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giovedì 10 ottobre 2019
III Incroci: Italia e Brasile in dialogo a Perugia 16-17 ottobre 2019
venerdì 13 ottobre 2017
Come può il male convivere con l'amore di Dio?
recensione di Enrica Mosca pubblicata su Il Terzo News
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“Ditelo a mia madre” di Vera Lúcia de Oliveira, da Fara Editore Rimini
In Libri by Enrica Mosca13 ottobre 2017
Ditelo a mia madre è una piccola raccolta di poesie a cura di Vera Lúcia de Oliveira, distribuito da Fara Editore. È stato pubblicato nell’aprile 2017. Questo libro è ispirato alla tragica sorte subita dal ricercatore italiano, Guido Regeni
Vera Lúcia de Oliveira è l’autrice di Ditelo a mia madre. La scrittrice è nata in Brasile, vive e lavora a Perugia. È poeta, saggista e docente presso la Facoltà Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Perugia, dove insegna Letteratura Portoghese e Brasiliana. Scrive sia in portoghese che in italiano ed è presente in riviste e antologie poetiche pubblicate in Brasile, Italia, Portogallo, Spagna, Romania e Germania.
Ditelo a mia madre è stato pubblicato nell’aprile 2017 da Fara Editore Rimini. È una raccolta di poesie che, in maniera estremamente semplice e delicata, affronta il tema della tragedia subita dal giovane Guido Regeni, il ricercatore italiano morto in Egitto dopo aver subito torture e violenze. La voglia di scrivere questo libro, scrive l’autrice in un post scriptum, nasce dalla voglia di dar vita ad una domanda della mamma di Guido, la Signora Paola Regeni.
La donna, sconvolta da quanto accaduto al figlio, non riesce a capire e ad immaginare fino in fondo quello che il ragazzo è stato costretto a subire durante la prigionia. In una conferenza stampa avvenuta al Senato, Paola Regeni, ha detto di non riuscire ad immedesimarsi nella coscienza del figlio quando ha capito che tutto era finito.
Dal giorno della scomparsa del ricercatore italiano in Egitto e, ancor di più, una volta saputa la sconvolgente realtà, è stato un colpo al cuore per tutti gli “spettatori” di questa orribile vicenda.
Ditelo a mia madre parte proprio da qui. L’autrice ha voluto racchiudere le riflessioni di quell’uomo massacrato dal male. E lo ha fatto con i sentimenti, non ha usato filtri o strutture complesse, non ci sono ne titoli, né sezioni e né punti. Ha semplicemente utilizzato le parole, le parole “vere”. Vera Lúcia de Oliveira, non tratta il tema politicamente, si discosta dalla morte e dalle violenze. Sono, piuttosto, riflessioni di questo uomo costretto in una cella, che rivolge il suo pensiero alla madre. Nel testo cita più volte il grembo materno, un modo per trovare conforto e per allontanarsi da quella triste realtà.
È un libro duro e straziante. Ci mette di fronte ad una realtà rappresentata dall’ingiustizia, da un giovane torturato senza motivo, da un sequestro quanto mai assurdo. Nei versi c’è un momento in cui lui riconosce i suoi aguzzini e si chiede come sia possibile che tutto questo male conviva con l’amore di Dio. Si parla dei suoi compagni di cella e della situazione in cui vivono.
Ma non è solo buio e tristezza, ci sono anche momenti di luce e di gioia nel ricordare i bei momenti.
Vera Lúcia de Oliveira affronta l’esperienza di Regeni con una certa consapevolezza perché, in qualche modo, questo tema così attuale le riporta alla mente quanto ha visto nella sua adolescenza. Infatti, il suo paese d’origine, il Brasile, è un luogo dove le sparizioni e la dittatura erano il pane quotidiano. La vicenda del sequestro e della morte poi del giovane italiano, fa riemergere, dunque, un passato forte e difficile da dimenticare.
In questo viaggio introspettivo della signora Paola Regeni, affidato alle sapienti mani di Vera Lúcia de Oliveira, c’è lo sforzo di voler capire la vittima, cerca di dare voce e vita a chi, purtroppo, questa vita non può più viverla.
Ditelo a mia madre è commovente e riflessivo, ci mette di fronte la triste realtà di oggi, piena di ingiustizie e violenze gratuite.
mercoledì 2 maggio 2007
Su Verrà l'anno

recensione di Alessio Brandolini
in «ALMANACCO DEL RAMO D’ORO» (quadrimestrale di poesia e cultura)
anno III, numero 8
http://www.ilramodoroeditore.it
(pp. 211-213)
Vera Lúcia de Oliveira, Verrà l’anno, Fara, Santarcangelo di Roma-gna 2005, pp. 78, € 8,00
Vera Lúcia de Oliveira è nata in Brasile nel 1958, la madre è figlia di immigrati italiani. L’esordio poetico risale al 1983, anno in cui in cui vince una borsa di studio e si trasferisce a Perugia, dove tutt’ora vive. È ricercatrice di Letteratura Portoghese e Brasiliana presso la Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell’Università di Lecce. Scrive (e traduce) sia in portoghese che in italiano. Tra i molti riconoscimenti il Premio di Poesia dell’Accademia Brasiliana di Lettere. È presente in antologie poetiche italiane e straniere. Ha pubblicato le raccolte di poesia: A porta range no fim do corredor (1983); Geografia d'ombra (1989); Pedaços / Pezzi (1992); Tempo de doer / Tempo di soffrire (1998); La guarigione (2000); Uccelli convulsi (2001); No coração da boca / Nel cuore della parola (2003); A chuva nos ruídos (2004). Ha pubblicato inoltre il saggio Poesia, mito e história no Modernismo brasileiro (2002).
Verrà l’anno (2005) è il suo ultimo lavoro poetico, scritto direttamente in italiano. È una specie di denso poemetto, dove i testi – come quelli della precedente raccolta – si susseguono senza titolo, né punteggiatura, né maiuscole (restano solo i punti interrogativi). Nel cuore della parola (2003, Adriatica - traduzione di Guia Boni) contiene un saggio di Luciana Stegagno Picchio in cui la studiosa sottolinea il forte legame della poesia di Vera Lúcia de Oliveira al senso dell’udito (la sua grande capacità d’ascoltare le voci del mondo), all’oralità e alla tradizione popolare. Per questo i suoi testi sono liberi d’ogni eccesso di retorica, d’enfasi, di metafisica e puntano dritto al cuore, all’essenza delle cose, e della vita. Una poesia quotidiana, quindi, eppure che si spinge in avanti, si dirama e abbraccia l’universale. Così la voce del singolo diventa una voce collettiva, che può essere di ciascuno di noi, o di tutti insieme, una voce corale:
la mia storia non la racconto ma se vuoi invento
ho storie dentro di me che nascono e restano
a rimuginare ho un sacco di storie tanto
più le racconto più diventano vere
c’è gente che piange e chiede dove le vado a prendere
rispondo che stanno dentro ognuno di noi
Poesia tratta da Nel cuore della parola, raccolta tra l’altro arricchita da un acuto commento del grande poeta brasiliano Lêdo Ivo che di questi versi apprezza il “lirismo coagulato” che supera le tradizionali misure metriche “per imporre, in un’apparente decostruzione, una realtà che ferisce e inquieta”.
Il bilinguismo di Vera Lúcia de Oliveira, e potremmo anche aggiungere il biculturalismo, si traduce in un ampliamento degli strumenti per comprendere il mondo, per penetrare i segreti della vita dell’uomo, della sua anima e – soprattutto – del suo dolore, in capacità di accogliere le voci che ci stanno intorno senza rinchiudersi nel proprio io. La lingua semplice e parlata, quella di tutti i giorni che evita ogni parola difficile o aulica, è il filo con il quale il poeta tesse il “discorso comune”: la voce intensa e pacata che parla per ogni uomo, così com’era all’origine della poesia. Allora il trascorrere della vita e della storia si fa materia lirica, nutrimento di queste poesie che talvolta sembrano racconti in miniatura:
il bosco è una casa di occhi
li vedevo nascosti e mi vedevo
a guardarli rompersi dai gusci
e venire fuori a salutare il giorno
Se la grande tradizione della poesia in lingua portoghese è ovviamente presente in quella di Vera Lúcia de Oliveira – si pensi a Carlos Drummond de Andrade, a Murilo Mendes, al citato Lêdo Ivo di cui qui da noi la de Oliveira ha curato una stupenda antologia, o allo stesso Pessoa, in quel desiderio dell’autrice d’immedesimarsi in personaggi diversi, di riuscire dal di dentro ad esprimerne la passione, il dolore – come non pensare all’Ungaretti che in pochi versi descrive tutto un mondo di passioni, alla sua misura, alla cura maniacale per ogni singola parola. Inoltre la lingua della poeta brasiliana (o brasilo-italiana?), il tono basso e insie-me la tenacia nel resistere alla degradazione del linguaggio comune, così come le tante domande presenti in Verrà l’anno, fanno venire in mente il primo Palazzeschi (di “I cavalli bianchi” e “Lanterna”) e i poeti dialettali italiani del novecento, soprattutto Raffaello Baldini.
Il rapporto con il Brasile lontano è fortissimo, e struggente. Per questo la parola “casa”, è la più usata (sognavo una casa sulle spalle/ come una lumaca dicevo). Un alloggio sobrio e piccolo, perché bisogna essere sempre pronti a spostarsi, a fare e disfare le valigie, a portarsi dietro poche cose: quelle necessarie, indispensabili. Soprattutto il ricordo, e la presenza e l’amore degli altri. Normalmente la poesia si nutre di silenzio, qui è il contrario: la casa-poesia di Vera Lúcia de Oliveira è fitta di voci e rumori, e affollata di volti.
Verrà l’anno (come inedito ha vinto il premio “Popoli in cammino”) si com-pone di 59 brevi testi: è un piccolo libro che però contiene grandi cose. Dal taglio o-riginale per via di quel surrealismo dimesso, fatto di versi quasi sussurrati, privi di toni retorici e declamatori. Dalle poesie di questo poemetto che si proietta verso il futuro – eppure legatissimo al passato e alla memoria – emerge un mondo fiabesco e altamente lirico, legato alla purezza, al candore, alle portentose visioni dell’infanzia:
c’era un vento leggero
lo sentivo sul tetto
sfregarsi alle tegole
strusciarsi pare
avesse preso gusto
ad annusarle
mercoledì 7 gennaio 2009
Due recensioni a Vera Lucia De Oliveira
Fabio Scotto
"Il denso delle cose, antologia poetica"
Poetessa brasiliana docente all'Università di Lecce e trasferitasi in Italia a Perugia da oltre un ventennio, Vera Lúcia de Oliveira è autrice molto apprezzata sia in patria, dove ha ricevuto nel 2005 il Premio di Poesia dell'Accademia Brasiliana di Lettere, e anche da noi (la sua raccolta Verrà l'anno, 2005, è infatti stata finalista al Premio Pasolini), oltre che traduttrice-curatrice di poeti molto importanti del panorama linguistico lusitano odierno (basti pensare a Nuno Júdice e a Lêdo Ivo). Questo equilibrato e denso volume antologico ora apparso, consente di cogliere la peculiarità dei suo dettato e degli snodi, nel senso della compattezza e dello sviluppo di una poetica il cui tratto dominante pare appunto la densità del breve che mira all'essenziale tramite micro-diegesi per lo piú al passato, quasi a volere sempre situare la materia poetica a distanza per meglio descriverla-viverla-recuperarla. Una poesia, quella di Vera, che scandaglia le zone in ombra del mondo con un nitore e un'efficace economia di mezzi che spogliano la poesia di ogni orpello per farla coincidere con le cose nel loro valore di presenza attraverso il lavoro della memoria e una commossa osservazione del reale. La frammentarietà della misura assunta ben corrisponde al lucido desiderio di dar conto di una condizione di lacerazione che in essa dolorosamente coglie anche il senso della propria infinità: «sono in tanti pezzi / da essere quasi infinita» (Pezzi, p. 17), Pezzi non a caso essendo anche il titolo di un suo libro dei 1992. Vi è poi una scelta tematica che ha un nesso profondo con le istanze fondamentali dell’esistenza, la vita e la morte, il dolore e la perdita, l'attenzione al dettaglio che spesso risulta essenziale e illumina le altre zone d'ombra espandendo il punto di vista. Ne è strumento principe una metaforizzazione a tratti visionaria a rinforzare l'elemento magico di taluni accenti, come in alcuni dei componimenti a nostro avviso più riusciti quali Strada commerciale, L'indicibile, Il figlio, Di casupole, Uccelli convulsi, nei quali il tempo di soffrire, che sceglie la vita come luogo della parola («le parole tutte che dirò / prima di morire», Le parole tutte, p. 45), in un dialogo con Dio, con le opere e le sciagure degli uomini, accompagna i cani lungo le pietre, attraverso «casupole» d'infanzia nel volo di «uccelli convulsi» nel buio, con un'attenzione toccante ai legami parentali profondi (l'esser madre, padre, figlio) e un dialogo con l’arte dove il corpo si scopre il vero tramite tra la realtà e l'esperienza sensibile delle cose che un pensiero lirico meditativo e mai greve avvince con ostinazione alla ricerca del senso: «pensava che le cose dentro i libri / erano più v¬re che fuori / che le cose nei libri e le persone / erano al posto giusto e se stonavano / era solo per poi ritornare al posto / esatto in cui dovevano stare», Le cose, p. 103).
Un interessante saggio di auto-poetica in Appendice dal titolo Fra due gea-grafie fornisce con sincerità e profondità d'analisi preziosi elementi di conoscenza ulteriori, in particolare sul bilinguismo poetico e sull'esperienza dell'auto-traduzione.
(Fabio Scotto, "Il denso delle cose, antologia poetica", Il Segnale, periodico di ricerca letteraria, anno XXVII, N.81, Milano, ottobre 2008, pp. 58-59.)
Mia Lecomte
"Il denso delle cose"
Questa antologia poetica abbraccia vent'anni della produzione bilingue, italiano e portoghese, della poetessa brasiliana Vera Lúcia de Oliveira, che da tempo vive e lavora in Italia. Scriveva la studiosa lusofona Luciana Stegagno Picchio nella prefazione al primo libro pubblicato nel nostro paese da de Oliveira, Geografie d'ombra, che «il bilingue ha due cuori». Nel senso che il bilinguismo da un lato complica certamente il dialogo interiore, ma allo stesso tempo amplifica la capacità espressiva. Il poeta bilingue è infatti qualcuno che ha la possibilità di rivivere, con la seconda lingua, la partecipazione sensoriale della prima nominazione del mondo. E per questo gode e soffre del privilegio di riscoprire e ritrovare, rinnovandoli, tutti i propri suoni esistenziali, di risaggiare la consistenza fisica e musicale delle cose come parole. Di penetrare, prima e poi di nuovo, tutto «il denso delle cose»: «io sto sempre danzando nella mia carne/ sto sempre sentendo una musica che la mia anima/ sa che esiste malgrado la dissonanza/ della mia vita». A chiusura della carrellata di testi poetici, tutti nitidi, contraddistinti, sia in italiano che in portoghese, da una struttura armonica perfetta, completa il bel libro di de Oliveira un suo saggio dal titolo «Fra due geo-grafie», una sorta di autoanalisi poetica che affronta con competenza e chiarezza tutte le questioni inerenti il cammino letterario translingue.
(Mia Lecomte, "Il denso delle cose", Le Monde Diplomatique, n.12, anno XV, dicembre 2008, supplemento mensile a Il manifesto, p. 22)
lunedì 27 luglio 2020
Tutto è luce e nulla manca
Vera Lúcia de Oliveira, Ero in un caldo paese
Ed è questa luce il vivere del fare poesia di Vera Lúcia de Oliveira e dei suoi testi inclusi nella sua più recente raccolta Ero in un caldo paese (seconda classificata al concorso Faraexcelsior 2019).
Uno scrivere che già dalla sua prima pagina è un invito allo stare dentro a tutto ciò, ad ogni verità, perché “Bisogna andare a fondo / infilare la mano con delicatezza/ nella pancia di Dio”.
È una luce mai idealizzata ma sempre capace di un tessuto umano, di cui si ha bisogno per muoversi nel sé più profondo e sincero.
E in questo suo scrivere, Vera Lúcia de Oliveira ci ricorda di come sia necessario che il tutto sia un fiorire continuo, per stare dentro al momento preciso, al luogo che separa il prima e il dopo, “come se il mondo / fosse nato / ora”.
In questo accendersi continuo, in cui il lavoro dell’autrice è quello di riconoscerlo e valorizzarlo, è fondamentale indicare il come la luce sia fonte di nutrimento, “apriva la bocca / e a sorsi e a morsi / ingoiava la luce”; e forza, “il sole irrompe / e ferisce la nebbia”.
Ma queste pagine, per dare ancora più significato alla luce, respirano anche un dolore adulto, maturo e consapevole, che ne diventa la naturale parte integrante, inscindibile e caratteriale.
Perché “nulla è nitido nel dolore / ma tutto si vede di più”, ed allora è un qualcosa che va accettato ed esplorato, che può rivelare sorprese e illuminazioni, che ha una sua luminosità interna ed intima, capace di mostrare quel qualcosa che esposto a troppa luce rimane nell’abbaglio, e non si può né vedere e né guardare.
E di certo Vera Lúcia de Oliveira non rinuncia al raccontare di come la vita ogni giorno si mostri in mille e più mille fragilità, che “come la pioggia/ si spezza/ su ogni cosa”, e di come c’è da stare “attenti a che le ombre/ non ci ingoiassero”. Nel passato, in questo presente, nel tempo che ha da venire.
Luce ed ombra sono quindi il continuo dialogo acceso per arrivare all’essenza, al pane e alla radice, ad Ungaretti.
Per riconoscere ogni volta, e capire meglio, che nel proprio stare al mondo “si era spinta così tanto su quella soglia di luce / che aveva finito per rimanere / dall’altra parte del giorno”.
che sono nata, per il rumore delle
foglie accese di luce, l’aria che si
muove fra i panni bianche sui fili
la sera he sembra non scorrere
il midollo del tempo, questa vita
in estasi, questo corpo ardente
questo sguardo lucido
sul nucleo di tutto
luce sui campi sui muri
diamanti nelle pozzanghere
lampi sui tetti che piano
foravano la sera
ma se l’amore permane
oltre la morte se l’amore
rimane anche la morte
vissuta da viva
valeva la pena
arrivi in una piazza senza parapetto
l’infinito in fondo in cui ti puoi tuffare
il vento e il mondo lì dinnanzi e dietro
di monti su monti a perdersi in fondo
nelle giornate limpide puoi vedere la mamma
dall’altra parte del mondo e se c’è luna
luminosa vedi il babbo piegato sul suo
orto d’estate che neppure da morto
ha lasciato
contro la porta
spalanchi un porto
in posizione
fetale
spingi le orme della notte
quasi fino alla morte
poi torni
giovedì 26 dicembre 2019
L'empatico “aplomb” di Vera Lúcia de Oliveira
Vera Lúcia de Oliveira, nata in Brasile, vive e lavora a Perugia. È poeta, saggista e insegna Letteratura Portoghese e Brasiliana all’Università degli Studi di Perugia. Scrive sia in portoghese che in italiano ed è presente in riviste e antologie poetiche pubblicate in Brasile, Italia, Portogallo, Spagna, Stati Uniti, Inghilterra, Francia, Romania e Germania. Ha vinto numerosi e prestigiosi premi in Italia e all’estero. Con Fara ha pubblicato Verrà l’anno (2005, Premio “Popoli in cammino”) e Ditelo a mia madre (2017, Premio Thesaurus di Rho). Da quest’ultima raccolta: “… il mondo quando si sta per lasciarlo diventa / un fuoco che tutto avvolge nella fiamma / si era spinta così tanto su quella soglia di luce / che aveva finito per rimanere / dall’altra parte del giorno…”. Di lei hanno scritto Matteo Bonvecchi: “Quella di Vera Lucia è una poesia che carezza e accende i sensi: odori, colori, contatti, musiche dolci s’accordano in profonda armonia. […] Ci si nutre di questa sapienza, come cibo preparato in casa per amici. Ne risulta un senso d’autentica gratitudine, perché pure questi brevi componimenti restano come quei panetti imburrati da mettere in forno per i giorni peggiori”; quindi Anna Ruotolo: “Un grande canto universale abita un ‘paese caldo’, un luogo quasi mai perfettamente fisico ma sottilmente interiore, quale mistero e compimento dell'ardore dello scrivere, del bisogno di una massima comunicazione, di un dialogo ininterrotto con questo mondo e tutti i mondi possibili”; e anche Annalisa Ciampalini: “La silloge si contraddistingue per l’attenzione rivolta alle piccole cose, agli accadimenti che avvengono timidamente e all’importanza che essi possono assumere quando si osserva la vita e il fluire degli eventi seguendo una particolare concezione. I versi testimoniano uno sguardo vitale sul mondo e la sapienza di saper individuare preziosi angoli di vita. La gentilezza compare anche nello stile e ben si addice al significato dell’opera”. Quindi, Ero in un caldo paese, dà continuità al fare poetico di Vera Lúcia de Oliveira, sebbene donandocela, ad ogni suo libro, sempre con rinnovato e sicuro “aplomb”.
martedì 16 giugno 2020
Versi di gioia e di nostalgia nella poesia di Vera Lúcia de Oliveira
Versi di gioia e di nostalgia
nella poesia di Vera Lucia de Oliveira
Perché erano ubriachi / di ogni cosa ed essere / creati da Dio
Il titolo dell’ultimo libro di Vera Lucia de Oliveira è un omaggio a Sandro Penna. Anche l’esergo in apertura del volume riporta versi di Penna. È anche una dichiarazione programmatica sulla scelta di un preciso indirizzo stilistico, si tratta di componimenti per lo più brevi, di fulminanti illuminazioni. Una coincidenza quindi non solo geografica, Penna era originario di Perugia, città nella quale Vera vive ormai da molti anni, ma anche di sensibilità poetica.
Nella postfazione al libro Maria Borio parla di “legami stilistici con i maestri di questa poesia – come Ungaretti e Penna – attraverso una sensorialità immediata”.
Nel libro colpisce la ricorrenza di alcune parole, una di queste è mondo, palpita molto mondo in questo libro, si respira una forte adesione alle vicissitudini del mondo, sebbene circoscritta al perimetro entro il quale si muove la personale biografia dell’autrice, nei versi circola molto pane dell’amicizia e molto vino della poesia.
La dedica del libro è per Ilde Arcelli, valida poetessa perugina ora scomparsa.
È anche spesso presente la locuzione “dall’altra parte del mondo”, chiaro riferimento ai luoghi di nascita e di provenienza di Vera, il Brasile, e probabile sorgente primaria della sua ispirazione.
Dominare due lingue, riuscire a esprimersi in versi in maniera egregia e compiuta, significa possedere non un solo mondo, ma una varietà di mondi. Non è né saggio né opportuno stilare una classifica della intensità emotiva raggiunta in alcune liriche, tuttavia quando il discorso è proteso nell’ascolto dell’altra parte del mondo, è lì che i versi denunciano e dichiarano un livello di coinvolgimento che inevitabilmente si riversa sullo stato emotivo del lettore e gli consente una viva consonanza.
Così commuove già dalle prime liriche “la voce del figlio distante che dentro / la notte veniva a svegliarla mamma / ti va di parlare con me oggi’”
E più avanti: “la notte è un grande orecchio / sento persino il letto / scricchiolare / mentre ti giri / dall’altra parte / del mondo”.
E poi una delle più belle e compiute, che mi piace riportare per intero, col bellissimo richiamo nel quale riecheggiano i versi di una delle più conosciute poesie di Penna:
Il mare è tutto azzurro
il mare è tutto calmo
il cuore è quasi un urlo
di gioia. E tutto è calmo.
Vera esordisce in questo modo lineare, altrettanto epigrammatico e icastico nel dettato semplice dei versi:
Il mare qui è un orizzonte azzurro
di monti su monti a perdersi in fondo
nelle giornate limpide puoi vedere la mamma
dall’altra parte del mondo e se c’è luna
luminosa vedi il babbo piegato sul suo
orto d’estate che neppure da morto
ha lasciato.
Anche la parola corpo risuona spesso nei versi di questo libro, “c’è una ballerina in me / pronta a occupare il mio corpo…” e ancora “…questo corpo ardente…” e infine una dichiarazione fulminante: “nel grembo la parola è il corpo…”
Quel corpo labirinto dove il minotauro, quando hai aperto gli occhi, ha detto: ti verrò a cercare. Secondo una visione psicanalitica il mito del labirinto rappresenta la condizione edenica prenatale:
amava l’infanzia
e non poteva crescere
tutto attorno a lui parlava
di un grembo felice
in cui poteva nuotare
senza soffrire
dire mamma
ci sono
e lei
son qui
Anche la parola città ricorre, estensione naturale del corpo, propaggine modellata in forma di abito, di cornice necessaria: “in questa vertebra di città sono venuta a cercarti”.
In fine la lingua, quella lingua alla quale ti afferri sperando che regga, perché è l’unica certezza, l’evidenza minima dalla quale germogliano e fluiscono i temi cari alla poesia di Vera, l’adesione al mondo, l’infanzia come luogo degli affetti e dei ricordi, la parola come felicità e tormento: “il dire è la sola / cosa che ci resta”
Un libro in cui la nostalgia scorre come un fiume carsico, a tratti scoperto, esposto alla luce del sole, a tratti sotterraneo, una nostalgia a raggio variabile, perché ogni cosa, appena intravista o vissuta, nel riverbero della fugacità della bellezza, diventa sorgente e motivo di nostalgia, come se soltanto sfiorarla evidenzi la possibilità di una perdita, di un abbandono. E così la nostalgia, nel suo significato letterale di dolore del ritorno, diventa una forma per aderire al quotidiano, diventa l’atmosfera che accompagna ogni incontro e permea ogni verso. Fino dal titolo, con quel verbo “ero” al passato, che dichiara l’inafferrabilità della bellezza, che si può più facilmente cogliere nella luce del passato:
sotto la luce
la città lontana
luccicava nella sera
e pareva che si potesse
essere felice persino
nella pena
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