domenica 6 settembre 2026

100 poeti italiani: l'antologia

Arriva 100 poeti italiani 2000-2025: un quarto di secolo di poesia contemporanea in un’unica antologia.



Il volume raccoglie cento voci della poesia italiana che hanno pubblicato negli ultimi venticinque anni: generazioni, linguaggi e sensibilità diverse a confronto in un’opera che racconta l’evoluzione della poesia nel nuovo millennio a cura di Menotti Lerro.

È in uscita nel 2027 l’importante antologia 100 Poeti Italiani 2000-2025, un nuovo lavoro dedicato alla poesia italiana contemporanea che riunisce cento autori protagonisti, in forme e percorsi differenti, della scena poetica degli ultimi venticinque anni.

Il volume nasce con l'ambizione di offrire una fotografia ampia e articolata della poesia italiana del XXI secolo, attraversando generazioni, poetiche e territori diversi. Dal verso più intimista alla poesia civile, dalla ricerca linguistica alla dimensione narrativa, le voci raccolte nell’antologia restituiscono la ricchezza di una produzione poetica spesso lontana dai riflettori, ma ancora capace di interpretare le inquietudini e le trasformazioni del presente e letta attraverso la lente dell’Empatismo: movimento letterario, artistico, filosofico della contemporaneità nato in Italia nel 2020 e sviluppatosi a livello internazionale.

Il periodo scelto, dal 2000 al 2025, non è casuale. Si tratta di un arco temporale segnato da profonde trasformazioni culturali e sociali: l'avvento della comunicazione digitale, i cambiamenti nel mondo dell'informazione, le nuove forme di partecipazione pubblica, le crisi economiche e ambientali, la pandemia e una società sempre più interconnessa. Anche la poesia, inevitabilmente, ha registrato questi mutamenti, modificando linguaggi, strumenti e modalità di diffusione.

100 poeti italiani 2000-2025 a cura di Menotti Lerro, fondatore del Movimento Empatico, si propone così non soltanto come una raccolta di testi, ma come una sorta di mappa della poesia contemporanea. Le cento presenze delineano un panorama composito, nel quale convivono esperienze consolidate e voci più recenti, approcci tradizionali e sperimentazioni formali.

Particolarmente significativo è il confronto tra generazioni. Autori formatisi nel Novecento si affiancano a poeti cresciuti nell'era di Internet e dei social network, mettendo in evidenza continuità e fratture della tradizione. Ne emerge un dialogo tra modi differenti di intendere il fare poetico, ma anche una comune esigenza di interrogare il presente attraverso la parola.

L'antologia arriva inoltre in un momento in cui la poesia sembra vivere una nuova stagione di interesse. Festival, reading, riviste specializzate, piccoli editori e comunità letterarie continuano a mantenere vivo un circuito culturale che trova oggi nuovi spazi anche online. La pubblicazione di un'opera collettiva di queste dimensioni rappresenta quindi un'occasione per riflettere sul ruolo che la poesia conserva nella cultura italiana contemporanea.

Il valore di un'antologia, del resto, non risiede soltanto nella selezione degli autori, ma anche nella possibilità di creare connessioni. Cento poeti significano cento percorsi individuali, cento modi di guardare il mondo e altrettante declinazioni della lingua. Insieme, però, possono comporre un'immagine più ampia di un'epoca.

Con 100 poeti italiani 2000-2025, la poesia contemporanea italiana trova dunque un nuovo spazio di incontro e di confronto. Un volume che guarda ai venticinque anni appena trascorsi, ma che, attraverso le parole dei suoi autori, prova anche a interrogare il futuro della poesia e della letteratura.

Cento voci, venticinque anni, una lingua in continua trasformazione: l'antologia si presenta come un appuntamento significativo per chi vuole conoscere, riscoprire o semplicemente ascoltare la poesia italiana del nostro tempo.


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Premessa del curatore Menotti Lerro 

Questo lavoro nasce dalla necessità di interrogare la poesia italiana del nostro tempo nel momento in cui essa sembra mutare linguaggio, forme e idea di sé.

Ho attraversato i primi venticinque anni del nuovo millennio da poeta e da lettore, nella convinzione che la poesia non possa essere separata dalla vita. In questi anni sono cambiati i linguaggi, il rapporto tra autori e pubblico, il ruolo della letteratura e dell’artista nella società. Dietro queste trasformazioni ho riconosciuto un mutamento più profondo: quello dell’idea di soggetto e del suo rapporto con l’altro.

Da qui la scelta di raccogliere cento poeti, differenti per età, formazione, esperienza e linguaggio, ma accomunati dall’aver partecipato, ciascuno secondo la propria traiettoria, alla ridefinizione della poesia italiana tra il 2000 e il 2025. Non un canone, dunque, ma una costellazione: cento presenze attraverso le quali raccontare una trasformazione e l’emergere di una nuova sensibilità, resa particolarmente evidente dopo la pandemia.

Al centro di questa ricerca vi è anche la necessità della tradizione. Il nuovo non nasce dalla semplice negazione del passato: ogni innovazione autentica dialoga con la memoria. La poesia rigermoglia sempre dentro una storia della poesia. Per questo il Novecento non è qui considerato un archivio concluso, ma una presenza ancora viva, capace di interrogare e attraversare il presente. Le opere tarde dei grandi autori del secolo scorso rappresentano, in questa prospettiva, una continuità e insieme una consegna: un’eredità da trasformare, contraddire e oltrepassare senza dimenticarne l’origine.

È nell’idea di relazione che riconosco, infine, una delle radici della mia riflessione sull’Empatismo. La poesia nasce anche dalla disponibilità a lasciarsi coinvolgere totalmente dall’altro, dalle sue esperienze, dalle sue ferite, dalla sua presenza. Ed ecco l’idea della necessaria porosità dell’io: un soggetto poetico consapevole della propria incompletezza e per questo capace di ascoltare e accogliere.

Ho cercato dunque di leggere queste cento voci non attraverso una poetica comune, ma nelle loro differenze e contraddizioni, alla ricerca dei segni di una poesia nuovamente aperta alla relazione, alla memoria, alla storia, alla fragilità e all’altro. Alla ricerca di un vero e proprio Rinascimento Empatico.

Perché la poesia, quando è autenticamente viva, è una voce che ascolta. E forse ciò che unisce le cento voci di questo libro è un cuore emozionato tra le righe.


Criteri e prospettive 

L’antologia propone una selezione di autori rappresentativi della poesia italiana del nuovo millennio, comprendendo poeti nati tra il 1900 e il 2000 la cui opera, nel periodo compreso tra il 2000 e il 2025, abbia contribuito in maniera significativa alla definizione del panorama poetico nazionale.

La selezione tiene conto di diversi fattori: il rilievo delle opere pubblicate, la continuità della presenza critica e letteraria, la capacità di incidere sul dibattito poetico contemporaneo e, nel caso delle generazioni più giovani, il valore degli esordi come scommessa sul futuro e quello dei percorsi individuali quali possibili segnali di nuove direzioni della poesia nazionale.

Accanto agli autori propriamente riconducibili alle generazioni del nuovo millennio, il volume comprende una componente fondamentale appartenente alla cosiddetta "eredità novecentesca": poeti formatisi nel secolo scorso la cui opera, per vitalità, autorevolezza e capacità di rinnovamento, ha continuato a esercitare una presenza significativa nel XXI secolo. La loro inclusione non risponde pertanto a un criterio meramente anagrafico, ma alla constatazione di un’effettiva persistenza della propria esperienza poetica in un nuovo momento storico che possiamo definire, non senza una necessaria provocazione teorica, “neo-medioevale”: un’epoca caratterizzata, tra le altre cose, da un’accelerazione tecnologica che sembra precedere la piena capacità dell’essere umano di comprenderla e governarla. L’eccesso di informazioni, la moltiplicazione dei dispositivi e dei linguaggi e la progressiva difficoltà nel distinguere il vero dal falso producono una condizione di disorientamento che investe anche il soggetto contemporaneo, sempre più esposto a una realtà simultanea, molteplice e schizofrenicamente frammentata.

In questo scenario, la persistenza della tradizione non costituisce un semplice ritorno al passato, ma può rappresentare una forma di orientamento. La memoria poetica diventa così uno degli strumenti attraverso cui interrogare il presente, riconoscere le sue fratture e, forse, ricomporre una relazione possibile tra l’io e il mondo, tra l’individuo e l’altro.

È anche a partire da questa tensione tra eredità e trasformazione che l’antologia intende osservare la poesia italiana del nuovo millennio.


La prospettiva Empatista

L’impostazione dell’antologia muove da una prospettiva aperta al dialogo con le diverse realtà che hanno caratterizzato positivamente la poesia italiana del periodo considerato.

In quest’ottica, il primo quarto di secolo del nuovo millennio può essere convenzionalmente suddiviso in due grandi fasi: una fase Pre-empatica, compresa tra il 2000 e il 2020 (periodo in cui sono già rintracciabili pratiche e atteggiamenti che l'Empatismo successivamente organizzerà in una proposta teorica e programmatica), e una fase propriamente Empatica, inaugurata dal 2020 e tuttora in corso.

All’interno della prima fase assume particolare rilievo il Nuovo Manifesto sulle Arti del 2019 – scritto dal sottoscritto con Antonello Pelliccia e definito tale dall’indimenticabile filosofo Remo Bodei – che viene qui considerato un momento preparatorio e anticipatore.

Il 2020 costituisce, in questa lettura, un anno di svolta epocale. La pandemia di Covid-19 ha infatti rappresentato una cesura capace di sconvolgere equilibri sociali, culturali e antropologici precedenti, rendendo manifesta la crisi di molte delle categorie ereditate dal Postmodernismo e segnando, nella prospettiva qui adottata, un punto di non ritorno rispetto alla sua lunga agonia.

È in questo contesto che l’Empatismo si configura come il primo movimento strutturato e programmatico del Post-postmodernismo, o, più precisamente, come un movimento consapevole di carattere neo-umanista.

È proprio all’interno di questa frattura storica che prende forma la nostra idea. Di fronte a un mondo segnato dalla disgregazione, dall’incertezza e dalla perdita di riferimenti condivisi, l’Empatismo si pone l’obiettivo di elaborare una nuova sensibilità capace di restituire speranza all’essere umano attraverso una rinnovata alleanza tra le arti e tra gli artisti.

Il principio fondamentale è quello dell’unione dei punti di vista e dei frammenti interdisciplinari: la loro ricomposizione all’interno di una visione capace di ricercare un grado maggiore di "verità" possibile.

L’artista torna così a essere concepito come soggetto responsabile nei confronti della comunità e del proprio tempo, oltre che come interprete della realtà. Ne deriva una rinnovata concezione della funzione dell’Arte: dopo una lunga stagione caratterizzata dalla crisi delle grandi narrazioni e dalla frammentazione dei linguaggi, si riafferma la possibilità della stessa Arte di mostrare nuovamente una via, offrendo orientamento, consapevolezza, tendenza ad una ricomposizione e prospettiva agli esseri umani.

L’antologia si colloca dunque dentro questo passaggio storico e culturale e tenta di offrire una mappa plurale della poesia italiana del periodo preso in esame, riconoscendo nelle diverse esperienze poetiche tanto la continuità con il Novecento quanto le tensioni innovative emerse nel nuovo secolo.

La prospettiva di quella che abbiamo definito anche Scuola Empatica costituisce, in questo senso, il principio interpretativo dell’opera: una prospettiva inclusiva e dialogica, orientata alla ricerca di ciò che, nelle differenti esperienze poetiche, ha saputo costruire relazione, significato e possibilità di futuro.

Ciò che accomuna gli autori raccolti in questa antologia è, al di là delle differenze di poetica, generazione e linguaggio, una particolare, lieta permeabilità dell’io: un io in cammino verso il mondo, verso l’altro, la storia, la realtà, desideroso di lasciarsi entusiasmare dall’esperienza per trasformarla in forma poetica.

Si tratta di un io relazionale, profondamente diverso da quello lirico autoreferenziale, chiuso e spesso narcisistico che, in una parte della produzione contemporanea, ha finito per fare della poesia una celebrazione del soggetto e dell’artista un fine anziché un tramite. 

L’io empatista non rinuncia alla propria individualità, ma tenta di superarla nella relazione; non si chiude in se stesso, non si compiace della propria solitudine, non assume la propria esperienza come misura esclusiva del reale: si fa piuttosto luogo d’incontro, ascolto e partecipazione.

La soggettività diviene così una soglia attraverso la quale il mondo può entrare nell’opera e l’opera può nuovamente rivolgersi al mondo.

È in questa disposizione che riconosciamo una delle qualità più significative della poesia che intendiamo documentare: una poesia non necessariamente riconducibile al nostro movimento sul piano programmatico, ma capace di esprimere, nella propria stessa natura e disposizione creativa, una profonda disposizione empatica.

Inoltre, direi, come accennato, che questa antologia non vuole dimenticare i maestri del passato - siamo contro ogni tabula rasa -, ma partire da loro, dalla loro voce e da quanto generosamente ci hanno lasciato, perché nulla conta più, nell’Arte come nella vita, della migliore tradizione.

Vogliamo riconoscere il dono che ci hanno fatto quando, nei primi anni Duemila, arrivarono a pubblicare le loro ultime raccolte: fu il loro modo conclusivo di nutrirci, di consegnarci ancora qualcosa di sé e, forse, di dirci arrivederci.

Quelle pagine furono precise indicazioni “paterne”, un passaggio di testimone affidato a chi sarebbe venuto dopo. Segnarono il punto da cui raccogliere la lezione e provare a proseguire il cammino, con la consapevolezza che ogni nuova voce nasce anche dall’ascolto di quelle che l’hanno preceduta.

Per quanto mi riguarda, non si tratta soltanto di una convinzione teorica: la mia stessa storia artistica nasce da questo incontro con la grande poesia del Novecento. Ho conosciuto Mario Luzi al Caffè letterario Giubbe Rosse di Firenze (lì dove poi presentammo per la prima volta il Nuovo Manifesto sulle Arti) e proprio con lui ebbe inizio, per me, un rapporto destinato a segnare profondamente il mio percorso. Nel 2003, nella collana del Caffè Letterario, furono pubblicate soltanto due raccolte: L’avventura della dualità di Luzi, una delle sue ultime opere, e Ceppi incerti, il mio primo libro di poesie. Una coincidenza che oggi, a distanza di anni, avverto quasi come un passaggio di testimone.

Luzi fu inoltre il primo poeta a credere nella mia scrittura e a sostenerla. Il suo gesto, per me, non fu soltanto quello di un grande autore che riconosceva un autore più giovane: fu un atto di fiducia, un modo concreto di trasmettere una lezione e, insieme, la responsabilità di continuarla.

Di quella generazione ho avuto poi il privilegio dell’amicizia di Giampiero Neri, Tiziano Rossi, Elio Pecora e Franco Loi (tutti aderenti al movimento come Maestri Empatici, felici di promuovere l'intelligenza emotiva attraverso le arti...). Sono stati incontri umani e poetici che hanno accompagnato il mio cammino e che hanno contribuito a formare la mia idea di poesia.

Come dunque non riconoscere nell’origine della nostra esperienza la presenza di quelle voci che ci hanno preceduto e che, invece di chiudere una stagione, ci hanno consegnato gli strumenti per aprirne un’altra?

È da questa eredità che vogliamo ri-partire, per ascoltarla, assorbirla e, se possibile, innovarla. Perché una tradizione è davvero viva soltanto quando qualcuno, dopo aver ricevuto il testimone, trova il coraggio di correre con esso verso un tempo nuovo.

Infine, scorrendo i nomi di questa antologia, distribuiti lungo circa un secolo, non può non colpire il fatto che la storia sembri averci consegnato, quasi simbolicamente, una figura poetica significativa per ogni anno. Un dato che forse dovrebbe farci riflettere, soprattutto nella nostra contemporaneità, dove il confine tra il desiderio di scrivere e l’essere poeti sembra talvolta farsi fin troppo sottile. 

Opportuno precisare, tuttavia, che la selezione dei cento poeti qui presentata non intende configurarsi come una graduatoria dei maggiori poeti italiani, ma come una proposta critica di cento autori attraverso i quali delineare e interpretare alcune delle principali linee di sviluppo della poesia italiana nel periodo considerato.



                      CENTO POETI ITALIANI



Nati negli anni 1900-30 


1. Raul Lunardi (1905)

2. Alba Florio (1910)

3. Mario Luzi (1914)

4. Andrea Zanzotto (1921)

5. Luciano Erba (1922)

6. Maria Luisa Spaziani (1922)

7. Giovanni Giudici (1924)

8. Giampiero Neri (1927)*

9. Giancarlo Majorino (1928)

10. Franco Loi (1930)*

11. Edoardo Sanguineti (1930)

12. Alda Merini (1931)

13. Giovanni Raboni (1932)

14. Giulia Niccolai (1934)

15. Nanni Balestrini (1935)

16. Tiziano Rossi (1935)*

17. Elio Pecora (1936)*

18. Dacia Maraini (1936)*

19. Tiziano Salari (1938)

20. Valentino Zeichen (1938)

21. Nanni Cagnone (1939)

 

Nati negli anni 1940 


22. Giorgio Manacorda (1941)

23. Umberto Piersanti (1941)

24. Giuseppe Conte (1945)

25. Maurizio Cucchi (1945)*

26. Biancamaria Frabotta (1946)

27. Vivian Lamarque (1946)*

28. Mariella Bettarini (1947)

29. Patrizia Cavalli (1947)

30. Cesare Viviani (1947)

31. Eugenio De Signoribus (1947)

32. Franco Buffoni (1948)

33. Rosita Copioli (1948)

34. Ida Travi (1948)

35. Roberto Carifi (1949)*

36. Umberto Fiori (1949)

37. Giuseppe Piccoli (1949) 


Nati negli anni 1950 


38. Gabriella Sica (1950)*

39. Milo De Angelis (1951)*

40. Mariangela Gualtieri (1951)

41. Mario Santagostini (1951)*

42. Giancarlo Pontiggia (1952)*

43. Alessandro Ceni (1952)

44. Eugenio Lucrezi (1952)*

45. Roberto Mussapi (1952)

46. Gianni D'Elia (1953)

47. Patrizia Valduga (1953)

48. Enrico D'Angelo (1954)

49. Alberto Bertoni (1955)*

50. Antonio Trucillo (1955)

51. Enrico Testa (1956)*

52. Claudio Damiani (1957)

53. Gabriele Frasca (1957)

54. Valerio Magrelli (1957)*

55. Fabio Pusterla (1957)

56. Lello Voce (1957)*

57. Antonella Anedda (1958)

58. Biagio Cepollaro (1959)

59. Stefano Dal Bianco (1959) 


Nati negli anni 1960


60. Alba Donati (1961)

61. Edoardo Zuccato (1963)

62. Davide Rondoni (1964)*

63. Tiziano Broggiato (1965)

64. Rosaria Lo Russo (1964)

65. Roberto Deidier (1965)*

66. Michelangelo Zizzi (1965)

67. Luigi Socci (1966)

68. Pierluigi Cappello (1967)

69.Andrea Inglese (1967)

70. Aldo Nove (1967)

71. Marco Amendolara (1968)

72. Giovanna Frene (1968)* 


Nati negli anni 1970 


73. Elisa Biagini (1970)

74. Francesca Moccia (1971)

75. Gherardo Bortolotti (1972)

76. Fabrizio Bregoli (1972)

77. Giulio Marzaioli (1972)

78. Alessandro Broggi (1973)

79. Mario Fresa (1973)*

80. Lidia Riviello (1973)

81. Corrado Benigni (1975)

82. Francesca Genti (1975)

83. Lorenzo Carlucci (1976)

84. Alessandro De Santis (1976)

85. Massimo Gezzi (1976)

86. Jacopo Ricciardi (1976)*

87. Azzurra D'Agostino (1977)

88. Valerio Cuccaroni (1977)

89. Lucrezia Lerro (1977)* 


Nati negli anni 1980 


90. Menotti Lerro (1980)*

91.Francesco Targhetta (1980)

92. Giuseppe Nava (1981)

93. Carmen Gallo (1983)

94. Laura Accerboni (1985)

95. Davide Castiglione (1985)

96. Giorgia Mastropasqua (1986) 


Nati negli anni 1990–2000 


97. Giorgio Ghiotti (1994)

98. Francesco Ottonello (1994)

99. Demetrio Marra (1995)

100. Luigi Riccio (2000) 


N.B.

Nell'antologia troviamo:

- Maestri del Novecento attivi nel XXI secolo.

- Maestri della poesia italiana contemporanea.

- Poeti della generazione 1960-2000.

 *L'asterisco indica i poeti che hanno aderito formalmente all'Empatismo

domenica 30 agosto 2026

La voce del sangue a Cervia con Matteo Pasqualone e Alessandro Assiri

Presso la libreria Ubik di Cervia

sabato 29 agosto 2026 ore 21

Matteo Pasqualone e La voce del sangue
in dialogo con Alessandro Assiri 





sabato 29 agosto 2026

Seduti e seguaci

Gianfranco Lauretano, Questo spentoevo, Graphe.it Edizioni 2024

recensione di AR 


Scrive nella Nota finale al libro Gianfranco: “Alcuni anni fa (…) La voce di Caproni mi pervase a tal punto, da influenzare intimamente la mia scrittura. (…) C’è una quota di ciò che vogliamo dire che dipende dalle parole stesse” (p. 39). Ha interrogato brillantemente (anche) su questo il poeta il collega e amico Stefano Maldini, anche lui cesenate ad una presentazione di questa raccolta al Meeting 2026. 
Constatiamo facilmente come ogni espressione artistica travalichi l’intento di chi l’ha creata. Il poeta è ispirato e dunque, pur modellando la sua opera con la sua personale creta, pur dando alle parole il suo timbro personale, sa che c’è sempre un di più che gli sfugge e che arriva da altrove. Gli stessi fruitori dei versi (o di un’opera d’arte) filtreranno il messaggio poetico, la musica, la pittura… con la loro sensibilità, scoprendovi ciascuno echi diversi, spesso in relazione al proprio vissuto. 

Trovo splendida, una preghiera semplice che risuona nel profondo come una confessione, la poesia che chiude la silloge (p. 36). La riproduco integralmente:

Gesù non devo dirti niente

Ho detto per errore «Signore» / senza neppure  pensare di dirlo. / Il nome di Dio, come un grande uccello, / è volato via dalla mia gabbia… (Osip Mandel’štam)

Gesù non devo dirti niente
volevo solo far cantare
il nome
    e ch il suono 
evocasse lo splendore
del volto
    e vibrasse
la potenza del cuore
    e la musica
delle sante sillabe
scardinasse la pagina
scrivendo l’universo
    tu vero autore.

La forza visionaria (e profetica) del poeta pervade tutta l’opera e non mancano tocchi umoristici: “Questa strana manna nell’aria / impedisce la corsa consueta / le auto sono immobili bovini / gli alberi sculture conccettuali” (Lo spirito della neve – venerdì, p. 34); “l’eterno viene in una / brezza, in una che mi ha / nel mondo intero avuto / caro, in una mano calma” (Risposta a Leopardi – 4, p. 26); “Dio è altrove, segreto / (…) / compatisce. Sta creando / come sempre e dividendo / i seduti dai seguaci / fertili da sterili di figli / e di peccati, neppure di quelli / sono più capaci.” (Dio non c’è, p. 21); “Tra il male e il bene / solo esigue differenze. / Il male non lo vedi bene / si confonde nella vista / si camuffa con sapienza / (…) / è un riformista.” (La bestia, p. 16); “satana si annoia, è incostante” (Questo spentoevo sta finendo, p. 13); “Risediamo ancora in questo / corpo e non ci asteniamo / dall’imparare a dimenticare. / Ma appena sotto pelle / una tempesta si scatena / tra le membra e l’anima / la carne si fa pensieri” (Risediamo ancora in questo, p. 11). 

Come ammette l’autore a p. 10, “unico artista” è l’amore, sta a noi goderne da protagoinsiti non nell’isolamento dell’ego ma nel fiorire del noi: “si danno ad una ad una / le risposte, dove io / non è più solo.” (p. 12, chiusa della poesia Risediamo ancora).

“Respira il cielo a fisarmonica”

Leda Erente, Tornerà il grano a sfiorare i tetti, volume a cura di Massimiliano Bardotti con una nota di Valerio Grutt, poQuod 2026

recensione di AR




“I cipressi accolgono i morti tra le radici / con le chiome accarezzano i vivi.” (p. 78)

“Un’ultima lucciola solfeggia la fine dell’estate / si mette via la legna per l’inverno.” (p. 76)

“Il silenzio scende i gradini / unisce tutti i respiri / setaccia il dolore in polvere più fine / lo accompagna / fino al penultimo passo / l’ultimo è un lieve respiro scambiato con il cielo.” (p. 73)

“Respira il cielo a fisarmonica / un concerto di stelle brilla nelle mani. / Il suono delle campane fa volare via uno stormo / il cielo diventa chiesa. // Siamo custodi della vita.” (p. 67)

“Mi soprende l’umile borragine / (…) / prega per i margini del mondo.” (p. 13)

Veniamo abbracciati, letteralmente, in queste pagine da fiori, alberi, cieli, stelle, vento… che Leda ci presenta come amici da sempre: per questo le sue parole ci arrivano cariche di affetto, colme di quell’energia immediata che non ha bisogno, di profilazioni, di “inquadrature” ad hoc iperrealiste, ma si esprime con verità, semplicità, vicinanza che derivano da una conoscenza esperita, vissuta: 

“Hanno un modo di guardarsi le mani / le persone fragili e stanche / le tengono intrecciate come ceste sulle ginocchi. / Aspettano colui che ha la forma del vuoto.” (p 20)

I versi sono intrisi di un senso religioso che mette in profonda relazione umanità, pensiero, natura, sensi, desiderio di eternità, ricerca dell’Alto, sequela del Figlio dell’uomo in cui siamo salvati:

“Nel chicco di grano tutte le spighe / nel volto di Cristo ogni uomo.” (p. 49)

“Quando cerchi Dio, Dio è lo sguardo dei tuoi occhi / canta Rumi il persiano. / Ho sentito quel canto ch’ero bambina” (p. 30)

“Abbiamo una scala nel cuore / che da piccoli scendiamo e saliamo / due gradini alla volta con gioia. / (…) / I bambini lo sanno / pregano giocando / è così che rendono grande il mondo.” (p. 47)

Attraverso il suo rapporto così stretto con la natura, Leda mantiene, come san Francesco, un cuore ricettivo al lato spirituale di quanto ci circonda, nel micro- e nel macrocosmo, nella rete sociale fatta di persone in carne, sangue, pulsioni che respirano di vita ben oltre le connessioni messe in atto da intelligenze artificiali sempre più sofisticate e “realistiche”. 
Il soffio dei versi di Leda si insinua discretamente nei nostri polmoni e li fa esultare con immagine di una bellezza assoluta.

“Il bosco veglia / su ogni foglia che cade.” (p. 61)

“L’esile luce attraversa la cruna del gelo.” (p. 45)

“Perché continuare a bussare a una porta già aperta / quando basta abbassare la maniglia / e portare avanti il cuore?” (p. 44)

“Le stelle maturano appese al cielo / scuoto la notte come l’albero di albicocche.” (p. 27)

“Dal fontone si alzano in volo / zampe d’airone / le ali si uniscono per indossare il cielo.” (p. 21)

“Un grande viaggio / comincia all’altezza di un filo d’erba.” (p. 16)

“Il vento si è portato via l’inverno / (…) / Ha seminato un alfabeto d’aria / che si è fatto memoria.” (p. 14)

martedì 25 agosto 2026

Una discesca nella “umiltà”

Elena Buia Rutt, Atterrare, Fuorilinea, Monterotondo (Roma) 2025, pp. 134, euro 14,00


recensione di Anna Maria Tamburini



Sembra in tutto un titolo perfetto, Atterrare, per questo quarto libro di poesie di Elena Buia Rutt, poetessa, traduttrice, critica letteraria, insegnante. Dopo Ti stringo la mano mentre dormi (Fuorilinea, 2012), Il mio cuore è un asino (Nottetempo, 2015), La sete (Aragno, 2020), questo volume che raccoglie un’ampia selezione dei precedenti libri riveduti nella struttura e minimamente nei testi «traspone in versi l’esperienza trasformativa del trasferimento dalla città di Roma alla campagna di Assisi», come si legge nel risvolto di copertina. 

Non si tratta semplicemente d’essere scappati dal frastuono della capitale, dove altre opportunità per altro sono state abbandonate, per avere scelto di vivere a contatto con la natura. In realtà il sogno di una vita più distesa s’è avverato solo in parte: non sono diminuiti gli affanni legati alla gestione ordinaria della giornata nella fatica di conciliare lavoro, casa, figli, cui si sono aggiunti terra, animali, piante… né le corse contro il tempo per fare quadrare tutto rispettando orari, limiti di velocità per strada, imprevisti e incombenze. Di una “discesa” si racconta in vero, ma nella “umiltà” intesa nella sua accezione etimologica: si tratta d’avere scelto uno spazio di libertà che anche per tradizione predica il Cielo, per avere amato la terra, per esservisi adagiati, per non avere ricusato le cadute, compresa quella, letterale, che ha suggerito forse e in parte rafforzato la trovata, felice, del titolo: 


Le pecore – si sa – sono / innocue ottuse docili […] così dicono / e anche io ho ripetuto […] Ma un rocambolesco / caso della vita / ha fatto piovere / per me / sei pecore / in giardino // una di queste / un giorno si è staccata / dalle mie carezze / dalle foto sorridenti con i figli / ha abbassato la testa / caricando / e con la forza dei suoi cinquanta chili / mi ha buttata giù // ora quando la incrocio / la fisso attentamente / per capire chi è / e come sta […] nel suo sguardo ipnotico e infallibile / vedo scorrere / ere di saggezza / discernimento / libertà // portami con te / sorella mia […] (La pecora).


Paradosso e ironia difendono così tenacemente la fibra di un’esistenza, e della sua trasposizione in versi, permettendo di riconoscere l’avvitamento della logica che apre a una più sapiente riflessione: Avrei voluto vivere / a tremila metri / per contemplare / in solitudine / la mia insignificanza // mi ritrovo invece / offuscata / ad arrancare nella nebbia / di una pianura affollata e fangosa / zavorrata da una dedizione / a figli animali studenti // lontana dalla vetta di cristallo / rimarrò abbattuta / - lo sento - / qui in basso / ignara della benedizione / ricevuta in sorte. 


Nell’Ora et labora dei giorni anche la tensione muscolare del gesto semplice di una potatura, se da una parte riporta al corpo, induce al contempo dall’altra un senso panico che nella comunione con la natura – in un sottile ossimoro di radici e cime – sposta ancora più in alto lo sguardo: mi riporta al corpo // ramo tra i rami / tronco tra i tronchi /radicato / nello slancio / di tutto ciò che cresce.


Anche in quanto studiosa Elena Buia da sempre scava nel rapporto tra letteratura e spiritualità; ha approfondito le opere di Pier Vittorio Tondelli, di Flannery O’ Connor, Mary Oliver. Per questa sete di Cielo appare evidente anche un’importante continuità con le precedenti raccolte – il nuovo libro si struttura in due parti: Il mio cuore è un asino e Vita in campagna (da cui sono tratti i versi già citati) – e tra i componimenti della prima sezione, oltre al testo eponimo, sono recuperati non a caso dalle precedenti pubblicazioni Lo spazio di Dio, Dio sul pianerottolo, Dio a poppa.


In questa casa / ultimamente / nessuno più parla di Dio // eppure a volte all'improvviso / tirando da puledri / la macina dei giorni / si apre nel silenzio / uno spazio d'aria /che quando /lo attraversi

sorridi piano /come nevicasse. (Lo spazio di Dio)


I versi brevi, per lo più senari o settenari, o anche altri, imparisillabi come novenari, o endecasillabi per lo più spezzati, denotano la ricerca di una forma minimale, che esprima le esigue misure dell’esserci, e di spazi e silenzio dove aleggi un altro respiro. Delle precedenti raccolte resiste infatti tenace anche tutta la componente affettiva di una poesia d'amore che parli d’Amore al maiuscolo, senza sentimentalismi, né enfatizzazioni, né dichiarazioni, ma sostenuta da domande che penetrano dal profondo questa realtà, nella più assoluta concretezza del vivere a partire da quelle che sono le più frequenti delle dinamiche relazionali. Così, spogliata d’ogni orpello, denudata e rastremata all'osso, la parola si potenzia di valore simbolico.

In ultimo – componimento di explicit di Atterrare Il mio prossimo sintetizza paradigmaticamente con uno splendido ossimoro tutta l’ermeneutica di un’esperienza esistenziale, prima ancora che letteraria, e nella forma e nella sostanza: Sono prossima / a chi come me / al piano terra / soffoca / nelle sabbie mobili / del salotto buono / e patisce l’assalto stizzito / dei legami convenzionali // sono prossima / a chi come me / in una vecchia soffitta / cauterizza i tagli / con le lame di luce / della presenza / di Dio. 


sabato 22 agosto 2026

“un sorriso fatto di pioggia”

Nicoletta Carlan, Staccarsi dalla roccia, Prefazione di Massimiliano Bardotti, peQuod 2025

recensione di AR




“Morte che compi la vita, / nei crochi delicati sfioro il tuo verso.” (Morte, p. 88)

“Possa io quel dì, udire il rumore che fa l’orologio / quando alita il tempo della fine / e dell’eterno / per condurmi a Voi.” (Morti, p. 64)

“Morte immobile del corpo che nutre, nella terra, / tra la terra / caduto senza dolore. / Non una singola morte, né un singolo albero. / Solo anime che sono Bosco.” (Nella cattedrale di fronte, p. 18)

Dai versi qui sopra percepiamo un francescano (e anche zen: “faccio scorrere alla mia sinistra il fiume e poi / mi lascio portare.”, Sull’argine, p. 11) rapporto con il vivere e la sua Fine – “Grata per il bianco dei pioppi consumo l’istante / a porgerti il corpo come pegno d’Amore.” (ivi) – attento al mondo naturale e sociale, al prossimo (“Incorrisposta dalle leggi della persona, mi siedo ad / accostare il mento al cuore / e poi la fronte e tutto il corpo.”, Missili su Gerusalemme, p. 38), a un Tu onnipresente, lo ritroviamo disseminato nel canto di Nicoletta: “Il crepuscolo ad aprile sa di misericordia… / Non passa per nulla nel buio, / si accende in città, sui / fiori bianchi dei meli selvatici.” (p. 83); “Curva, volo di fiore in fiore a sbirciare il Tuo sapore.” (Dalle scale il sambuco, p. 81); Se non avessi, le parole che ci avete lasciato (oh / Maestri), che sempre posso trovare scritte o ascoltare, / sarebbe stato tutto diverso. Ma mi sostieni Tu, istante / dopo istante con picchetti e corde perché vuoi che io / arrivi con i mezzi che mi hai donato. (esergo alla sezione “Picchetti e corde”, p. 61).

Il senso del titolo lo troviamo in esergo alla sezione eponima (p. 79): Così tolgo i confini ai miei piedi e alle mani, sgancio i / moschettoni e lascio che tutti di me venga risucchiato.

Le immagini sono sinestetiche e coinvolgenti, non di rado spiazzanti: “Non posso bandire il suono di tulipani neri e lividi gigli. / Predico a me stessa di Lui, annientare ogni confine. / Cadermi dentro.”; “Steli d’erbe diverse, tra loro intrecciati e costretti / tra asfalto e muri inerti / spingono il verde a suonare liriche armoniche.” (Ovunque, p. 48); “Vuoti canali che scorrono pietre se li costeggio. / Cronica lotta tra le lacrime del ventre ed il senso di me.” (Elementi, p. 44). 

Già dalle citazioni qui sopra, notiamo la natura prosastica di questa raccolta dai versi spesso molto lunghi che invitano a dilatare la dizione oltre i ritmi consueti con il desiderio di varcare i limiti del respiro per avvicinare la soglia in cui si farà infinito. 

Riproduco integralmente la poesia Primo luglio (compleanno del figlio lontano) che si trova a p. 59:

“È ogni passo una felice nostalgia di quello che non
potrò mai conoscere,
del rosa di nuvola tra i rami delle querce
della voce di vento tremulo che sale da dentro
a cucire sul volto un sorriso fatto di pioggia di notte.”

C’è un connaturato anelito a vedere un misterioso aggancio, indispensabile e vitale, fra esperibile e quanto “scientificamente” non è verificabile: “Lo Spirito se lo vuoi vedere di nasconde, ma ti / guarda. / Se lo chiami, sempre ti soffia nel cibo e negli occhi / il suo vigore, / il suo incredibile racconto di coraggio.” (Così sia, p. 26); “Non so, se la terra di cui sono fatta possa reggere il / largo passo che viene dal Tuo sussurro.” (Servizio, p. 23).

Un libro carico di spirito e vita. Inscindibilmente.