Le attese hanno le gambe corte (Narda Fattori)


(altre poesie di Narda Fattori qui e qui)

Le attese hanno le gambe corte
corrono sul posto sul tapis roulant
mentre invidiano i voli delle rondini
che osano l’aprile nel vento
e non trovano più il nido.

Sappiamo in pratica e in teoria
che oltre la curva c’è un rettilineo
poi un’altra curva l’andare seriale
sugli orli degli abissi personali
la rena è ghiaia corrosa dal tempo.

Che s’inciampa talvolta
e a qualcuno resta una paresi
un altro trova una pace bianca
e c’è chi s’inabissa in un orrore
che non ha parole.

Dentro le zoppìe dell’anima
un tendine stirato alla caviglia
una caduta qualche parola incisa
sulla carta aiuta a fare sera.

Ma nella borsa
solo l’incontro è buona spesa.

***

Allora ero bambina e cantavo
spesso piangevo per esercizio piangevo
presentivo l’odore dei miei giorni
il furore l’impazienza il dolore
tessevo matasse di pazienza e di pietà
per i miei piedi scalzi per le mie trecce
che forbici recisero e scomparvero
scomparvero in una cassapanca
se le mangiarono le cimici e altri insetti
affamati d’abominio ben celati.

Parole – stanze schinieri e schedari
miserie incolonnate a segno meno
incontro al margine sulla riga rossa
ecco – un salto- basta un salto
sarà silenzio o un fiat lux inaspettato.

***

Il piccolo sonno bianco
che mi spinge alla rosata
luce dell’alba
e mi si incunea sotto le ciglia
non ha buoni sogni
saggi mentori

È un bambino tremebondo
un pulcino senza chioccia
pio pio pigolante
il sonno vero è dei carrettieri
dei camionisti ben tatuati
a noi restano briciole d’insonnia
e magre incoscienze

il gran masso sotterra
il mio appello alla pazienza

quando il piccolo sonno bianco
si farà un grande sonno nero
senz’alba senza sera.

***

I bambini hanno gambe
per correre dietro al vento
hanno abbracci per dirti
che hanno bisogno di un nido
non hanno parole ma gridi
e fruscii di insetti.

Non hanno case certe tetti
fiabe appese al sonno
trastulli d’erba verde rane
collane di margherite.

I bambini hanno dei mali strani
che i medici chiamano a sigle
e ingoiano pastiglie e sono buoni
rintronati e quieti.

Maledetti noi che non sapemmo
fare di noi disdetta

e seminiamo punte di selci
bombe a grappolo intelligenti
e scandiamo parole d’ordine
neglette di senso. Maledette.

***

Dalla ferita inguaribile
non germina rinnovata pietà
com-passione e catarsi
domani a nuova vita a nuovo
cielo ad altre galassie

il marmo si posa a lapide
su pensieri senza aria
e un petalo si stacca cade
sul fango del terreno rimosso
farfalla quasi a morire
in poche ore di colore.

Dimmi la notte dimmi la quiete
dammi una vallata verde
fra cuspidi di monti.

***

Chiamatemi assassina
povera senz’arte nessuna parte
da recitare nessun palcoscenico
da calcare scarpe da poco
cuoio invecchiato tacco basso
assassina sì di aquiloni
di grani finissimi seminati
sull’asfalto e frecce acuminate
disegnate sul foglio bianco
un amen a fine corsa
per rifiatare.

Chiamatemi assassina
il mio corpo una geografia
di separazioni e tutto un dolore
anima lesa sconnessioni nella mente
consumo tutte le tragedie
in un torpore che mi fa innocua
e intorno ne muoiono a mazzi.

Non sono il boia l’incappucciato
non ho elettrodi né mannaia
ma chiamatemi assassina
perché ho trasformato
in un gran buco il cuore
un sol buco la mente.



“la rena è ghiaia corrosa dal tempo”; ”tessevo matasse di pazienza e di pietà”; “a noi restano briciole d’insonnia”; “il marmo si posa a lapide / su pensieri senza aria”; “perché ho trasformato / in un gran buco il cuore”… ci ricorda con la consueta visiva intensità e uno spleen incisivo Narda della cui ultima raccolta abbiamo pochi giorni fa parlato in Faranews
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