PREFAZIONE DI BRUNELLO GENTILE A IPOTETICO APPRODO DI CLAUDIA PICCINNO

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“… arrivò a scompigliare / giorni sempre uguali / ribaltando le rotte / di viaggi mentali …” (poesia ‘Ipotetico approdo pensando al Titanic’). Parole delle quali subito godi l’armonia del suono e la delicatezza del richiamo poetico, ma poi ti fermi perché ti resta l’impressione di non aver afferrato completamente il significato. Rileggi e in quelle poche sillabe scopri, in straordinaria sequenza, la monotonia della vita, la speranza di poterla domare, la ricerca di qualcosa che ti ricostruisca dentro. Ne prendi nota, ma non afferri il giudizio dell’Autrice, perché te lo ha nascosto in qualche modo, lasciando a te la libertà di trarne una conclusione.
E’ questo, a mio avviso, il “costrutto poetico” di Claudia Piccinno, che ti impone una fatica obbligata; o sei disposto ad affrontarla o dei suoi versi ti resterà solo un suono affascinante.
In alcune delle precedenti opere letterarie di Claudia, com’è mia abitudine, ho letto i commenti di altri per confrontare la mia con la loro impressione, e ne richiamo alcuni.
Antonella Griseri, nella prefazione de “Il Soffitto”, dice: La bellezza del cuore di Claudia Piccinno è della medesima natura dei suoi versi. Puri e limpidi. Puliti e tersi. Sono attraversati da ciò che si può definire un dolore latente ma incredibilmente dignitoso, che la poetessa riesce a non far pesare, enunciandolo come imprescindibilmente legato all’esistenza stessa. Slavica Pejovic, in una nota sull’autrice dello stesso libro, commenta: Sembra ricercare un equilibrio tra la conoscenza dei valori universali e la verità interiore del singolo essere umano. Milica JeftimiJević Lilić afferma su Claudia: Rivendica il diritto di una voce autentica ad armonizzarsi con gli ascolti disattesi. Domenico Pisana, commentando “Ragnatele cremisi”, sottolinea: Claudia Piccinno orienta la sua versificazione nell’orizzonte dialogico tra cielo e terra, tra pensiero ed azione, mostrando di credere nel sentimento e nelle emozioni come elementi di importante alfabetizzazione e finalizzati a stabilire una relazione positiva
anzitutto con se stessa e, poi, con gli altri…
Quanto da me inizialmente affermato non contrasta troppo con quanto già rilevato da altri, ma in qualche modo si diversifica.
Invito a leggere ‘L’urlo silente’. Certo, è l’autrice che parla di sé e di un’altra creatura che le vive accanto, ma ho dovuto pesare tre volte ogni parola per farmi una ragione mia del concetto espresso, in un susseguirsi di apparenti contraddizioni: un male che brucia contro un risorgere di forza dalle sue ceneri, una pazienza che vacilla per una luce solo sognata contro la scia luminosa di un’aurora esprimente il giorno. Ho dovuto lottare interiormente per scegliere da solo chi poteva vincere.
La forza di Claudia è in questa capacità di intrometterti in un mondo di distrazioni universali, senza fornirti suggerimenti piuttosto che certezze, logiche piuttosto che speranze. Ti fa comprendere quanto profondo sia quel genere, pur suo, di stato d’animo, ma la sua reale definizione resta un enigma da portarti dentro a lungo.
Se la poesia è rappresentazione di verità, come qualcuno sostiene, l’Autrice ti porta a considerare che potresti anche scoprire che nemmeno quella esiste.
L’ossimoro, insomma, sembra estendersi dal contradditorio del titolo – l’urlo non dovrebbe essere silente - al contradditorio dei versi, in un accostamento azzardato che è proprio la Vita a rendere credibile.
Nella Nota sull’Autrice di Angela Iantosca si legge a commento: “C’è malinconia nelle poesie di Claudia, ci sono cicatrici che ancora sanguinano e a cui vuole dar voce… È un ‘Cuore cucito’ il suo e forse il nostro, ma un cuore che attende anche un girasole…”. Credo che tra questo e quanto da me affermato ci sia forse solo un esprimere con parole diverse lo stesso concetto.
Per Claudia la contraddizione arriva al punto di rendere ‘pigra’ la rotaia e non il mezzo che vi scorre sopra, ed è sempre la rotaia che “stridula frenò / su un compromesso”.
In ‘Davide è il tuo nome’ (dedicata a un bambino affetto da autismo) Claudia sembra avvalorare la sua difficoltà a
intraprendere un dialogo con l’esterno, ammettendo che “non è facile decifrare la bussola dei sensi / in tale marasma di stimoli sociali”. Sembra quasi ammettere che nel “quotidiano” appare possibile, ma non lo è, raggiungere risultati comunicativi, mentre si può tentare perfino di più di fronte all’autismo: “scenderò a incontrare l’oggetto che ti attrae / per accorciare la distanza / che ti tiene relegato in una stanza”.
Ciò conferma l’idea di quanto il pensiero poetico-filosofico dell’Autrice sia profondamente complesso.
Il mondo che Claudia osserva suscita in lei stupori negativi, di fronte a un campo profughi (per farci assuefare / alla diaspora degli innocenti / nell’ottusità delle nostre menti / al coraggio senza pari dei perdenti) o perfino al concetto di divinità (Dio minore… Chiamiamolo così / o forse despota del mare / suona meglio?).
Nella sequenza delle sue osservazioni non tralascia nemmeno la fantasia: simpatico quel ‘Fantasioso erede di Pitagora’, che recita “non amo gli utili, né il dividendo, / fui brevettato per divulgare / multipli d’amore”, salvo tornare a dipingere i sentimenti usando i colori delle abitudini sociali: “naufraghi in acque imputridite / dalle ciance altrui. / Grazie del gentile riscontro”
Talvolta l’Autrice azzarda un’esplicita dimostrazione intima al lettore: in ‘Inchiostro di pace’ pare svelarsi: “Rinchiusi nelle celle / del pregiudizio, / muoiono piano / come all’ospizio, / valori gravidi / di pace e amore”. Ma già in Parlami Padre (sull’eterna tenzone fra fede e ragione) torna a lasciarlo solo: “Son prove d’esame / del libero arbitrio / o forse espedienti / di un demone antico?”.
A ben vedere il pessimismo di Claudia è sì spontaneo, non è poi così negativo. In ‘Cuore cucito’ si legge: “Odio l’ignavia, / l’ambiguità latente e la evidente, / odio il silenzio galeotto / e complice del tornaconto.” Odiare l’ignavia ha come conseguenza implicita amare l’alacrità e la solerzia.
Alternanze dell’oggi e del passato, con gesti d’un tempo e mode dell’attuale, sono simpaticamente rese in ‘Sui cavi’: “Non più
piccioni viaggiatori / o serenate al chiaror lunare. / Eppure / nei panni stesi ad asciugare / si condensa iridescente / voglia di socializzare / per scongiurare con un bip / la desolazione di silenzi / troppo a lungo trattenuti.”
Alla fine il lettore attento scoprirà d’essere stato condotto per mano in un viaggio ‘semplicemente’ difficile, ma ‘incredibilmente’ rigenerante. Si accorgerà d’aver incontrato realtà e fantasie, aspetti terreni e misteri cosmici, in un caleidoscopio di emozioni, che pretendono giudizi sull’esistenza, sulle tradizioni, sulle mode, in sintesi su tutto ciò che ci attornia e che la non comune capacità lirica di Claudia Piccinno altro non ha fatto che rappresentare con sapienza e discrezione, incisività e devozione.
Versi da leggere e tornare a leggere per ritrovare se stessi prima ancora di comprendere l’Autrice.

Brunello Gentile
scrittore e promotore culturale

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