Su La Virtù del Chiodo di Giuseppe Carracchia


EdizioniL’Arca Felice, 2011, con un disegno fuori testo, Fleur, di Aki Kuroda

recensione di Sebastiano Adernò

Eraclito. E la sua lezione su come indagare le cose. Ammettere l'insperabile è il primo passo perché ciò si realizzi. Chi non crede nei miracoli non ne sarà mai oggetto. E Carracchia in fondo si chiede solo se sia possibile piantare un chiodo in cielo per appenderci un pensiero.
Il guizzo surrealista della sua proposta non vuole creare nessun riso sotto baffoni d'artista. Forgiamo un desidero, liberiamolo ogni giorno di più dal grossolano. Facciamone un chiodo. Un chiodo abbastanza contundente e nerboruto da sostenere la portata di ciò che stiamo chiedendo. Un chiodo virtuoso, pronto all'uso, in caso di miracolo. Un chiodo dritto, che ha stretto la sua focale su un solo punto, una sola indagine. Senza sospetto di poter essere distratto. Al di là di ogni lusinga. Nato e affilato ad un solo scopo. Figlio di qualcosa di vero, di un mestiere, un padre. Libero dall'empirismo con cui un ragno tesse le sue trame, tornando e ritornando al suo lavoro. Il chiodo sarà perno, preciso punto di pressione spaziale e orientamento. Un solo chiodo. Un solo colpo. I tentativi scivolano sulle pietre. Per piantare questo chiodo, al contrario, serve il gesto irripetibile di un campione. Un  uomo d'armi e mestiere. Cosciente dei suoi strumenti. Proprio come lo è questo giovane poeta.

La virtù del chiodo collana Coincidenze
Edizioni L'Arca Felice, Salerno, MMXI

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