AIΩN di Mario Fresa (15)



AIΩN di Mario Fresa
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Roberto Maggiani 
I poeti: umani, troppo umani?



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A proposito delle fregole per la pubblicazione

 

(ai poeti: gente presuntuosa)

 


Da troppi anni [ormai] scrivo del mare

davanti al mare {è imbarazzante}

:mi abbandono ad astute nostalgie

per soddisfare la persona

che tengo prigioniera nel mio corpo.

 

Anche tonni e merluzzi hanno

capito che non ci sono sardine

in questo oceano→ ma il prigioniero no

non molla: è imbarazzante.




Commento.

Un testo poetico breve e fulminante, precorso da una spiazzante lucidità e da un'intensa (e agra) intelligenza investigativa che si presenta, in primo luogo, come un testo di riflessione sulla non rara piccineria delle ambizioni legate alla scrittura poetica. Dunque: perché si scrive una poesia? Per mostrare sé stessi, con ostentata civetteria? (e che importa, di te, agli altri? - anzi, spingiamoci più a fondo: sarebbe il caso di ripetere, insieme con il grande e vertiginoso filosofo di Röcken: "Che importa di me stesso?"); o forse si scrive per riferire qualcosa che si è ricevuto in dono, come una sorta di alta e altra (cioè divina) rivelazione, inappellabile e superiore? (santo Arimane, che presunzione! E che ridicola auto-sopravvalutazione!). Si scrive forse, allora, per gioco o per noia o per la lode altrui? Ovvero per un vago e intellettualistico esercizio rettorico? (che orrore; e che mancanza di amor proprio! ...).

 

Qui, tuttavia, noi non possiamo e non vogliamo fornire una risposta alla questione sollevata ("Perché scriviamo una poesia?"). Ci si concentri, invece, sul fuoco incandescente di questo inedito di Roberto Maggiani (1968), tra i più notevoli e sensibili poeti della sua generazione, nonché romanziere ed editore: un testo forte e acuto che ci invita a riflettere sulla condizione non di rado involontariamente comica o grottesca (e patetica) di chi vuole a tutti i costi scrivere (e pubblicare ciò che scrive), commettendo l'errore di parlare di sé stesso e con sé stesso e per sé stesso; un inutile capriccio che sopravviene per soddisfare la persona che si tiene prigioniera nel proprio corpo (come nota argutamente l'autore). In simili casi, il desiderio - o peggio, o addirittura, la brama - di scrittura del poeta, assalito dalle sue ipocrite o vanitose astute nostalgie (che superbo ossimoro!), si ingolfa, incautamente, in un verboso chiacchiericcio di natura egoica, privata, narcisistica, autoconsolatoria, autoassolutoria, autogratificante, autocurativa... e via di questo passo. Ma noi ci chiediamo: se l'io è solo un'impostura, perché mai si ritiene necessario il perseverare nell'illusione di trasformare la scrittura in un piccolo (e patetico) confessionale laico, psicologico (semmai con l'intenzione presuntuosa di far passare ciò che è stretto, limitato, piccino - appunto laico, umano - per un messaggio verticale, metafisico, ultrapersonale, assoluto)?


Una poesia che medita, dunque, acutamente, sul senso della stessa poesia (e sulla necessità etica di scegliere il linguaggio poetico per interrogare i significati di quella oscura fantasima illusiva che noi chiamiamo vita o realtà); la poesia è anche e soprattutto questo. È avanzare tra le macerie del visibile e dell'invisibile dubitando, decostruendo, rinnovando di continuo la propria forte, infinibile ricerca di verità e di senso.

 

 

 




[In alto, un'opera di Riccardo Dalisi]