Forse c'è un tempo esatto per tornare (Luciana Manco)

«… nascevo corpo ed aspettavo anima»: che sfolgorante sintesi del percorso umano di ciascuno di noi: «Guardami ancora mentre respiro il tempo. / Che ci minaccia di distanze. / Che torturiamo di assenze. »
Per la forza carnale questi versi hanno tratti comuni con la poetica di Tiziana Cera Rosco, per la vorticosa autoanalisi e l'uso di un linguaggio volutamente quotidiano eppure chirurgico ci tornano alla mente le poesie di Chiara De Luca, per la pietas visionaria e cruda quelle di Loris Ferri. Sono solo suggestioni, echi che rimandano a voci che restano nelle fibre e vengono elicitate da voci affini: forse questi autori, ciascuno a modo suo e con una cifra insostitubile, incarnano nelle loro parole il quid di una realtà non facile, contraddittoria e tendenzialmente atarassica, e ci provocano e ci scuotono e ci dicono che è necessario essere responsabili, solidali; che c'è bisogno di persone che sappiano mettersi in gioco oltre l'asfittico mondo dell'io.


Taglio

Frugavo tra i ricordi di mia madre,
quando ho trovato il sogno di me assente.
Che nascevo corpo ed aspettavo anima.
Che miagolavo al neon ed ero cieca.
Ho simulato spiriti e sentimenti.
Incartati e plastici. Elastici.
Casse di banconote false per comprare mezzo sorriso vero.
Fucili lucidi di mani che hanno sparato a zero.
Poi un taglio sul telo rosso svela gli occhi di un fratello.
Figlio della parola.
Vittima della gola.
Perverso e sacro come un parto.
Scavato e cavo come un pianto.
Stanco e ancorato nel mio porto.
Che cerca silenzi, che cerca conforto.
Che tocca gli addii e li rende lontani.
Parlando di me, tagliuzzando ricordi.
Coriandoli di voli non ancora accennati.
E fiabe da leggere con le dita.
Succhi di ingenua trasparenza da ingoiare.
E sapore di manna.
E prigioni di castelli aggredite dalla tua musica.
Luce artificiale che è verità falsa.
Che svela ogni velo.
E notte senza viso che si inginocchia sul mio grembo.
Guardami ancora mentre respiro il tempo.
Che ci minaccia di distanze.
Che torturiamo di assenze.
Perché ti appartiene il niente e il suo contrario.
Perché cade la pioggia a due passi da qui.
Dove si ferma il torrente.
Ed ogni stilla distilla le lotte e le morti.
Di padri troppo giovani per non lasciare sassi.
Sassi di forza e di coraggio che tu hai scagliato contro il vento.
Non farti portare via la soluzione dell'incanto.
Tienimi dritta nel volo acuto della mia mente e dell'aquila folle.
Piuttosto che lasciarti andare baratterei le dita con le righe.


Cenerentola

Forse c'è un tempo esatto per tornare.
Gallerie di mostri da deridere per non morire.
Fogli di riviste di ieri sotto gabbie di rimpianti.
Cosa hai lasciato sul soffitto nei tuoi pomeriggi dilatati?
Costellazioni di foto di altri, le loro mutabili espressioni.
Hai chiesto al tuo vicino quante volte ha sentito
il tuo cancello sbattuto sui sogni?
Ho piantato radici senza acqua.
E sono cresciuti dolori.
Ma poi basta il luccichio dei denti
per risanare il cieco addormentarsi.
Si chiama "sorriso" ed è una parola così scontata
questo tuo scavarmi?
Bruciava la chiesa alla mia destra
il giorno del mio battesimo.
Perché sapevo già di buono
quando mi ha morso il desiderio.
Poi ho raccattato braccia ai lati delle strade.
Sapevano solo stringere e sanare.
Non sapevano rialzare.
Non sapevano lanciare.
Da questa piazza alla tua voce
sono arrivata strisciando.
Mille indici puntati ed io sto ancora sparando.
Le piroette e i vortici dei miei capelli.
Le geometrie e gli incastri
degli umani, dei cervelli.
Tu lo senti il gocciolare del vino aspro del tramonto.
Eri ubriaco quanto me quando mi amavi nel sonno.
E rasentavi margini di porto.
Raccogliendo ali di salsedine.
Che durano poco.
Che ardono gli occhi.
Dalle tue labbra ho udito lo schiocco della carrozza.
Il rintocco della mezzanotte.
Il pavimento rotto dalla scarpa.
Cenerentola che uccide le sorelle.
Che tradisce il principe.
Ho sfigurato le visioni e le fantasie.
Ho vibrato di ossa e vene gonfie.
Sono qui.
Se vuoi ingoiare baci liquidi di miele.
La luna è un'unghia.
Devi seguirla.
Sono dietro la più stupida stella.
La più bella.




Genitori pallidi di arte inespressa in espressioni folli.
Sferro pugni al buio che mi risponde in sbadigli.
Due passi indietro ed uno di lato e sono punto a capo.
Nel mio angolo di luce di fiammifero.
Di soffio assassino. Di mani barriera che bruciano. Che amano.
Sai che nei tuoi piedi c’è la rincorsa e il salto a vuoto.
C’è uno sparo a salve.
Sai che ho decimato i miei sì e ne ho lasciato uno piccolo e senza accento.
Sai che ho urlato così forte, un giorno, da rendermi visibile alle stelle e al loro ritorno.
Sai che non hai mai saputo niente.
E che cadono petali di nulla tra le pietre lisce.
E che esserti lontano è tuffarsi a capofitto in un incendio per salvare un sogno.
E che l’autunno promette oro ma seppellisce i mari.
E che ingoio a vuoto quando perdo gli spazi tra le Parole.
Ascolto il disagio della rondine e del gabbiano.
Per avere ali ad uncino che strappano cieli.
Che appigliano nuvole e restituiscono neve ad agosto.
Cinque sensi. E cinque direzioni.
Per disegnare frecce e scordare i bersagli.
Per programmare traiettorie ed inventare tattiche e non azioni.
Perché tu sai. Sì, tu lo sai, che mi si rompono le ginocchia sotto i tuoi sguardi.
Che cado e bramo, e lecco resti.
Che imploro e impreco.
Che scalcio e incasso.
Che la cometa muove la coda.
Come una lucertola.
Senza poesia.



«Viaggi infiniti tra me stessa e il mondo. Restando immobile, muovendomi appena. Visioni rosse di parole in flussi. In una terra di sole, di realtà che ostacola e di fantasia che può tutto. Nella mia mano destra l’intera vita.»

Luciana Manco nasce nella provincia di Lecce nel 1981. Frequenta l’Istituto magistrale, sceglie poi di studiare Lettere Moderne, facoltà che abbandona poco dopo preferendo Servizio Sociale. Lavora come promoter, ma quando può scrive. Vincitrice, tra gli altri, del concorso Coriandoli 2006, organizzato da Fonopoli e la Fondazione Eni Enrico Mattei, per la giuria popolare.
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