lunedì 20 giugno 2011

E il Verbo creò sé stesso (note su una superba prefazione ad un libro mediocre)


L’Apocalisse si compie!  Si palesa attraverso il sussurrato evocare, lemma dopo lemma,  l’immagine del  mondo, quello che il Demiurgo non ha inteso. 
Si  mostra con un gridare alto e sonoro, sublime nelle intuizioni, nel  volto  reso chiaro e compiuto di un sistema prima ignot , oscurato dai lembi spessi di una coscienza non posata sulle “spalle dei  giganti”.


Infine, il nocciolo più intimo  dell’imperscrutabile conglomero si separa dalla polpa e ritrova, nelle tue parole, l’odore antico del seme. 


La Rivelazione - un percorso disseminato di segni, sassi che sono lettere, ciottoli semiotici di primordiale fattezza - squarcia  il velo di Vala e magicamente fuoriescono dall’icona, al principio abbozzo marmoreo di iniziale spremitura, nitori  abbaglianti, trasparenti baluginii e  soffusi chiardiluna.


Prima mai esistiti, ora vivi e urlanti nella parola rinnovata.


L’Apocalisse si diffonde e sparge sul magma interscambievole del lemma la rugiada dell’ordine primo del Cosmo, una  pioggia leggera che si fa specchio fedele di significati oscuri persino a sé stessi, e ricompone i pezzi smarriti dei  versi infondendo la vita all’erranza dell’esule, terra salvifica per naufrago.


Tutto è quieto, nell’oltre della parola, tutto ricomposto nel sistema indefettibile dell’inizio , di quell’inizio fermo nella stasi estatica del l’ ante-pensiero, nell’ identità di ambìto e compiuto, di anelato e atteso.


E così, nella parola dopo la parola, il Caos docilmente si incanala nei tralci fluidi dell’ ”eterno scorrere”  e in esso placa  la sete il  volto sfigurato  della confusione, l’andare ambiguo del  pensiero indistinto, scomposto  nella nebbia spessa dietro cui si schermisce.


Il  ρήτωρ   tende la mano all’esule che a passi incerti e occhi bendati tenta la strenua risalita dai cerchi ultimi degli inferi in accaniti tentativi di estrinsecare il significante, tra grovigli di affastellate idee caracollanti l’una sull’altra e grumi di visioni esiziali che, disperati, tentano la risalita dal magma  solidificato di malate coscienze.


“O la mente, la mente ha montagne; rupi a picco paurose, precipizi dall’uomo inesplorate”, ha baratri e rovinose ambizioni consumate in inconsapevoli viaggi nel buio assoluto dell’ante;  Si aprono nei varchi del pensiero e si accalcano, si ritorcono, si intrigano, si urtano, si avviluppano, si ingarbugliano, in un indipanato gomitolo di nervi e sinapsi : visioni solitarie, fulminee, vettori incompiuti scagliati  all’impazzata  e ritornati, scomposti, in luoghi non idonei.


Ma l’Apocalisse, la tua, è rivelazione e nell’oltre della parola,  si fa verbo originario, interpretante oltre l’interpretabile, sembiante sublime di  realtà  mai concepite, artefice  feconda di pensieri mai pensati, icona e specchio di  sostanze immaginate, cavate come pietra dal magma del lemma. 


Quel lemma urlante, in cerca del suo spazio, bendato anch’esso prima che, scorgendolo, lo consoli  la Misericordia.


È qui  allora, nel dipanarsi fluido del logos , nel suo rendere intelligibile l’insperabile, nel fluire liquido della Verità, che si compie il  miracolo della gemmazione : nuova vita, nuovo significato, nuovo essere dell’universo.


È qui che  germina l’armonia  dal caos e dalla pianta di cactus fiorisce il loto; è qui, nell’oltre della  parola, che dal nulla sboccia il tutto e l’antimateria si fa di ossa e sangue.


È qui, nelle profondità inesplorate delle intenzioni, aggrovigliate a residui di sangue e lacrime che scava e vince il pensiero interpretante e  incorona, re incompreso, la Parola, regina di un regno messianico.

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