Nel lurido cemento di provincia (Loris Ferri)

Poesia impegnata, quella di Loris Ferri, in sintonia, per quanto dotata di un animus proprio e di uno stile già bene identificabile, con quella di altri sodali della Gru, quali, ad esempio, Stefano Sanchini e Davide Nota. In Loris ci sembra più marcato l'uso di immagini evocative, a tratti pregne di echi classici sapientementi inseriti in contesti assolutamnete attuali: «sarò felice solo quando, / la Notte-Sorella / avrà l’eterno silenzio delle civette…», «pioggia. il folle ticchettio del cielo /
dalle grandi acque. sento l’aurora / invernale che appesantisce i cuori.»; «… è triste il passo / dei vetturini, che sconci vagano / per la falce paludosa dei vicoli.»
C'è anche in Loris un sarcasmo denunciante e un tono in qualche punto da invettiva, ma quando è venato da un tocco sopeso di pietas (virgiliana?) risulta particolarmente efficace: «dunque non avete mai visto, / piccole scene di vita quotidiana?» ci chiede il nostro proponendoci uno sguardo anche crudo della nostra realtà,«così io credo, miei cari, non abbiate mai sentito / l’urlo dell’Apocalisse umana, / questa luna oscurata, dalle dinamo ai nèon.»


Jesus Christ blues

Ehi! fratello, battezziamo le nostre anime
alla sporcizia! battezziamo le nostre orecchie
al canto funebre! Ehi, fratello del diverso
battezza le parole, sotto un’altra luce

così che la polvere sia lodata solo
dagli strozzini del verso…
……………………………………
……………………………………

faccia a faccia con la morte, fratello
battezza l’iride folgorante delle pupille
impoetiche, e come dono avrà luce
la qabbalah dei miserabili…

Io, sarò felice solo quando
questa voce e la voce dei vinti
zittirà in un sol colpo
lo squallido ronzio del macchinale…

sarò felice solo quando,
la Notte-Sorella
avrà l’eterno silenzio delle civette…

sarò felice solo quando,
anche tu lo sarai e così
viceversa, in eterno…

sarò felice solo quando,
il dèmone maestoso degli esuli
diventerà per tutti
un quadro di dolore e misericordia…



pioggia. Il folle ticchettio del cielo…

pioggia. il folle ticchettio del cielo
dalle grandi acque. sento l’aurora
invernale che appesantisce i cuori.
la riva delle cose, il rubinetto d’acqua

primordiale. di sera, è triste il passo
dei vetturini, che sconci vagano
per la falce paludosa dei vicoli.
sopra le teste, penzola grigio l’orizzonte

come un vuoto pendaglio e a nulla vale
affondare annoiati nell’eschimo
come cani infreddoliti. già le vene
possiedono, in corpo, tutto il gelo del mondo…

novembre. dentatura di cane, soffio del nord
polmone secco dell’anno! penso a me, a voi
alla nostra ironica similitudine; così come tutto è
in due parole: fumo e abbandono…




avete mai visto, miei cari, due piccoli corpi umani…


I

avete mai visto, mie cari, due piccoli corpi umani
a vederli così, due giunchi incurvati sulla tovaglia
uomini vecchi, a cui qualche dio maledetto
ha fatto posto, al pari di marionette sconce

su questo mondo, per seguire il tempo e la fatica;
allora! li avete mai visti starsene chini,
l’uno corroso dalla cecità, le mani tremanti
e vecchie rughe come solchi tra gli incavi della mano

e dita giallastre, usurate dal tabacco; l’altra
sacco di ossa e giunture, non più bella
neppure più donna, ma ossa-scheletro
in avanti, come spezzata la schiena dal peso

dell’era, e le orbite infossate e scure da piccola
cornacchia? li avete mai visti, in faccia alla Morte
vestiti di vecchie bluse di lino e ciabatte
ormai consunte, affannati e pietosi, stanchi

ancora più stanchi alla vita, starsene a scrutare
come ironiche talpe, sul piccolo tavolo di una cucina
nel tiepido calore di una casa vuota
strappare a fatica, l’eterno cartoccio delle bollette?

pittura di genere, signori, pittura
del genere umano…


II

dunque non avete mai visto,
piccole scene di vita quotidiana?
non avete mai visto, miei cari,
nei piccoli centri, fuori città, sulle campagne

i giocatori di carte e i bari, starsene intere giornate
nelle taverne, sotto luci bianche da obitorio?
l’oceano di vino e un mare di cenere, sbuffando
come pipe umane il fumo amarognolo, e fare segni

con gli occhi, al pari di maschere e i visi paonazzi
a giocarsi per un peccato di insana vita
per il più puerile dei piacere umani,
una parte insapore, di paradiso?

pittura di genere, signori, pittura
del genere umano…


III

avete mai visto, miei cari, ardere la notte
come un pugnale di piaceri furtivi,
e scovare tra gli avventori, una voce
inconfondibilmente caucasica, di donna

prostituta fra le sacre logge dei distributori?
le avete mai viste con i seni aperti, e piantate
come lance, lungo logore serpi di luci?
di un male che mortale infetta

su di un selciato, i fioriti occhi?
pittura di genere, signori, pittura
del genere umano… dove lo sdegno rifiuto non è
che l’assopito rimpianto del brivido…



IV

e la musica che dai corpi si eleva
o l’eresia, compagna di una vita,
ai soli che il tormento il sonno cessa
muove rotta, al firmamento delle vertebre…

così io credo, miei cari, non abbiate mai sentito
l’urlo dell’Apocalisse umana,
questa luna oscurata, dalle dinamo ai nèon
o la notte tiranna di indicibili sogni;

la grande e magnificente alienazione
dell’architettura cittadina, non più alberi
se non lezzo dai bidoni e semafori, lungo
la grande arteria di ciottoli che conduce

al luogo-inferno, al cuore prefabbricato
della periferia, tra due ali in fila di case
popolari, che l’occhio a perdersi vede
il suo destino solo, che annega nel grigio

cosicché terra e cielo portino
lo stesso segno appassito d’inverno,
lo stesso torbido segno
di grigiore umano!



V

non avete mai visto, miei cari, il vecchio teatro
l’opera in scena, il luogo dove ci disprezzereste
tutti, il piccolo parco, cuore dello spaccio
e il giovane steso in collasso, sulla panca di legno

umano eppure, immobile segretamente di marmo,
intirizzito, l’eroina sembra gli doni la stessa posa
del cristo, nella passione
di chi come dio, è un Angelos

solo, le braccia che accolgono il feretro
non hanno più nulla che si dica umano,
sono il gelido abbraccio dei chiodi
sfaldati in ruggine, che a fatica reggono

le stecche di una panca-tomba, alquanto inferma
sotto il sipario e le orbite di una notte nera…
pittura di genere, signori, pittura
del genere umano…


i ladri, i farabutti, i nuovi vegliardi…

i ladri, i farabutti, i nuovi vegliardi
non girano per strade vecchie, dissestate
a piedi, con le suole rotte e i nasi
gocciolanti, al gelo e ai nèon delle dinamo

di periferia o nel lurido cemento di provincia
non prendono la métro, non dormono
in tende ammuffite, non sbevazzano alcol
scadente, in bettole malfamate

non contrattano marijuana nei parchi
né si vendono l’anima di kashmir
per una birra all’angolo della strada,
non fanno la spesa nei supermercati

non fanno l’amore sino al midollo con la miseria,
piuttosto preferiscono daikiri, nelle lunghe
notti estive, hanno autisti imbellettati
per rotte panoramiche, non contrattano

l’illegalità nelle quattro mura di un prefabbricato
fuori porta, dove divampano oleosi odi
di provincia, ma giornalmente hanno resoconti
dettagliati sugli yatch lustrati, di panciuti banchieri

e starlette e false dive a zonzo in bikini East-Cost;
la legge li autorizza e loro autorizzano la legge
non dormono in dieci, nelle pieghe maleodoranti
di un seminterrato, piuttosto adorano

la propria superba singolarità; non invocano
con i loro santi, in giacca di corvo nera
le puttane all’amplesso sotto i cristalli
nudi del cielo, deliziose stelle piantate

a segno, nel costato nero della notte
ma giacciono, accomodati dal senso comune
senza contrattare, e attendono sotto le quattro
stelle, milioni di Suit-Hilton Yakuzi mondiali

dove ognuno di noi, ha sempre saputo
come ognuno ha sempre creduto di sapere…
i ladri, i farabutti, i nuovi vegliardi come i vecchi
presenziano ufficiali, ai gala di beneficenza

e tessono dai loro falsi occhi, occhi di blatta
lodi angeliche alla madonna; i ladri, i farabutti,
i nuovi vegliardi come i vecchi, sono
dèmoni neri furbescamente divini…


venne l’alba e poi a seguire venne…

venne l’alba e poi a seguire venne
un cielo nero, di corvo, un’ala che preme
la senti? – le strade, il petto, la pelle del mondo
e ritma il tempo oscuro delle vite…

città morfina, città di luci spente
venne l’alba e fu il cielo eroinico
memoriale triste sulla 5 Strada,
qui venne e si sdraiò più di una notte…

la busta l’ago le sigarette e il gin!
simile a un predatore falca maestosa
la notte dei miserabili e senza luogo;
la Notte-Morte, ha già scaldato il fiato…

la Notte-Morte, ha già sbocciato gigli!
la Notte-Morte si fa strada, sogghigna
e attende come le conviene!
il suo grande Sipario-Morte, è stato già tirato!

venne l’alba e poi a seguire venne
l’ala cupa di un cielo nero
come da giorni a quell’ora capitava;
venne e sembrava, portarsi dietro l’era…



Loris Ferri è nato a Fano (PU) e risiede dalla nascita a Pesaro. Suoi testi sono apparsi su riveste (n. 72 di «Tratti»; su «Argo, rivista di esplorazione») e varie antologie: Poet’Astri Theut 2004, nel volume L’arcano fascino dell’amore tradito omaggio a Dario Bellezza edito da Giulio Perrone nel 2006, in Logos edito anch’esso da Giulio Perrone nel 2006 e nell’antologia Poeti Italiani Underground, Il Saggiatore 2006. Un suo testo è apparso su: Il Segreto delle Fragole, poetico diario 2008 edito da Lietocolle. Fa parte della redazione del quadrimestrale di poesia e realtà La Gru. Nei primi mesi del 2008 andrà alle stampe il poema “Corrispondenze ai margini dell’Occidente“ scritto a quattro mani con il poeta Stefano Sanchini e sarà edito per la casa editrice Effigie con postfazione di Roberto Roversi.
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