La tua luce è un lupo (Tiziana Cera Rosco)


Penso sarebbe impossibile per Tiziana Cera Rosco scrivere senza fare riferimento alla conoscenza, che in senso biblico (e i riferimenti alle Scritture abbondano in questi versi) è condivisione di un'esperienza, un esser-ci dentro alle cose (“Guardare il verde delle foglie / è quasi esserci”), e non una mera speculazione o riflessione sulle stesse. Così le metafore e le allegorie non possono prescindere da un legame diretto con il corpo e le sue parti, con la carne umana o animale, con le cose spesso animate (tipo la torcia) con verbi di azione e movimento (“Voglio sbatterti il viso sulla pagina”) piuttosto che verbi di meditaziono o astrazione. Epigrafico e memorabile questo distico: “l’amore / è spalancare la morte con un nome.”

Da Il Compito, Niebo, La Vita Felice in uscita a dicembre 2007


Le tue mani
sono un branco
il cinghiale
i Numeri le Cronache i Maccabei
il salmo 62 a qualcosa di secondo.
Sono le spanne che promulgano la luce
la picchiata
quella bocca dove avvoltoi beccano le leggi
a fiotto aperto.
È sempre una questione di carne e inverno
che si sbranano tra loro
bibbia che buca nel legno in cui mi appoggio
e tiene traccia rossa a me
la mano destra e la mano sinistra - le mie
che chiudono la caccia brutale a qualcosa di levato
dove le tue sono il cibo ultimo prima dell’assalto
quando la bestia mangia prima
mangia comunque
reni fegato cervella
quel presente violento da squartare e fare sacro.
La tua luce è un lupo
è questa morte protetta nei palmi del violento
come un padre da cui mi offri da bere per sempre.

***

Voglio sbatterti il viso sulla pagina
il tuo viso arrivato in picchiata in mezzo ai rami.
Voglio bloccartelo in apnea
nella garza sterile di questa carta H2 O.
Come se il tuo grido da schiantato
fosse tutta l'armatura del tuo corpo
la pelle tesa di desideri tirati ad osso.

Voglio che tu stia stordito nella conca
nel cavo agro della bocca
come la tua parola che scava e scava
coi suoi speroni di stelle
il mio palato di seppia
il mio palato di uva buia.

Voglio premerti con un colpo e una spinta
farti vedere dove vivo
dove sono i miei sigilli
tutti i bulbi dell'orto.
E dopo averti sbattuto alla campana
ritornarti la tua parola illesa
quella che non valeva un assassinio
che non era abbastanza in vita.
Dirti con voce di torcia, la nera
che devi temere le capsule da scoppio
che porto in pieno petto.
Non sono la regina di nessun oro di bologna.
Sono la torre da cui stai per cadere
la torre spinata
sopra un castello di 33 vertebre roventi.

***

I sogni di cui sogni
hanno la testa fuori, ma non chiamano
sono sogni circoncisi su un cristiano di latte
che entrano bene senza il mio nome
e li senti subito ridere
ma in poco hanno la pelle screpolata
la ripetizione di una parola grammaticale
di cui sanno suono e linee
che sembrerebbe tutto
se avesse le vocali della deportazione.
Casa figli orizzonti abbracci pianti tenuti
il commercio dell’oggetto del bene
sono nomi vari che ora dai
alle belle scopate prima dell’inverno
come altri inverni prima, persone.

Ma non c’è niente di personale in questo seme
in cui vedo l’albero sacro
a cui appenderò il figlio che non sei.

A otto anni un terremoto
minacciò di morte tutto di me
mia madre chiama “Tiziana Tiziana”
nel mostro delle oscillazioni
chiama la mia casa i miei figli i miei orizzonti
tutti gli abbracci e i pianti che avrei tenuto
e periodicamente sogno di essere
l’estrazione potente di Lazzaro.
La resurrezione in sé è poca cosa
complica la devozione.
Gesù amava Marta, la sorella Maria
e Lazzaro, il fratello.
Poche parole dicono persone
lacrime
che era capace di affetti personali.
Tutto qui

l’amore
è spalancare la morte con un nome.

***

Ma forse sono queste debolezze
che danno equilibrio agli uomini
assomigliare a quel che non si dice
il pensare poco seriamente di non capire
come una scomparsa che rimargina la sera
una resa vocale mentre parli
che non suona. O che non senti.

E questo altro e noi
vederlo quando lo vedi tu
domandarci se siamo esposti
e chiusi agli altri come oggetti, tirati
cartesiani
è improvvisamente cambiare la moneta
pagare il companatico per questa umanità
privata e meno astratta
il radicale carattere di un ultimo
che non giura più
non serra la politica di un uso
esige il si e il no
l’asciutto che fortifica il sentire
un parlare limpido delle proprie incompetenze
per Filo e per Segno

è il dolore

è l’aderenza a quello che diciamo.
Cose che si sanno nella comparsa di noi.

***

Non ti inviterò all’obbedienza
alla distinzione
nè a tenere a mente
l’ordine dei telai di questa pelle.
Anche io me ne sto
tra le gambe aperte dei mercati
a provare ogni tipo di frutto carico
a stare attenta al sapore.
Ma mi distrarrò da te
per vigilare il mio compito
affinché l’animale non consumi tutta la luce
per la sua piccola tana.
Ho da fare una radice quadrata
la matematica di una riduzione
e dalle intercapedini delle sicurezze
estrarre ciò che sono.

Certo, ho del bene in serbo
sono in cova.
Ma anche nell’aria
c’è un punto incinta

ed è un punto vuoto.

***

Guardare il verde delle foglie
è quasi esserci
mentre tengo i componenti afferrati per le mani
la luce di questa mattina
gestisce tutte le mie decisioni
come un volto sotteso
che mi somiglia più di quanto non mi somigli io
elementi
la carne, l’aria
il tempo in me riciclato in altre vite.
L’incertezza che allarga la mia casa
fuori da qualunque porta
è un talento fino al buio noto del mondo
come un’infanzia stesa al cielo
lungo tutto il quartiere degli ebrei
mentre parlo di merende e morte
soltanto per dire ai miei figli
che non è ancora ora di ricordarsi di me
che anche oggi pomeriggio
saremo una farfalla di natura ignota
che verso sera nel cielo siderurgico
avremo ringraziamenti alimentari
un vino trapassato in acqua
e la notte governerà il nostro sistema ereditario.
E’ la luce nelle foglie
questo verde, null’altro
lo stato effettivo delle mie conoscenze
a onor del vero, su noi.

***

Togliere dalla tavola il cibo
il gesto remoto di tenere conto delle briciole
e dell’operazione della poca luce
risistemare comprensibilmente una violenza
come a riordinare insieme un nome comune
un popolo di posizioni intermedie

è tenere conto di tutto

la pratica esigua di un titolo di studio elementare
fare i conti a memoria con una matematica di mani
cosi come la sperimentiamo.
Passata questa tosse, s. ambrogio
le tacche imprecise dell’antibiotico
i miei figli avranno una buona educazione
una delle prime lezioni verterà
sullo statuto dell’attenzione al cibo
e al fatto che invecchierò
- ma non del tutto -
se tutto quello che posso dare da mangiare è una maiuscola
vuol dire soltanto che ho finalmente perso
che la seconda lezione sarà
la morte reversibile di Dio.
Gli uccelli della pioggia compongono
schiere di grafie enormi da decifrare col silenzio
che lascia l’acqua su questo terrazzo rialzato
la grande lettera ossidata dal bisogno di vedere
una falange che si leva e copre, si distanzia
e non distingue i gradi della mia miopia.
Facciamo sulla tovaglia i compiti.
La penna inciampa precisa sugli avanzi. Correggiamo.

La terza lezione ci istruirà sulla direzione del ritorno.



Tiziana Cera Rosco è nata nel 1973 a Milano, dove vive con due creature. Ha pubbilcato Lluvia (Lietocolle,2004), Il sangue trattenere (Atelier, 2003), Calco dei tuoi arti (Lietocolle, 2002) e nelle antologie Il presente della poesia italiana (Lietocolle 2006), L’arcano fascino della bellezza, tributo a Dario Bellezza (Giulio Perrone ed. 2006), Lavori di scavo. Antologia di poeti nati negli anni ’70 (RaiLibro, 2004), Poesia in Festival (Teatro Olimpico, Vicenza 2003), Gli Argonauti (Archivi del’900, 2001), Gli Angeli di Novi Sad (Quaderni del Battello Ebbro, 2002), Almanacco del Mitomodernismo (Alassio, 2000). È in uscita Il Compito, Niebo, La Vita Felice.
Attualmente, dopo una scrittura per letture teatrali Dio Il Macedone, sta scrivendo il suo primo romanzo.
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