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venerdì 3 ottobre 2008

La verità, la carità, la bellezza


di Massimo Pasqualone

Presentazione del libro di Ardea Montebelli, Ma il cielo ci cattura, Faraeditore, Pescara, Museo delle Genti D’Abruzzo, 11 ottobre 2008.


La verità.

Che cos’è la verità?
Un abisso che si veste di metafore,

il lungo abbandono del cuore

in attesa di un segno finale,
quel soffio che salva
come un grido di sollievo…
(p. 19)

Il secondo testo della raccolta Ma il cielo ci cattura farà da filo conduttore ad alcune riflessioni, utili per comprendere il percorso zetetico e lirico della poetessa riminese.
La domanda delle domande sembra spesso rimanere inevasa, eppure – scrive l’autrice –

Una e una soltanto
è la verità
cui tende il nostro amore. (p.17)

Non è solo la domanda di Pilato in Giovanni 18,38, ma è la domanda di tutti gli uomini, siano essi filosofi, teologi o poeti.
Anagrammando il latino quid est veritas gli antichi commentatori traevano un responso: Est vir qui adest.
La verità non è qualcosa: quel soffio che salva /come un grido di sollievo… di pagina 19 è qualcuno.
Anzi QUALCUNO.
Molto significativamente, nell’Introduzione, Giorgio Bàrberi Squarotti scrive che «la poesia di Ardea Montebelli è oggi l’esempio più alto e luminoso della rappresentazione e della celebrazione del sacro… è come se Ardea volesse fondere un discorso poetico teso alla più sicura proclamazione della verità di Dio (…)» (p. 11).
In altre parole, con una sintesi teologica che solo Bruno Forte sa dare, «La verità che salva è partecipazione all’agape trinitaria, pensata a partire dalla discesa kenotica di Dio nelle tenebre del Venerdì Santo: è dono che suscita dono, vita che accende la vita.»
Per questo, a mio modesto avviso, si licet parva componere magnis, il cielo ci cattura, con quel ma iniziale: ma il cielo ci cattura.
Ho meditato a lungo su questa congiunzione avversativa: poteva essere omessa o sostituita con una e: e il cielo ci cattura.
Ma il cielo ci cattura è l’esito di una lunghissima meditazione interiore, della ricerca della verità che sovente si infrange di fronte al Male, alla banalità del male, per dirla con la Arendt.

Un male inesorabile e bugiardo,
il male che s’insinua nell’intimo,
offre tracce di alleanza
a lungo contemplate
nella oscura caverna dell’anima.
Ma il cielo ci cattura… (p. 49)

Il cielo della verità che si fa speranza escatologica, citata in Colossesi 1,5-6, attraverso un criterio di straordinaria ruminatio della Scrittura, ricordato da Paolo De Benedetti nella Prefazione.
La verità, dunque, che vince il male, che è dialogo con l’Alterità.
Non il cogito ergo sum di cartesiana memoria, ma il cogitor ergo sum, l’esisto perché Altri mi ospita.
Molto opportunamente De Benedetti ricorda che in ebraico verità si dice emunà o emet (p. 9).
Approfondendo il simbolismo delle lettere che compongono la parola emet (alef, mem, tau) il Midrash Genesi Rabbah degli inizi dl V secolo legge un’allusione alla totalità del mondo e del divino in cui consiste la verità: “Alef è al principio delle lettere, tau alla fine e mem al centro.”
Mirabilmente interviene la sintesi hegeliana della Fenomenologia dello Spirito: “Das Wahre ist das Ganze”, il vero è l’intero.

La carità.

La verità è poi amore che vuole essere detto in parole ed in opere, come ricorda il Salmo 111, opportunamente “ruminato” dall’autrice ed il testo a pag. 35:

Generosi occhi di madre
dividono con noi calore
spezzano il pane
e non ancora sazi
ci offrono ristoro,
stupore nelle sfumature
del bel volto,
passaggio di rondini.

I medievali ricordavano sapientemente la caritas capax verbi, il verbum capax veritatis, la carità si apre alle parole, la parola s fa capace della verità.
L’approccio cristologico alla verità, il QUALCUNO della parola proposto da Ardea Montebelli si fa ora azione verso gli altri, si fa ascolto che – per dirla ancora con Bruno Forte – “genera patti di fedeltà e suscita l’esodo da sé senza ritorno”.
Una verità extra nos ed allo stesso tempo ex nobis che

Udremo mormorare
tra le foglie…
rapiti dalla bellezza. (p. 41)


La bellezza.

Ecco il terzo elemento di questo itinerarium mentis in Deum: dopo la verità e l’amore che si fa carità arriva la bellezza, la prodigiosa bellezza / nell’anima inquieta degli ultimi versi di pagina 53.
Quella stessa bellezza che

Ci abbrucia
ci consola
riconduce alla vita.

Alla fine, quella irrequietezza dei versi di pagina 25:

Ora siamo presi
da uno stesso
unico sgomento:
un punto di domanda
misterioso e fragile

si quieta:

Mi consegno a Te
nel mare antico dei padri
e mi lascio condurre
alla quiete dell’anima. (p. 59)

Ardea Montebelli è consapevole del difficile cammino, perché

È un modo nuovo di parlarsi,
un’attesa di tutto il creato,
l’uguale distanza
fra mistero e bellezza. (p. 64)

e significativamente giustappone questi bellissimi versi al notissimo passo agostiniano delle Confessioni riportato a pagina 65.
Così come alle riflessioni vengono giustapposte le immagini degli eremi abruzzesi: il poeta, novello palombaro dello spirito, monaco ed eremita alla ricerca della verità, diviene entronauta, la poesia-preghiera si fa catarsi rigenerante, l’iniziale punto di domanda misterioso e fragile ha ormai la sua risposta.

lunedì 2 marzo 2009

Ma il cielo ci cattura in Purissimo azzuro

Rivista di letterature & dintorni

fondata e diretta da Maria Di Lorenzo

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LA PAROLA INTERIORE

Ma il cielo

ci cattura

di Ardea Montebelli

[Fara Editore, 2008]

ARDEA MONTEBELLI è nata a Rimini il 5 marzo 1956 e in questa città vive e lavora come insegnante. Si occupa di poesia e di fotografia ed è giornalista pubblicista. Ha pubblicato: nel 1989 Alchimia dei sentimenti e Laudato sii, e nel 1993 Pietre di paragone, tutti per i tipi delle Edizioni Forum di Forlì; nel 1996 L’anima del mare (Panozzo Editore, Rimini); nel 2001 Il paradosso della memoria, una meditazione in versi sulle lettere di S. Giovanni (Fara Editore, Rimini), nel 2002 un catalogo fotografico dal titolo Cari, vecchi frammenti (Ed. Giusti, Rimini); nel 2005 Ma tu non dartene tormento, una meditazione in versi sulla Shoah (Guaraldi Editore, Rimini). Nel 2008 esce Ma il cielo ci cattura edito da Fara Editore.

Giorgio Bárberi Squarotti presenta

la raccolta di Ardea Montebelli

La poesia di Ardea Montebelli è oggi l’esempio più alto e luminoso della rappresentazione e della celebrazione del sacro. Abbandonata ogni enfasi, lasciata da parte la ripetizione delle lodi di Dio, evitato ogni rischio di pietismo, respinto ogni patetico, essa aspira all’essenzialità assoluta del rinnovamento della teologia che si nutre e si accende di altissime predicazioni del divino nella purezza del concetto.

È come se Ardea volesse fondare un discorso poetico teso alla più sicura proclamazione della verità di Dio, e al tempo stesso, dell’esistenza e del creato, non descritto, ma colto nella sua pienezza intrinseca, che è il frutto dell’opera del Verbo.

Il titolo è subito estremamente efficace: il Cielo davvero ci cattura, e, del resto, sappiamo che il Cielo è dei violenti, non dei tiepidi. Penso, di fronte al primo componimento della raccolta, all’idea che Dante esprime della parola poetica: che è una perpetua metafora, perché soltanto attraverso i sensi gli uomini possono conoscere e di lì giungere alla contemplazione e al vero e tradurla e comunicarla poi non nella pienezza, perché è impossibile, ma per lo strumento della metafora: “Che cos’è la verità? / Un abisso che si veste di metafore”.

Ed ecco, allora, la sigla di gioia sublime: “Nel volgere ignoto / di un respiro di luce / l’ultima conoscenza / pare scandire: / la morte, la vita”. Significativamente, prima viene la morte, poi la vita, perché questa, dopo che il Cristo l’ha cancellata, dura la vita eterna, e ogni modo del vivere, qui, sulla terra, non è che l’immagine di quella certezza.

IL DOLCISSIMO SPESSORE DELLA VERITÀ

Voci in ascolto della poesia di Ardea Montebelli

Un libro originalissimo, che alterna suggestive immagini degli eremi in bianco e nero degli Abruzzi a brevi componimenti poetici, a reciproco sostegno nel viaggio verso la verità, “un punto di domanda / misterioso e fragile”. Scrive Kafka: “Esiste la meta, ma non esiste la via”. Nella sua fatica letteraria Ardea Montebelli sottolinea invece non solo che la meta - cioè la verità - esiste (“Una e una soltanto / è la verità / cui tende il nostro amore”), ma pure che c’è la via per raggiungerla; una via accidentata certo, piena talora di tormento (“… sul mio tormentato credo / per qualche tratto / il mistero si dissolve”), ma “la traccia della rivelazione” prima o poi si svela se il cuore sta in posizione di attesa. A conferma i bellissimi versi: “Lo udremo mormorare / tra le foglie / il senso delle cose / rapiti dalla bellezza”.

C’è come un tremore talora, ma non il dubbio; il tremore di chi ha incontrato la verità, ma ancora non la possiede, è il già e non ancora. Una verità comunque percepita non come sogno o come semplice proiezione astratta di un desiderio. Lo intuisce chiaramente nella profondissima prefazione al volume Paolo De Benedetti, quando scrive:”la verità non è il prodotto del nostro pensiero…, la verità è una persona; non è una scoperta dell’intelletto, ma il fidarsi di una voce”.

Un libro agile, ma non per questo leggero. Una lettura piacevole, ma densa di domande e di risposte che poggiano su una speranza certa. Uno squarcio di luce in un mondo della poesia che sempre più si concentra sui drammi del vivere, rinchiuso in un nichilismo senza speranza.

Franco Casadei

La sua è una voce asciutta, vibrante e senza orpelli, credo che la sua opera possa essere definita una scultura che dà spazio al silenzio, al nucleo più autentico ed essenziale dell’uomo, ai suoi errori che possono essere occasione di riscatto e salvezza, alla sua presenza in cui è nascosta una scintilla di divino. Più che poesia religiosa quella di Ardea Montebelli è veramente una poesia biblica nel senso anche profetico del termine.

Alessandro Ramberti

Un libro particolare, scorrevole alla lettura, che resta ben impressa nella mente, una lettura che purifica l’anima. Un libro che porta speranza in maniera delicata e continua.

Guido Passini

È la scrittura elegante, dovuta al rispetto del tema trattato, la massima espressione di Ardea Montebelli in questa opera, preziosa e chiara, intima e comprensibile ad altri nello stesso tempo; di scritture ne ha impiegati due tipi: quella della penna che sulla carta ha lasciato un testamento di quello che era e la speranza di quello a cui aspira, ed un’altra quella che la luce ha per lei scritto sulla pellicola contenuta nella sua fotocamera, compagna fedele ed àncora di conferme, nel suo peregrinare di eremo in eremo. Insieme a lei, quella fotocamera, ha interrogato pietre ed antri, amboni ed altari, luci filtranti e luci apparenti nell’ombra dello spirito. Anche per questa scrittura Montebelli si è avvalsa del metodo più complicato tecnicamente, ma atto a restituire una metonimia di rapporto con la luce variata, diffusa, modificata tramite l’impiego della pellicola all’infrarosso, croce e delizia di ogni fotografo, ma calzante sintassi nell’ulteriore modo espressivo dell’autrice, la fotografia, altro amore non celato di questa artista. Sono gli stupendi bagliori, la profondità del grigio dei cieli, nel portentoso linguaggio del bianco/nero, ad avvicinare l’essenza delle parole al sentire fotografico che usa gli stessi termini concettuali. Nulla si può svelare se non ricercato con forza e vigore, la forza dell’onesta volontà e la vigoria delle energie da dedicare alla ricerca, quella che passa dentro di noi, si deposita nell’anfora della nostra anima per poi versarla nel lago del nostro essere, depurato dalla ricerca e bonificato nella purezza delle acque prima palude ed ora fluente speranza.

Carlo Ciappi

n. 1 – anno 2009

I suoi versi

Che cos’è la verità?

Un abisso che si veste di metafore,

il lungo abbandono del cuore

in attesa di un segno finale,

quel soffio che salva

come un grido di sollievo.

Nel volgere ignoto

di un respiro di luce

l’ultima conoscenza

pare scandire:

la morte, la vita.

*

Quale forza
dà corpo all'assoluto?

*

Rivolgere lo sguardo all’infinito,

l’universo prende forma:

vive cresce si apre ama

quasi vibrando

in una luce estrema.

Cosparsa di bellezza

ora ti sveli,

la tua essenza

sboccia all’improvviso;

osserva e attendi

fai conto di essere rugiada.

*

Tutti i possibili percorsi

ci resero erranti

come cieli e astri.

Ora siamo presi

da uno stesso

unico sgomento:

un punto di domanda

misterioso e fragile.

*

Mi consegno a Te

nel mare antico dei padri

e mi lascio condurre

alla quiete dell’anima.

*

Non so liberarmi dal mistero,
senza fare rumore
mi passa accanto
si posa su tutto
anche sulla mia faccia

*

Ma può l’abisso

aprirsi alla luce?

*

È un modo nuovo di parlarsi,

un’attesa di tutto il creato,

l’uguale distanza

fra mistero e bellezza.

*

Può essere follia

la ricerca insistente

di salvezza?

Ardea Montebelli

Ma il cielo ci cattura

(Fara Editore 2008)

venerdì 24 ottobre 2008

Su Ma il cielo ci cattura di Ardea Montebelli

recensione di Carlo Ciappi (noto fotografo, organizzatore e presentatore di vari eventi artistici e culturali e curatore di recital di poesia) v. anche Progetto Babele

Viene da porsi molte domande nell’accingersi a parlare del libro di Ardea Montebelli che ha un titolo singolare: Ma il cielo ci cattura. La singolarità risiede nel fatto di quell’iniziare il discorso con quel “Ma”. Viene pure da domandarsi se quell’inizio sia una provocazione per incuriosire il potenziale lettore, quindi attirarlo, oppure qualcosa di altro. Non ho dubbi che sia la seconda l’ipotesi giusta, quel “ma” senza nessuna altra cosa prima suona come l’interruzione di qualcosa, come un ravvedimento, accorgersi di qualcosa e quindi porre un termine al vecchio per iniziare un nuovo percorso, un percorso che condurrà a qualcosa di ancora ignoto, di latente nel cuore dell’autrice.
Gli illustri prefatori di questo libro hanno ben inquadrato con preziose parole, puntualissimi riferimenti e con perfetti raffronti quando Montebelli ha cercato di fermare quel qualcosa di sé, un giorno, un giorno qualunque, ma sicuramente uno speciale in cui ha avvertito la necessità di portare avanti la sua ricerca verso la verità. Nel suo pezzo d’apertura, Paolo De Benedetti, parla di “via” e di tutte le insidie che essa comporta nel percorrere quella strada non certo facile, ma anche ci conforta con la definizione della poesia di questa Autrice: “di ansiosa serenità”, la propria e quella dei fruitori di quel messaggio intimo che, inevitabilmente, si instaura tra la poetessa e il lettore di questa verticalizzazione degli strumenti di avvicinamento: a cosa? Alla verità.
Allorché un uomo si accinge a scavare, a ricercare dappertutto e principalmente dentro di sé, si trova al buio, si trova nella condizione di inferiorità di fronte alla “Luce” che spera di trovare. Ecco allora che mi è balzato in mente L’Heremite, uno degli arcani maggiori dei tarocchi, dove il vecchio o il saggio, rappresentato dalle sembianze del vecchio, appunto, dove si pensa possa risiedere la saggezza e proprio per questo la dedizione alla ricerca di qualcosa che assomiglia molto, moltissimo all’oggetto della ricerca di Ardea Montebelli: la verità. Ma il vecchio saggio è rappresentato anche sorretto da un bastone, su di esso una lanterna per dissipare le tenebre della non conoscenza, per facilitare il cammino di avvicinamento a quel punto di infinitesimale grandezza che si intravede laggiù, forse è meglio dire: ci pare di intravedere in fondo alla strada che abbiamo scelto di intraprendere, ognuno di noi che, coinvolti dall’autrice, percorriamo il riflessivo cammino insieme a lei. Questa figura dell’Eremita è intesa come la chiave della conoscenza impenetrabile e della trasmutazione o ascensione nell’ordine spirituale, presupponendo una perfetta armonia di ogni suo elemento. Nei secoli scorsi era pure denominata Diogene, alludendo al filosofo anacoreta, che viveva in una botte e viaggiava per Atene con una candela in cerca dell’ ”Uomo”, colui che disprezzava le convenzioni e le vanità.
Ardea Montebelli scava spagiristicamente intorno a sé, scava ed analizza i detriti mossi, quello che rimane dell’uomo che ha subito una macerazione nell’athanor della ricerca intima, la più interiore, e tenta di avvicinarsi alla meta, all’apice della montagna perfettamente conscia di quel “per aspera ad astra” a cui ogni essere umano dovrebbe essere preparato. Ecco tornare l’immagine di Diogene che cerca l’Uomo, la poetessa si fa Diogene anch’essa per capire l’uomo, spuriarne il superfluo e raccogliere in unico gruppo le qualità nobili rimaste, materia essenziale per cominciare il lavoro di avvicinamento alla conoscenza, qualità primaria per svelare la verità.
Conforta questa mia convinzione la poesia che si trova a pagine 49 che recita: “…offre tracce di alleanze / a lungo contemplate / nelle oscure caverne dell’anima. …”. Questo concetto di caverna mi conduce all’idea platonica del mito della caverna la cui simbologia, sin dai tempi più remoti, è l’archetipo dell’utero materno, simbolo di rinascita e di iniziazione in numerosi popoli. Per Platone questo è il luogo della non conoscenza, di sofferenza e di punizione in cui le anime degli uomini sono imprigionate come in una caverna, appunto, dagli dei. Un falò, al centro dell’antro, proietta sulle pareti le ombre di quegli uomini che ivi risiedono fin da fanciulli, una sorta di sole invisibile indicante la strada che l’anima deve seguire per raggiungere il bene e il vero; la caverna e le ombre, quindi, rappresentano il mondo dell’apparenza da cui l’anima deve uscire per contemplare il vero mondo delle realtà, quelle vere, il mondo delle idee, di quella sorta di creatività che spinge alla ricerca, diuturno lavoro dell’Uomo di buona volontà che aspira all’alto.
Sono le parole la chiave per aprire le porte che la nostra poetessa si è prefissa di aprire, varcarne quelle soglie sarà sollievo e ristoro nell’avvicinamento alla meta. Si è sdoganata presto dai vincoli della caverna, a pagina 25 sella sua opera, ci parla del suo errare su tutti i possibili percorsi, senza bussola di conforto, solo cieli ed astri, monta lo sgomento dalle mille domande od una soltanto, punto ben identificato, ma misterioso e fragile. Sono le parole la chiave, quelle taciute e presenti in lei in attesa di essere pronte all’esternazione, sono quelle ascoltate nelle letture della Parola delle parole, sono quelle sprigionate dal proprio cuore e composte a caratteri piccoli nel grande libro che ci porge. Sono le parole a scandire il tempo, il tempo dei giorni negli eremi, lassù dove il cielo sembra essere più vicino, parole di riflessione e di memento, parole che incutono timore nel pensarle e poi nel pronunciarle, come fossero macigni da rimuove sul percorso intrapreso, da frantumare con minimo sforzo una volta saliti su un ulteriore gradino sul cammino della conoscenza.
È la bellezza, più volte punto di espressivo riferimento della nostra autrice, che spinge in alto verso quel cielo che ci cattura. E’ il cielo il simbolo attraverso il quale, fin dalla notte dei tempi, si ispira la storia dell’umanità, la credenza di un essere divino celeste, creatore della terra e regolatore supremo di tutte le cose. E’ il cielo la manifestazione diretta della potenza, dell’eternità, della sacralità e della trascendenza divina che si rivela direttamente nell’inaccessibilità, in quellla celeste ierofania inesauribile per l’uomo e il suo scarno sapere.
È la scrittura elegante, dovuta al rispetto del tema trattato, la massima espressione di Ardea Montebelli in questa opera, preziosa e chiara, intima e comprensibile ad altri nello stesso tempo; di scritture ne ha impiegati due tipi: quella della penna che sulla carta ha lasciato un testamento di quello che era e la speranza di quello a cui aspira, ed un’altra quella che la luce ha per lei scritto sulla pellicola contenuta nella sua fotocamera, compagna fedele ed àncora di conferme, nel suo peregrinare di eremo in eremo. Insieme a lei, quella fotocamera, ha interrogato pietre ed antri, amboni ed altari, luci filtranti e luci apparenti nell’ombra dello spirito. Anche per questa scrittura Montebelli si è avvalsa del metodo più complicato tecnicamente, ma atto a restituire una metonimia di rapporto con la luce variata, diffusa, modificata tramite l’impiego della pellicola all’infrarosso, croce e delizia di ogni fotografo, ma calzante sintassi nell’ulteriore modo espressivo dell’autrice, la fotografia, altro amore non celato di questa artista. Sono gli stupendi bagliori, la profondità del grigio dei cieli, nel portentoso linguaggio del bianco/nero, ad avvicinare l’essenza delle parole al sentire fotografico che usa gli stessi termini concettuali. Nulla si può svelare se non ricercato con forza e vigore, la forza dell’onesta volontà e la vigoria delle energie da dedicare alla ricerca, quella che passa dentro di noi, si deposita nell’anfora della nostra anima per poi versarla nel lago del nostro essere, depurato dalla ricerca e bonificato nella purezza delle acque prima palude ed ora fluente speranza.

martedì 11 novembre 2008

Su Ma il cielo ci cattura di Ardea Montebelli

recensione di Vincenzo D’Alessio


Ardea Montebelli, Ma il cielo ci cattura, FaraEditore, 2008 (il libro viene presentato a S. Miniato il 13-11-08)

“Lotta sino alla morte per la verità / e il Signore Dio combatterà per te” (pag. 24): i versi inclusi in questa raccolta, uniti alle foto dei luoghi ispiratori, conducono il lettore sulla strada difficilissima del rapporto natura-Dio-uomo. Proprio come ha scritto Giorgio Bàrberi Squarotti nella sua introduzione: ”con la meditazione sul tragico cristiano, fra fiducia in Dio e consapevolezza del limite umano” (pag. 11). I luoghi ispirano meditazione, ascesi, riconducono al percorso di quella fede ancora giovane che è il nostro Cristianesimo cattolico romano.

L’uomo soffre di tutta l’ingratitudine dei propri simili: guerre, malattie generate dall’industrializzazione operata dall’uomo, fame, carestie, violenze razziali, potere indiscriminato, lotta alla Natura nei suoi elementi di base. Incapacità di affrontare con serenità le esigenze di un pianeta sovraffollato e penalizzato dai pochi ricchi, dai troppi poveri. Insofferenza dei giovani verso i meno giovani: si uccidono i propri genitori per utilizzare il loro modesto patrimonio sùbito.

Dov’è il Dio della verità? Dov’è il Padre degli ultimi? I versi di Montebelli vengono in soccorso: ”Ora siamo presi / da uno stesso / unico sgomento: / un punto di domanda / misterioso e fragile” (pag. 25). Tutta la raccolta si muove in questa direzione. Ogni verso richiama le parole sacre prese in prestito dall’antico e dal nuovo Testamento. I versi brevi taglienti racchiudono il senso filosofico della Salvezza operata per l’uomo ma l’uomo di questi tempi non guarda più al cielo: “Ma può l’abisso / aprirsi alla luce?” (pag.37). La fine dell’esistenza attanaglia l’uomo di questo XXI secolo e ne produce gli effetti negativi: fame assoluta di potere, denaro, benessere. Assoluto è solo questo Dio altro non c’è che produca effetti reali. L’eternità è un sogno. L’astrarsi dalle circostanze terrene non è possibile. “Inesorabile e bugiardo / il male s’insinua nell’intimo” (pag. 49). In quale direzione possiamo seguire il vento della Speranza?

La risposta arriva per lo spirito: ”Potrebbe ifinitamente / abitare in noi / il brivido della ricerca: / nudità essenziale / e prodigiosa bellezza / nell’anima inquieta” (pag.53). Ma il cielo ci cattura per quale via? “Mi consegno a Te/ nel mare antico dei padri/ e mi lascio condurre/ alla quiete dell’anima” (pag. 59).

Vorrei concludere accostando questo comporre a quello di un’altra voce vicina: ”Questo, solo questo io volevo: / con le mie mani abbracciar l’universo. / Ora finalmente basta un inchino / sulla creazione che si apre alla Luce / uguale alle origini” (Davide Maria Turoldo, Il fuoco di Elia profeta).

Novembre, 2008

giovedì 4 dicembre 2008

Su Ma il cielo ci cattura di Ardea Montebelli


divagazioni letterarie e note di lettura
di Oreste Bonvicini

Il discorso esula forse oltremisura dalla poesia di Ardea Montebelli e spero che l’autrice scuserà queste divagazioni che poco hanno di poetico, ma trovano spunto ed esortazione proprio dalla sua poesia (di cui non conosco l’opera complessiva e perciò le intrinseche motivazioni che fin qui l’hanno suscitata). Talvolta si affrontano temi tanto importanti quanto poco poetici. Scrivere poesia e affrontare la verità, così come svolge la silloge, e affermo perciò verità assoluta, quella a cui aspira il poeta, penso sia compito a cui solo il pensiero possa dirigere lo sguardo, in quanto la poesia dovrebbe sempre rivelarsi scevra da ogni strumento di confronto dialettico…


**

Confesso di aver sempre nutrito dubbi sulla poesia che si dichiara esplicitamente religiosa. E non me ne voglia lassù il buon Turoldo, che purtroppo assiste al silenzio sceso sulla sua opera, come una voluta distanza che gli uomini prendono dalla parola, non più mediata dalla voce, dalla presenza. Perché l’intermediatore del messaggio trascendente rimane l’uomo tra gli uomini. Oltre c’è l’assurto celeste. C’è il tempo del non tempo, dei non interrogativi, della negazione del dubbio.
Ora la poesia di Ardea non vuole valicare il tempo terreno, lasciando intatti i dubbi ovvero gli interrogativi dietro cui la lettura delle scritture media il confronto con i luoghi sacri che ne ispirano i versi. E su questo vorrei soffermarmi, in quanto ritengo che la sensibilità dell’autrice, unita all’unicità dei luoghi, esalti la misticità che da essi emana e l’insieme divenga motore della sua ricerca poetica. Il tutto rivela un moto profondo e desta l’interrogativo grande ovvero quello dell’umana insanabile ricerca della verità.
Scrivevo tempo addietro a proposito dei viaggi che ci portano verso luoghi sacri:

«Sappiamo come le emozioni colte in viaggio siano strettamente personali. Ciò che apparirà importante al nostro sguardo, per altri sarà superfluo o del tutto indifferente.
Gli appunti inoltre che raccoglieremo spesso soffriranno dell’artificiosità di chi aspira ad ogni costo ad un’emozione, ad un particolare memorabile che caratterizzi il viaggio…
Ma solo al ritorno, o dopo mesi immersi in tutt’altra realtà, rileggendo quegli appunti, scopriremo di non riconoscerli come nostri, ovvero non riconosceremo la mano che li scrisse, che pure fu nostra, e non riconoscendo le parole non riconosceremo i motivi per cui appuntammo quelle parole, eventi o particolari che in quei momenti ci parvero tanto significativi, mentre ad una ad una le sensazioni vissute, le emozioni che subito non avevamo colto, la casualità di altre circostanze di cui non avevamo preso nota, torneranno alla mente.
Solo allora cominceremo a scrivere, e sarà la prima volta, perché come ogni letteratura, un fondo di autobiografismo è innegabile, inevitabile e nel contesto della scrittura, brilla l’attitudine allo stream of consciusness, il flusso di coscienza che ci fa scrivere in prima persona ciò che sentiamo di aver vissuto con maggiore intensità, interiormente.

Blaise Pascal affermava che “la gente normale ha il potere di non pensare a quello che non vuole pensare…” (Pensieri, 259), ma sovente le nostre letture vanno verso ciò che già in noi, genera pensiero. Cerchiamo, scaviamo, indaghiamo, affannati passiamo da un libro all’altro, per ritrovare le connessioni logiche del nostro pensiero che come un viaggio senza arrivi né partenze, si realizza nella mente. Viaggiamo dunque per il piacere del viaggio e brilla nel presente l’idea di inseguire una meta da tempo agognata. Forse da sempre. E nella lettura, sentiamo di poter riallacciare i concetti a lungo cullati, talvolta per ore durante pomeriggi nell’osservanza dell’otium latino, benché ci sarà sempre imposto di rendere conto del nostro non fare, finché la sera ci consegnerà la possibilità di tradurlo in scrittura, ma che, nella confusione che fa seguito ai cento impegni che la quotidianità impone, sentiamo improvvisamente lontani, sfuggenti.
Il nostro cammino potrebbe apparire a tratti privo di chiarezza, forse soffrendo un’assenza di intenzioni, privo cioè di un progetto a priori che ne identifichi un’inarrivabile meta..

Temiamo di vedere svanire il nostro timido argomentare, consapevoli nel contempo che nulla e nessuno potrà riportare in vita quelle concatenazioni logiche che solo poche ore prima sentivamo nostre, eppure incapaci di tradurle in scrittura.
È così che, talvolta quasi con meraviglia, scopriamo aspetti ritenuti minori, ovvero secondari o forse completamente estranei al pensiero iniziale, come un itinerario improvvisato che svela inattese bellezze a cui mai avremmo dato importanza se non costretti da quella deviazione improvvisa, obbligata forse da un improvviso mutamento climatico, o dal sopraggiungere della sera, quando urge volgere prua verso un porto sicuro… e non saranno luoghi diversi né diversi orizzonti, città conosciute, vissute o solo attraversate, argentei inverni vissuti in campagna, il freddo pungere lo sguardo, sfondare oltre l’immaginabile e tutto senza sfasamenti, senza disorientamenti, certi che la vertigine del ricordo sarà intensa, più di ciò che saremo, trascorsi anni e anni, non riconoscendo il nostro profilo riflesso…

Marcel Proust, fonte per altro inesauribile di immaginario, metteva in risalto come la nostra saggezza inizia laddove termina quella dello scrittore. (“Giornate di lettura” in Pastiches e melanges)
Nella lettura vorremmo trovare la soluzione ai nostri interrogativi, mentre al contrario troviamo solo incitamenti, perché ci affascina quanto sa destare in noi nuovi percorsi, pensieri, interrogativi anche quando il nostro affanno agogna il desiderio di una risposta. Se la otteniamo ci affrettiamo a riversarla sulla carta e raggiungiamo quello stesso scopo che altri hanno raggiunto prima di noi. La nostra meta è un approdo a lungo vagheggiato e solo a fatica raggiunto, riparato dai venti e dal mare già levato impetuoso e diverrà il molo da cui i nostri eventuali lettori molleranno gli ormeggi alla volta di un nuovo e forse più ardito viaggio di conoscenza.
Dal loro pensiero scaturiranno nuove avventure.
Dunque noi pensiamo e diamo forma nella scrittura a quanto ci è più caro e importante, ma non solo, perché parlando di noi scopriremo ciò che ci sta accanto, ma soprattutto daremo ai nostri lettori la possibilità di scatenare quei pensieri celati negli anfratti bui della mente. Diranno come già era capitato a noi – ecco, questo è il concetto a cui aspiravo, ma nulla fino ad oggi mi aveva offerto l’occasione di comprenderlo con tanta chiarezza – e liberi, inseguiranno la loro meta.
Non saranno perciò le pirotecniche descrizioni di luoghi fantastici ad interessare il lettore, ma ciò che accade dietro agli eventi, dietro alle parole, nel cuore degli uomini perché non possiamo annotare le azioni dell’intera nostra vita, scriveva Montaigne, ma possiamo farlo dei nostri pensieri.

E solo allora, quando tutto avrà compimento, nulla e nessuno potranno obiettare, modificare, riscrivere… solo allora le pagine si sedimenteranno come sabbia prima erosa dalle acque, dal vento e poi depositata sul letto di un fiume divenuto asciutto per un cambio traumatico e improvviso del suo corso.
Leggerle sarà definitivo.»



Ma questo tempo, questo nuovo secolo che sentiamo già vecchio e stanco, così afflitto dai problemi che ci auspicavamo risolti o quanto meno compresi alla fonte e legati ad un passato ormai remoto, può condurci finalmente alla verità? O tutto resterà nel limbo delle conoscenze non verificabili? Qual è la verità? Esiste una verità?
Già, la Verità. Che cos’è la verità domanda la poesia di Ardea. E se da un lato c’è il tentativo di dare una volta ancora forma poetica ad una risposta, mediando sui concetti che da sempre angosciano l’uomo, dall’altra c’è il richiamo al Vangelo di Giovanni, quando Pilato rivolge questa domanda a Gesù prigioniero al suo cospetto.
Ma la stessa domanda non trovava risposta anche nel Ponzio Pilato di Roger Caillois (1961, ed. it. Einaudi 1982), la stessa domanda a cui lo scrittore e saggista francese aveva anteposto le parole di Cristo: “Chiunque è per la verità ascolta la mia voce.”
La letteratura può dunque ancora tentare di dare forma e concretezza a questo interrogativo? Nel saggio Babele – Problemi della letteratura – Compito della verità, Caillois affermava: “… non c’è niente di più imprevedibile dell’influenza di un libro sul pubblico. Molto spesso i doni di un’opera sono come quelli degli dei: funesti o salutari, a seconda dell’uso che se ne fa. Uno stesso libro può avvelenare o guarire, a seconda del soggetto che incontra…” (Roger Caillois, Babele, 1948, ed. it. Marietti 1983).

I messaggi quindi mutano al mutare dei destinatari. Il messaggio che Nino Di Paolo ha inviato intorno alle poesie di Ardea («Appena lessi, sull'homepage del sito di Fara, la presentazione del libro di Ardea Montebelli Ma il cielo ci cattura – scrive Nino Di Paolo – fui attratto dai richiami della Maiella e degli eremi, che mi evocarono subito la personalità di Celestino, ricordato, troppo spesso, soltanto come unico Papa dimissionario della storia») svela come l’opera letteraria possa diventare tramite di mille rivoli di pensiero, di mille ripartenze. E di parola in parola svelare gli aspetti reconditi che la parola del poeta non può, da sola, evidenziare, raggiungere.

Vola alta, parola, cresci in profondità,
tocca nadir e zenith della tua significazione,
… sii luce, non disabitata trasparenza…

Scriveva Mario Luzi (Frasi nella luce nascente, Per il battesimo dei nostri frammenti), nella sua opera intrisa di afflato religioso. E questi versi richiamati da Dom Bernardo Maria Gianni in occasione dell'incontro con in S. Miniato (Firenze), manifestano l’altro aspetto della poesia religiosa, che spinge a domandarci quanto la conoscenza umana possa coesistere con la spiritualità che dentro di noi, laddove ancora non imbavagliata, trasale.

C’è la consapevolezza che un percorso razionale non può che negare gli aspetti che non trovano spiegazione, così come lo scienziato nega le pretese scoperte scientifiche che non si possono confutare?
Ed in questo dualismo, scienza e fede, quanta attualità e quanta coerenza riconosciamo! Qualcosa si svela infine?
Si può affermare che la ricerca della verità sia mirata a dare una risposta ai problemi della società.
È verità lenire le pene, scacciare le superstizioni, cancellare le angosce irrazionali, distogliere l’aspetto puramente emotivo e incontrollabile che talvolta governa l’uomo e attraverso il quale sono stati commessi i più grandi errori della storia.
Non dunque perseguire un perché senza raziocinio e non verificabile, bensì volgerci verso le necessità reali, liberi da ogni preconcetto, da ogni supponenza ideologica che di per se già esprime separazione, distinzione, emarginazione, nonché prelude all’autoritarismo che limita il bene massimo e forse principale a noi concesso: la libertà.

La storia è il tempo intercorso tra gli errori commessi e quelli che ancora si commetteranno. Guerre di religione, intolleranza, irrazionali e pretestuosi confronti tra fazioni che in nome di fantomatici dei si confrontano sul piano delle superstizioni per occultare i veri interessi economici che li animano, in nome quindi di un dio denaro, e mai perciò ultraterreno. Un gioco di oligarchie arroccate su baluardi indifendibili basati sul nulla, sulle sabbie mobili del confutabile.
Dominati dall’irrazionale, dobbiamo liberarci per lavorare uno a fianco all’altro per il presente, unico tempo che continuamente affrontiamo. Non ci sarà domani se non affrontando l’immediato. E del passato gli errori resteranno in grassetto evidenziati come un peso che ancora sopportiamo, ma di cui saremo consapevoli.
La fede resterà comunque sul nostro cammino: siamo soli al cospetto di questa identità che rischia di perdersi nell’infinito? Non basterà forse l’osservazione dei fatti e della natura, ma al poeta l’intimo afflato della speranza.

mercoledì 10 dicembre 2008

Su Ma il cielo ci cattura di Ardea Montebelli


recensione di Guido Passini pubblicata in
respirandopoesia.altervista.org


Cenni biografici
Ardea Montebelli è nata a Rimini il 5 marzo 1956 e in questa città vive e lavora come insegnante. Si occupa di poesia e di fotografia ed è giornalista pubblicista. Ha pubblicato: nel 1989 Alchimia dei sentimenti e Laudato sii, e nel 1993 Pietre di paragone, tutti per i tipi delle Edizioni Forum di Forlì; nel 1996 L’anima del mare (Panozzo Editore, Rimini); nel 2001 Il paradosso della memoria, una meditazione in versi sulle lettere di S. Giovanni (Fara Editore, Rimini), nel 2002 un catalogo fotografico dal titolo Cari, vecchi frammenti (Ed. Giusti, Rimini); nel 2005 Ma tu non dartene tormento, una meditazione in versi sulla Shoah (Guaraldi Editore, Rimini). Nel 2008 esce Ma il cielo ci cattura edito da Fara Editore.

Recensione
Quanti di voi non sono stati catturati dal libro di Ardea sfogliandolo? Ovviamente una domanda retorica, in quanto sono nettamente convinto che questo sia accaduto. Un libro che fa dell’icona sacra un’arte, o meglio una bi-arte. In tanti si sono cimentati e continueranno a cimentarsi nell’accostamento di poesia e fotografia, ma credo siano in pochi a raggiungere un risultato simile a quello ottenuto da Ardea. In questo libro compaiono foto che non raffigurano persone o paesaggi che hanno scaturito un emozione, ma sono immagini che raffigurano la fede. Un percorso intrinseco tra riflessione e meditazione, giocata ragionevolmente tra immagini e parole. A mio avviso l’ultima fotografia del libro, che porta il titolo L’Eremo di S. Bartolomeo in Legio, Roccamorice (PE), dove viene immortalato un cunicolo buio in discesa e al di sopra una piccola croce in ferro battuto utilizzata per una messa a fuoco che rende l’immagine di particolare bellezza è una poesia senza bisogno di parole. A riguardo ricordo un aforisma di Simonide che dice: “La pittura è poesia silenziosa e la poesia è pittura che parla”. Credo che questo possa essere riferito anche alla fotografia. Una rappresentazione grafica che ha significati plurimi non necessariamente basati sul sacro. Suggestivo anche il botta e risposta tra le parole tratte dal nuovo testamento e i versi di Ardea. Un input breve e ragionato, ed una elaborazione della riflessione. La verità è una parola ricorrente in questo libro, e in quanti ne siamo alla ricerca! La cerchiamo nelle parole, la cerchiamo nel prossimo, la cerchiamo nell’amore, nell’amicizia, nelle chiese, nelle nostre case, e perché no… nel cielo… e forse la conosceremo solo quando il cielo ci catturerà.
Un libro particolare, scorrevole alla lettura, che resta ben impressa nella mente, una lettura che purifica l’anima. Un libro che porta speranza in maniera delicata e continua. Complimenti Ardea, un ottimo lavoro.

venerdì 14 novembre 2008

Il cielo paradossale di Ardea

intervento di Dom Bernardo Maria Gianni in occasione dell'incontro con Ardea Montebelli in S. Miniato (Firenze)


Carissima Ardea
grazie di essere qui fra noi stasera.
Come può salutarti un monaco?
Come può accoglierti un gruppo di persone che da anni si incontra per incontrare la Parola?
Abbiamo cercato in questi anni di avvezzare i nostri cuori e il nostro ascolto alla locutio Dei, prima di apprendere qualsiasi locutio cum Deo e qualsiasi locutio de Deo.
Cammin facendo abbiamo scoperto che la poesia è un po’ una sorta di mirabile intreccio fra parola di Dio, parola con Dio e parola su Dio.

Ha scritto padre Giovanni Pozzi a proposito di padre turoldo: il Verbo devi dirsi fatto carne non solo perché umiliatosi in carne, ma perché incorporatosi nelle molteplicità e caducità delle lingue e dei discorsi umani!
Sì Dio si dona per parlarsi e per lasciarci parlare a Lui e di lui una infinita trama di linguaggi:

perché comunicarti è necessità
la divorante passione, tua rovina
tu non puoi , non puoi non donarti,
avvertito o inavvertito che tu sia.
Accolto o respinto dilaghi, e c’insegui,
e ti effondi, e incombi

Carissima Ardea
per padre David Maria TUroldo Dio c’insegue con questa effusione di parole come semi di vita, ma come c’insegna agostino riscritto da frate David


Solo cercandolo
si lascerà trovare:
non lo cercheremmo
se non l’avessimo trovato:
trovarlo
è cercarlo ancora:
vederlo è non essere
mai sazi di desiderarlo

solo cercandolo si lascerà trovare…
ma come possiamo trovarlo?
Se lui è l’invisibile, dove trovarne traccia?

Ardea, ci doni e proponi alcune tracce del Suo passaggio fra noi raccogliendo Parole speculari alla Sua Parola, distilli una Parola nuova dalle Parole che scavi e contrai nell’insonne officina del tuo cuore poetico.

Amici e amiche della Lectio,
non paia l’esercizio di lettura poetica banale ricerca di sentimenti a buon mercato, di sospiri vacui, emozioni passeggere, pianti accomodati e sussulti cordiali:
Keats avvertiva che niente e nessuno è più impoetico del poeta.
Noi siamo qui in ascolto, in severo ascolto, memori di quanto scriveva serioso lo stesso Heidegger: Ormai solo un Dio ci può salvare. Ci resta, come unica possibilità, quella di preparare nel pensare e nel poetare una disponibilità all’apparizione del Dio o all’assenza del Dio nel tramonto (al fatto che, al cospetto del Dio assente, noi tramontiamo).

Amici, amiche, Ardea cara, la fede nella parola ci sospinge a non arrenderci al tramonto e in questa incipiente notte sulla città vogliamo scorgere le tracce oltre di un buio-assenza, di una luce rivelativa di una traccia, un bagliore di senso
Ha scritto Karl Rahner: “l’essere umano non può considerarsi un semplice ente, una cosa dispersa nell’universo solo regolata da leggi biologiche, egli è in ascolto della parola o del silenzio di Dio nella misura in cui si apre, amando liberamente, a questo messaggio della Parola e del silenzio divini.”
Dunque la Parola è veramente medium, mezzo, segno, strumento, epifania della duplice e audace ricerca: da Dio all’uomo e dall’uomo a Dio (Donata Doni ha mirabilmente scritto “sei tutto parola: / dolore dell’uomo / amore di Dio): medium la parola, mediatore il poeta, pedagogo che addita le parole o i silenzi di Dio trascurati dagli uomino meccanizzati, robotizzati, ora globalizzati, li canta, e li rende accessibili perché qualcosa del mistero sopravviva nelle nostre strade asfaltate:

Solo parole, o papa:
parole e di contro
la irreparabile morte
della Parola

le chiese, un frastuono
gli uomini sempre
più soli
e inutili.

E il cielo è vuoto:
Dio ancor più che morto
Assente!


Esiste invece e resiste, tenue ma tenace una parola, quella umanissima, quella poetica, che può essere affidabile trama di relazione e veicolo di speranza nella misura in cui corrisponde, nel pieno senso etimologico della parola, alla Parola di Dio, quella parola creatrice, che fa, fa vivere le cose, sin dall’inizio della creazione e che il poeta analogicamente, come demiurgo di un cosmo rinnovato, riplasma nel suo scrittoio, sospeso fra natura e memoria, storia e istante (si pensi alla etimologia cara agli umanisti per cui poesia viene dal greco poiein fare)
Scrive Mario Luzi

Vola alta, parola, cresci in profondità,
tocca nadir e zenith della tua significazione,
giacché talvolta lo puoi- sogno che la cosa esclami
nel buio della mente –
però non separarti
da me, non arrivare,
ti prego, a quel celestiale appuntamento
da sola, senza il caldo di me
o almeno il mio ricordo, sii
luce, non disabitata trasparenza…

Carissimi,
ecco allora un breve e certamente insufficiente sondaggio poetico dei versi di Ardea,
artefice di una parola che vola alta, che ci è consegnata come esito, non esito a dirlo, di un vero itinerarium mentis in Deum compiuto da Ardea nei recessi delle stanze della memoria, come fra i paesaggi della Maiella immortalati da foto splendide, soffuse di bellezza oltre il tempo.
Ha scritto Massimo Cacciari: “Toccare Dio, questa è la conclusione dell’itinerario mistico, restituzione dei sensi nella loro perfezione, riscoperta, riappropriarsi del sensibile, dell’estetico nella sua intatta nobiltà, cioè non più oggetto di possesso, non più al servizio, non più a disposizione, ma amato.”
Amore, come compimento ultimo del nostro viaggio di ritorno alla ricerca di Dio, un amore amato nella gratuità, appreso finalmente un altro amore con cui attraversare le cose, custodendole, ascoltandole, valorizzandole, contemplandole, restituendole:
è in quest’amore e da quest’amore che parte e si compie la nostra ma anche la sua ricerca, quella divina e anche la ricerca di Ardea:


Una e una soltanto
è la verità
cui tende il nostro amore

Esso si accorge, se rilascia almeno un attimo se stesso,
che è all’opera l’amore di Dio.
In Paradosso della memoria così mirabilmente Ardea: “Sì, la salvezza c’è, l’historia salutis è la vera e unica trama della nostra pur drammatica storia, tuttavia essa chiede silenzio, contemplazione e pazienza per essere ascoltata e trovata, in questo mondo in adorazione di sé stesso” (p. 25).

Tratto affascinantissimo di queste liriche è il loro palpitante e incalzante battere il ritmo – la palpebra dell’occhio che scruta, il passo del pellegrino audace, il finestrino del treno danzante –di una inesausta ricerca, cara carissima al sentire benedettino, se per san Benedetto – e oggi celebriamo la festa di tutti i santi monaci – divenire monaci è essenzialmente quaerere Deum.

Scrive Ardea

Può essere follia
la ricerca insistente
di salvezza?

Vorrei dirle di sì, oggi è davvero impresa folle cercare la salvezza nelle pieghe putrefatte delle nostre cronache.
Oggi più che mai è veramente sopraggiunto quel tempo prefigurato da abba Antonio: “Verrà un tempo in cui gli uomini impazziranno, e quando vedranno uno che non è pazzo, lo assaliranno dicendogli: 'Sei pazzo!' per il solo fatto che non è come loro.”

È lucida ma salvifica follia Ardea la tua, la nostra.
Vogliamo che lo sia per il mondo, anche se costa fatica, perché come tu dici:

Non so liberarmi dal mistero,
senza fare rumore
mi passa accanto
si posa su tutto
anche sulla mia faccia

e ancora

Fin dal principio
il corpo e il sangue
pretendono accoglienza

E ancora

Vale la pena domandare
all’infinito di sceglierci

E ancora

Dove respiro penso mi affatico
amore penetra il mio sangue

Sì, la parola entra nel cuore dell’uomo a prezzo di una ferita, amici e amiche è quella bruciante circoncisione dello Spirito che tante volte abbiamo in questo luogo invocato perché si spezzi il sigillo della ceralacca del nostro compiaciuto egoismo e s’apra all’altro il cuore perché irrompa nei nostri territori l’urgenza di un amore + grande del nostro: sine dolore non vivitur in amore scrive il mistico fiammingo:
Così Ardea a pag. 71 ove va sottolineato il nesso fondante, tipicamente logico, nel senso del logos prima greco e poi autenticametne cristiano, di un nesso vivo e vivificante fra parola e significato.
Un nesso non cerebrale, non cognitivo, non intellettualistico, non meramente culturale
fra parola e significato: Ardea evoca il sangue, il mio sangue, il suo sangue, il nostro sangue e – oso dire – il Sangue di Dio ove si raggruma l’esperienza del Significato + intimo e profondo nascosto in ogni passo della creazione: l’amore di Gesù Cristo nostro unico Signore.
Altrove ardea così evoca il primato della ricerca, della decifrazione di questo mistero, decifrazione austera e ardua, lei che è ardea di nome, ma davvero liberante:

il bisogno di guardarmi dentro
mi aiuterà a decifrare
questa necessità di essere
ridotta all’essenziale,
non esiste altro,
costruire la speranza
fermarmi a chiedere perdono
accogliere la vita
fino alla stanchezza

ma accogliere la vita, cioè l’amore donato, fino alla stanchezza, non è certamente un disperato arrendersi alla morte, alla consunzione, alla notte senza alba che verrà, è semmai albergare un mistero, quello pasquale, fatto di amore e di rivelazione, di speranza e di rinascita (pag. 29).

Una fuga addolcita dalla ragione è la tua forza…
Una ragione, attenzione, che, agostinianamente, francescanamente, è subordinata all’amore e alla contemplazione del mistero (pag. 61).

Un amore tuttavia non estraneo alla verità
evocata, nell’ultima pala del trittico giovanneo così mirabilmente

lasciamo alla verità
il dolcissimo spessore


Dolcissimo spessore di verità: è questo leggero ma profondissimo secondo breviario poetico di Ardea che proprio dalla ambigua domanda ddell’ambiguo Pilato di fronte alla non ambigua verità incarnata in Cristo ferito e deriso sta l’incipit della sua raccolta Ma il cielo ci cattura (pag. 19).La verità come abisso, di buio di luce, di ricerca, di svelamento, aletheia nella multiforme e multiversa matassa di metafore, perché, ce lo accennava prima Cacciari, l’itinerarium parte comunque dai sensi e non dai sensi prescinde (cfr. Giovanni: “Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita 2 (poiché la vita si è fatta visibile, noi l'abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), 3 quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. 4 Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta.”)

Ma attenzione, i sensi mostrano la bellezza cangiante ma anche provvisoria da cui prender le mosse (pag. 23), da qui, da questo spettacolo transuente l’uomo ritrova o scopre l’urgenza della domanda: lo stupor aristotelico del filosofare diventa il cristianissimo sgomento a fronte dell’eterno patire dell’uomo peccator e del Dio misericors (pag. 25).

In questa trama che è l’esistenza Ardea ci addita il kairos l’occasione della bellezza – l’estetico nella sua intatta nobiltà aveva detto Cacciari – come occasione per risalire, dagli antri abissali fotografati da ardea – all’epifania di una bellezza finalmente affidabile percé essenziale e di essenzialità infinita (pag. 29), un kairos che propone e addita ma che non può non risolversi in altrettanta domanda, come a pag. 31:

Quale forza
dà corpo all'assoluto?

È in questa dialettica fra finito e infinito, fra manifestazione e mistero, fra mura a secco, geometriche e rigorose di eremi spiaccicati su informi pareti di montagne refrattarie a ogni ordinamento che non sia quello di una trascendente bellezza che riappare, ormai lo sappiamo, nesso salvifico e relazionale la parola il verbum il logos il dabar ebraico cosa e parole, in questo kairos è la parola di Ardea a illuminarci (pag. 37).
Forse è quel bagliore, stasera come sempre a metterci in fuga da schermi banali, da parole scisse dal significato e dalla vita e a riaprire ai nostri stanchi passi l’audacia del cammino e la fatica liberante della recherche, fuga, addolcita dalla ragione (pag. 41).
È il riflesso, per me lunare, della bellezza della vita che se saputa scorgere come penultima manifestazione di Dio è davvero segno e strumento di un viaggio di salvezza viva e condivisa (pag. 43):

Il vento il sole
l'oscurità della notte
si specchiano nelle beatitudini
del tuo sguardo infinito.

In questo dialogo profondo fra il nostro cuore e la verità, fra il nostro intimo e le cose, fra il nostro essere e Dio, dialogo che è occasione kairos di manifestazione di verità, s’insinua, serpente malizioso il divisore, il diabolico, colui che fa di tutto per rendere inesorabile il varco di distanza fra cielo e terra (pag. 49), ma c'è un cielo più grande di ogni abisso a orientare con minimi fendenti di luce i pellegrini scivolati nella grotta
e c’è un amore più grande di ogni nostra colpa a perdonare e a guardare, ogni sguardo è amore per Simone Weil, e c'è uno sguardo che ci ama da ogni + remoto angolo: distanza finalmente non inesorabile quella fra terra e cielo ma rimando ad ulteriore proseguio del nostro viaggio (pag. 53), la monastica ricerca di Dio, condotta in foto fra gli eremi abruzzesi, archetipi di una ricerca di assoluto che parte da inizi altrettanto assoluti, ma che per me, fidatevi del monaco, posso essere benissimo anche gli eremi delle vostre laicissime case e questo perché tutto, dice Ardea (p. 55):

Ci abbrucia
ci consola
riconduce alla vita.

Tutto riconduce alla vita e il tutto ricondotto alla vita riconduce a Dio, esito di pace nella eterna consumazione di ogni storia, differenza, bellezza, contingenza, apparizione, ansia e traccia (pag. 59).

La scala della copertina del volumento si apre alla spazialità infinita di un mare di luce, di vita, di cielo: è la luce evocata evocando Agostino alla fine del testo, l’Agostino di un testo mirabile che bene ci fa capire il nesso, a me carissimo, fra parola e immagine, fra ascolto evisione, fra udito e contemplazione: “Chi conosce la verità conosce quella luce e chi la conosce conosce l’eternità. L’amore la conosce” (Confessioni).

L’amore…
Forse è davvero all’amore che è dedicato questo prodigio di prossimità e lontantnaza, di ascolto e di silenzio, di mistero e di bellezza, di rivelazione e di segreto, di attesa e di presenza che è l’ultimo mirabile gradino alzato da ardea sui nostri passi sospesi fra terra e cielo (pag. 64).

Grazie