‘evoluzione nel tempo della sua poetica e siamo così portati a prendere in mano i suoi versi, le sue opere teatrali, magari ad estendere lo sguardo al suo epistolario, ai saggi di e sul poeta nato in riva al Mississippi… Siamo anche noi contagiati da fuoco del conoscere, rinvigoriti nello scoprire quanto anche ai nostri giorni i versi delle grandi anime possano leggere a fondo la realtà, aiutarci a discernere il buono e il bello, scandagliare l‘autenticità o meno delle nostre relazioni, consolarci quando ci sentiamo sull‘orlo o dentro la selva oscura: «Ciò di cui Eliot accusa la modernità è di avere intellettualizzato l‘esperienza, affinandone la definizione al punto da predeterminarla.» (p. 56); «Nel Paese guasto, la funzione ordinatrice è assunta dalla figura di Tiresia, che Eliot stesso definisce spettatore e centro strutturale dell‘opera.» (p. 70); «Così il significato di ogni istante si definisce non nella memoria di sé che si lascia, ma nella pienezza di relazione con cui questo è vissuto.» (p. 76); «La grazia, disvelando il significato delle cose, non abolisce il dramma della libertà umana, ma dona – con l‘amore – l‘audacia del vivere.» (p. 85); «La tentazione del disimpegno dal reale, della fuga nella “droga dei sogni”, è infatti per Eliot la cifra costitutiva dell‘uomo moderno.» (p. 87); «(…) se insomma l‘azione è necessaria e il tempo è irredimibile, allora ci dev‘essere una salvezza non solo dell‘azione ma della sua stessa intenzione, una ragione ultima che possa redimere la colpa stessa. È in questo alveo che trovano spazio tra le riflessioni eliotiane le visioni di Juliana di Norwich.» (p. 137); . 

È dunque un libro-miniera, scritto con un‘eleganza sobria, fulgente e musicale, questo Eliot di Gigli, un viaggio appassionato in cerca dei filoni preziosi che sono, si parva licet, presenti in ciascuno di noi, se abbiamo il coraggio di scavarci senza infingimenti, di fare spazio all‘azione della grazia, sempre misericordiosa, che sa scrivere luminosamente sulle righe più o meno storte di cui siamo fatti.

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