giovedì 27 gennaio 2022

Intervista ad Alessandro Zaffini


Intervista a cura di Laura Sansone


Dopo l'intensa lettura delle raccolte di poesie 
Scordare il copione e Concerto inutile di Alessandro Zaffini, come stagista di Fara Editore ho avuto l'opportunità di porgli alcune domande. 



Ho sempre pensato che la voce del poeta fosse la voce della fantasia, che prendesse spunto da mondi immaginari e che fosse un mezzo per oscurare la malvagità e la ripetitività della vita. Crescendo mi sono ricreduta e ho colto, soprattutto nelle sue poesie, come la quotidianità, sotto certi aspetti, possa essere oggetto d'arte: lei l'ha sempre vissuta così? 

Ho sempre avuto parecchi problemi a rapportarmi col quotidiano e, un po' come lei, ho pensato che un esercizio costante e attivo della fantasia potesse compensare la patina depressiva che l'esistenza assume tanto facilmente. Non sono cambiato molto dalla prima volta in cui ho preso in mano la penna, scrivere per me, con variazioni di contorno, è sempre stato questo. Tuttavia non ho mai dato molto credito alla fantasia come sola "evasione", un po' per qualche residuo di antiquato moralismo, un po' perché, senza girarci attorno, non potrei inventare niente prescindendo da ciò che ho già visto, dalle situazioni a cui ho assistito, dai fondali allestiti ben prima del mio arrivo sulla scena. Non posso elevarmi senza avere un terreno da cui spiccare il volo, non posso ignorare la realtà e quella che spinge per essere raccontata nei miei versi è la vita del tutto ordinaria che conduco, la piccolezza cieca dei miei desideri, la commovente casualità dei miei incontri, la mia vicenda insignificante, unica al mondo e allo stesso tempo allineata alle sorti di una generazione intera. Scrivere è sia prendere atto del caos e della non-direzionalità di ciò che mi accade e contemporaneamente mettere in ordine e dare un senso, anche provvisorio, anche illusorio, fantasioso, a ciò che mi accade. Il quotidiano lo assumo a oggetto d'arte per scardinarlo dal suo centro abituale, dal suo ruolo disperante di oggetto della vita, e in questo avere fantasia, essere capaci di guardare la realtà con occhi diversi, è fondamentale.

Mi sono inoltre accorta di come in Scordare il copione spesso si parli di volti, donne e personaggi. Caratteristica a parer mio meno evidente in Concerto inutile. Vorrei quindi chiederle il motivo di questa scelta, se è avvenuto un processo di maturazione artistica o se pura casualità.

Scordare il copione e Concerto inutile sono due libri piuttosto diversi per maturità e per l'ispirazione che li accende. Nel primo è presente il racconto di una delusione, il secondo è il silenzio che segue la delusione. Ai tempi delle poesie di Scordare il copione ero convinto che quello che sentivo dentro di me, il fuoco la cui ultima fiammata erano i versi sul foglio, potesse accendermi e coincidere in ogni momento con la mia vita quotidiana; la mia esistenza era un campo di battaglia tra realtà e verità e vivevo la vocazione poetica come una specie di fede, credevo che quella sensazione mi stesse portando verso chissà quale disvelamento, mi ci affidavo convinto addirittura di poter prevedere, interpretando i sommovimenti della mia sensibilità, il futuro prossimo. Mi dicevo "segui la tua poesia", a volte scrivevo composizoni di cui non afferravo del tutto il senso e in quell'opacità sentivo, un po' ingenuamente forse, come l'eco di una benevolenza di tutte le cose nei confronti delle mie vicende particolari. Non che fossi felice, non che la mia via scorresse senza ombre, ma ero convinto di essere guidato da qualcosa. Frequentavo gli ultimi anni di università, in relativamente poco tempo avevo incontrato moltissime persone importanti con le quali ho formato il mio carattere di adulto, condividendo progetti, esperienze ed avventure di intensità irripetibile; ci sono molti personaggi in questo libro perché ce n'erano anche nella mia vita. A un certo punto mi convinsi di aver incontrato la mia Beatrice, ma la realtà mi portò da un'altra parte e la verità costrinse la poesia a cantare un disamore obbligato. Quella zona d'opaco divenne impossibile da interpretare per me e il libro, anche se tratta l'argomento in maniera un po' oracolare, è abbastanza chiaro su questo smarrimento. Smisi anche di scrivere per un po' e aspettai tre anni prima di consegnarlo a un editore, non sapevo se volevo davvero farne qualcosa. Concerto inutile invece è nato senza un progetto preciso, ammonticchiando le poesie nate dopo Scordare il copione e riorganizzando il tutto nell'arco di un mesetto per presentarlo al Narrapoetando. Nell'ispirazione e nella composizione questo libro ha abbandonato qualsiasi metafisica, qualsiasi finalismo "forte" e il grosso delle vicende riguarda un Io che sente di doversi ancora esprimere soltanto perché non riesce a stare in silenzio, mentre fa i conti con la solitudine del paesaggio che si è fatto sempre più spoglio. Ci sono meno volti, meno donne e meno personaggi perché, banalmente, nella mia vita da allora ci sono stati sempre meno volti, meno donne e meno personaggi; credo sia qualcosa che facciamo in tanti crescendo, ci chiudiamo progressivamente al mondo senza troppi drammi. Io ho ripreso a camminare sulla strada della mia introversione, coi pro e i contro, cercando comunque di non far spegnere la fiamma che mi ha scottato in passato. Sto imparando a selezionare la compagnia e le esperienze, mettiamola così. Non so se può trattarsi di un segnale di maturazione artistica, di sicuro fa parte della mia maturazione umana.       

L'ultima domanda è se ancora oggi, dopo lunghi periodi chiusi in casa a causa della pandemia, predilige sfruttare come forma d'espressione la sua voce oppure la silenziosa poesia.

Domanda difficile, perché in questo momento per me tutto è "silenzioso". Negli ultimi mesi sto dedicandomi al lavoro (nel senso più prosaico del termine) e ho sospeso quasi ogni attività creativa. Ho ancora un disco iniziato nel 2020 che chissà quando finirò, ma non ho intenzione di riprendere con la musica dal vivo come facevo prima della pandemia. Il covid non c'entra, ho smesso di suonare dalla fine del 2019 perché ho iniziato a fare l'insegnante e, anche quando avrei potuto, non ho più ripreso. Negli anni ho anche maturato un'antipatia per l'esibizione tale che il solo pensiero di organizzare un live mi mette la nausea, senza contare che come musicista e cantante sono parecchio incostante, impreciso, sembro incapace di eseguire la stessa cosa due volte e la performance tutta mi costa (in stress e liquidi) più di quanto poi riesca a ricavarne in soddisfazione - non parliamo di denaro. Sì, a volte mi manca la sensazione catartica di buttare fuori tutto con la voce, ma più cresco più mi sembra di essere troppo vecchio per sentirla di nuovo. Ho dimostrato a me stesso quello che volevo dimostrare, ho preso il centro di un palco, ho espresso il mio dolore, ho ricevuto complimenti... queste cose le ho fatte per anni e se non c'è altro da ottenere non vedo il motivo per rimettere in moto energie e risorse, anche se continuo a comporre nuovi brani. Per quanto riguarda le poesie per ora ho detto tutto con Concerto inutile e non ne ho praticamente più scritte. Sto invece mettendo insieme una serie di racconti weird tutti collegati tra loro che può essere l'evoluzione in senso meno narcisistico e più oggettivato delle tematiche trattate in poesia. Verrà fuori un romanzo ambientato principalmente nella provincia nord-marchigiana tra boschi, apparizioni e storie secolari. Suona un po' presuntuoso e forse lo è. Molte parti sono solo abbozzate, mi ci vorrà molto tempo per terminarlo. Vedremo come andrà a finire!

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