“… un tempo sottile in cui splendere ancora.”

Annalisa Ciampalini, Tutte le cose che chiudono gli occhi, peQuod 2022
Prefazione di Valeria Serofilli



recensione di AR

Proviamo a sostituire a “luce” la parola “poesia” nei versi seguenti che hanno per titolo Statica (p. 69): “La luce che non porti con te / si depone nelle cavità / cerca sguardi complici / attende / di essere tradotta. / * / C’è poi chi resta / nel punto dolce del richiamo / lo nomina / e indugia suo segno. / Questo crescere l’uno dentro l’altro / fino a coincidere.”

Non è una suggestiva descrizione dell’energia poetica latente in ogni anima? E non la troviamo, questa fonte sonora desiderante, anche nella chiusa – “La nube di pensieri che cresce, ci confonde / e traccia cammini / che non conosciamo.” – a p. 49? E nei versi iniziali – “Ora è quando nel corpo / vorremmo una superficie cava / fertile e sensitiva, che possa aprirsi / e diffondere / la luce che desideriamo?” – della poesia a p. 44?

In questa raccolta abbiamo una parola (già vista qui sopra) ricorrente che crediamo sia una importante chiave per immergersi nel mondo di Annalisa. La troviamo ad esempio (al plurale) a p. 14 (“I miei sono luoghi piccolissimi / punti di fuga / a stento trattenuti dalle foto.”), a p. 15 (“Il cielo è basso per noi / deserti i punti di ritrovo.”); al singolare a p. 68 (“Un punto materiale / che accende molecole d’aria.”, Cinematica), nella prosa a p. 55 (“All’improvviso ha preso forma un luogo di passaggio, un punto i cui poli opposti si avvicinano.”), a p. 31 (“I corpi sono statue / sotto l’occhio immobile del sole. / Non sentono il transito di luce / nel punto vivo del presente.”), a p. 21 (“… c’è un luogo in cui la luce arriva piano / il punto che ci guarda / e va taciuto.”)… Forse questo punto è un attimo rivelatorio.

È quella predisposizione a varcare vuote distanze. Quella attenzione a ciò che accade, all’altro (biunivocamente necessario e complementare) che rimanda a una verità costitutiva che ci interpella, ci distoglie da una atarassia di comodo, ci inquieta, ci apre le ferite mal rimarginate.

A questo punto ogni poeta è particolarmente sensibile. Ne percepisce la minima vibrazione, il baluginio più flebile, la voce più impalpabile eppure così capace di metterci a nudo. È un punto che ci ricorda quanto sia al contempo prezioso, limitato, unico il nostro grumo di verità. 

Assorbire il canto di Ciampalini è accrescere in noi la percezione della bellezza, constatare come il creato sia una trama inesauribile di sensi (in tutti i sensi della parola). Come il tempo sia un luogo-dono inestimabile, fuggevole e mai del tutto comprensibile. Eppure ciascuno di noi è un punto vivente che, se non si chiude in sé stesso, può fare con gli altri una splendida rete che abbraccia la realtà e può renderla più vivibile, gratificante, perscrutabile. Se ci disponiamo al reciproco ascolto, se consuoniamo con i punti vicini o con quelli che incontriamo quando i nostri cammini si affiancano o si intersecano, questa rete può diventare lo specchio sconfinato di un universo dove ogni cosa e ciascuno ha il suo nome, la sua dignità. Leggiamo ad es. la poesia a p. 20: “La mia preghiera è il tuo nome / pronunciato chiaramente / la constatazione muta e ripetuta / della cosa che ti sta accanto / e si oppone. / È cercare, tra tutti i pensieri, / quello che su di te si ferma. / È una preghiera che guarda e ricorda. / È la mia effimera presenza / e la tua ferita – viva / che non si cuce.”

Chiudiamo allora anche noi, ogni tanto, gli occhi, da svegli, e sentiremo quali profondità il sonar della parola poetica può farci raggiungere: “un tempo fuori campo / in attesa / un sangue scuro, maggiore / che si oppone alla morte.” 

Così si chiude la poesia a p. 26 da cui è tratto il titolo del libro, mentre il titolo di questa recensione è tratto dall’ultimo della poesia a p. 17 il cui incipit è “L‘inverno sarà qui tra poco”.

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