martedì 11 giugno 2024

“Un prezioso regno di memorie abitate” la nuova silloge di Marco Mastromauro

Marco Mastromauro, Separati da raggi dispersi, Fara 2023

recensione di Vincenzo Capodiferro 
pubblicata su Insubria Critica


Separati da raggi dispersi è una raccolta di poesie di Marco Mastromauro, edita da Fara, Rimini 2023, opera poetica I classificata al Faraexcelsior. Marco Mastromauro, vive a Novara, ha lavorato a Vercelli. È laureato in Giurisprudenza. Ha pubblicato su alcune riviste, come “Alla bottega” (Milano 1995-1999) e “Contro Corrente”. Raccolte pubblicate: “Anime confinate” (1992); “Cuba” (1995); “Memorie da un pianeta” (1997); “Eros, Trinidad e altre poesie (2000); “Fraintendimenti” (2017); Cronache sparse (2018). Leggiamo tra le motivazioni della giuria: «Il lettore si immerge così in un’atmosfera pensosa e dolente in cui, in una cadenza dai tratti talvolta montaliani… prendono vita i temi salienti di questa silloge» (Fabrizio Azzali). E tra questi temi (famiglia, paesaggio, mondo, tempo) primeggia quello del dolore (“male di vivere”). «Dai versi prende forma un ritratto garbato del quotidiano e del suo passaggio-paesaggio, con le sue sensazioni e percezioni…» (Fabrizio Boscaglia). Mentre Valeria Raimondi mette in evidenza il tema del perdono «inteso come accoglienza di ciò che alla memoria, e quindi alla vita, di volta in volta si presenta».

Muti avanziamo composti
assisi al fluire delle croci,
alle sfumature di un inquieto narrare.

Il tema del dolore, dicevamo, è centrale nella silloge, quel montaliano “male di vivere”, quell’aspetto di Thanatos che risiede pure in Eros. La vita ci è presentata come un fluire eracliteo di croci, dinanzi al quale l’uomo è un osservatore ammutolito, cioè non può pronunciare l’assurdo dell’esistenza umana, e composto, cioè quasi fermo, e però trascinato comunque nel fluire inesorabile del tempo. Poi la raccolta si apre in frequenti immagini, paesaggi, popolati soprattutto da due anime, quasi platoniche metà, alla ricerca reciproca. «Cercar non so ch’Amor non venga sempre»: il petrarchesco Cupido abita questi “topoi” dell’anima. La raccolta prende il titolo dal tema della separazione:

Separati da raggi dispersi
che attraversano la solitudine del bosco…
Separati camminiamo nei vicoli
reduci, furtivi,
ci aggiriamo fra le macerie…

Ci ricorda un clima di guerra, di ungarettiana memoria: Porto sepolto. Di queste case / non è rimasto / che qualche / brandello di muro… Il tema della guerra si riconnette idealmente a quello della separazione che si riflette nella natura. Ci ricorda i nostri borghi abbandonati, che visitiamo ogni anno, attoniti: Craco, Alianello, i Sassi di Matera, ora ripopolati dal turismo. Questa guerra umana, questa separazione, trova il suo superamento nel perdono. «Qui nel regno del ricordo / del perdono. Questi i versi che chiudono l’intera raccolta, restituendone interamente il senso,» scrive la Raimondi. Questo è il dono della pace, la cancellazione della colpa, della vergogna, il trionfo dell’amore, la reintegrazione, la catastasi dell’universo, celebrata da Origene a Papini. «Il perdono è la fragranza che la violetta lascia sul calcagno che l’ha schiacciata,» diceva Marc Twain. Grandi temi condiscono la raccolta del nostro, dal “male di vivere” (C’è un inverno e lo conosciamo / lo odoriamo, lo confiniamo al di fuori. / Il ruscello s’è ghiacciato del malumore / distorto e così aspettiamo) allo spaesamento (Oggi non siamo più noi), ma tutti confluiscono nella hegeliana sintesi del perdono.

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