“La vita mi tatuò dei numeri / sulla parte sinistra del cuore.”

Claudia Piccinno, Ipotetico approdo, Medigraf, 2a ed. 2018, Prefazione di Brunello Gentile, Nota introduttiva di Angela Iantosca, versione inglese a fronte

recensione di AR



“… pubblicare, esternare, condividere è per chi scrive un male necessario, un mettersi a nudo per riconciliarsi con la propria imperfetta umanità.”
Così si conclude la “Postfazione dell’autrice” (p. 106) a questo ossimorico Ipotetico approdo, dicendosi Claudia “sempre in bilico tra desiderio d’altrove e necessità di radicarmi nell’hic et nunc” (ivi).
La raccolta è caratterizzata da uno stile colloquiale ma non privo di molteplici riferimenti letterari, filosofici, religiosi, interculturali. Piccinno trova nella poesia un modo attuoso di leggere la realtà, di interagire con gli altri, di fare il punto sulla propria (relativa) verità con una trasparente presa d’atto, appunto, dei limiti, delle zone d’ombra, dei difetti propri ed altrui (ma anche delle insospettabili perle): 

“Ho questi limiti / che gemmano stupore, / io non mi adeguo / a questo mio livore.”  (Cuore cucito, p. 78)

Non manca il sapore amaro delle disillusioni (“le strettoie della solitudine / diventano carreggiate / al sordo rintocco / della derisione”, Tunnel, p. 72) , delle sconfitte, dei tradimenti in campo esistenziale (“quando il silenzio affondò la lama / nelle stimmate dell’abbandono”, Adamo, Eva e la loro poesia, p. 48), sentimentale e professionale, ma non si perde mai la capacità di una profonda empatia, specie con le categorie umane più bistrattate, violate e oppresse. Ad esempio quella dei migranti: “Orfana anch’io di 900 fratelli, / figlia unica / di quello stesso Dio…” (Figli di un dio minore, p. 36); “Il manganello delle guardie / non risparmia nessuno, / è peggio dell’altalena / delle maree, / sembra la fame dei pescecani.” (Il coraggio dei perdenti, p. 34).
C’è il desiderio di un Padre che alimenta una (impegnativa e combattuta) fiducia religiosa nella bontà efficace di una attenzione gratuita e concreta (= amore) per le altrui fragilità, attenzione che poi, in maniere a volte misteriose e dilazionate, è di grande aiuto per affrontare, accogliere e curare le nostre stesse fratture e ferite (si leggano, ad esempio, gli splendidi versi del  Fantasioso erede di Pitagora a p. 40, “brevettato per divulgare / multipli d’amore”). 

Alcuni flash (si noti la pregnanza delle metafore e dei correlativi oggettivi): 

“La mia anima, girasole di un corpo / mai satellite di altri corpi, / trae forza dai bagliori che emana.” (Magia nello stupore, p. 94)

“eppure non è in te / l’ostacolo alla meta / ma nel congiuntivo / degli indifferenti / e nelle litanie dei forse” (Il tuo traguardo, p. 88)

“Non badai alle primule / distolta dal papavero, / m’inchiodai al rosso dei suoi petali” (In attesa, p. 84)

“Parlami Padre / dall’alto dei cieli / e spiegami il peccato / senza veli. / Son prove d’esame / del libero arbitrio / o forse espedienti / di un demone antico?” (Parlami Padre, p. 64)

“L’inchiostro pondera il suo nero, / non ha l’immediatezza del verbo. / E lo coltiva in recondite strettoie / prima di uscire allo scoperto.” (Un dettaglio scomposto, p. 50)

Siamo approdati alla fine di questa cursoria navigazione e forse si è ravvivato in noi il desiderio di accogliere amorevolmente certi angoli di noi stessi, di saperli cogliere negli altri, constando con Claudia che ogni approdo è solo una tappa, che nuove mete e nuove sfide ci attendono, se sappiamo condividere “il pane che lievita incontri” (Duetto indissolubile, p. 26).

PS Il distico che abbiamo scelto come titolo apre il citato apologo in versi: Fantasioso erede di Pitagora.



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