Su Il verbo infinito di Giuseppe Carracchia

Prova d'Autore, Catania, 2010

La raccolta di Giuseppe Carracchia, classe 1988 con già due sillogi pregresse (Pensieri notturni e Anime vagabonde),  è suddivisa in sette (numero biblico della completezza) sezioni con verbi all'infinito: “Fiorire”, “Esistere”, “Amare”, “Riposare”, “Sbendare”, “Condividere” (la più lunga) e “Vivere”.
Lo stile è caratterizzato da un dettato terso, sapienziale, con squarci immaginifici e con riuscite tensioni logico-linguistiche: «… La primavera /dell'inverno è il più bel freddo / che questa terra può dare» (Febbraio, p. 11); «anche la terra può dare il suo mare, / un infinito di solchi da navigare» (Primavera, p. 12); «Così lo zefiro sposa le foglie giocando / a sorte sulle pozze, sfiora ogni cosa / e anche la morte è un invito a nozze» (ivi, p. 13); «come le scarpette di un fiore / io voglio essere unito / e sempre slacciato» (v. esergo della sezione “Esistere”, p. 17); «La bellezza si muove con l'uomo / è l'uomo che raramente le va dietro» (p. 18); «Giocare senza troppo toccarla col bozzolo d'una farfalla / capire delicatamente che il vero amarla è / quel lasciarla al suo tempo senza mai perderla dentro» (p. 19); «per imparare ci vuole una vita, per capire un attimo» (ivi); «Esistere è la mia preghiera, un'arte: / ascoltare un po' del tutto nella parte / e benedirlo d'azzurro» (p. 20, trovo particolarmente bella questa terzina che penso si possa assumere anche come una dichiarazione di poetica). Anche l'esergo della sezione “Amare” è particolarmente significativo: «Così Teseo lego il filo d'Arianna / con doppio nodo ad una spanna / dal cuore e strinse forte, per vincere / il male, per sconfiggere la morte» (p. 25). La sezione è compatta, da assaporare: «Ho trangugiato l'odore del bucato / appeso a fili sottili, l'attesa della tua / camicia blu: farsi cielo a stento, finché / non torni tu a colmare quel vuoto / d'aria: riempirsi di vento, fingendosi te» (p. 27). Ecco ci pare che il tono gnomico-visionario, giocato con misura, intellegenza e perizia retorica sia uno dei pregi di questa raccolta: «Anche gli occhi hanno fame: delizia / tutta da gustare questo latte spaziale» (Sub noctem, p. 31); «ci provo a germogliare con le mani» (p. 40); «Libertà è cadere, e dura poco / se pensi all'eternità / ma è un'eternità / se mentre lo fai non pensi a niente» (p. 41). La sezione “Condividere” è forse un po' prolissa, come qualche altro punto qui e là della raccolta dove c'è come un'ansia di spiegare che rischia di cadere nel prosastico o nella sentenza moraleggiante  (v. ad es. la poesia Vecchio mendicante) o nel “poetico” (v. Canto per il poeta) ma anche qui troviamo versi intensi e stimolanti: «Benedici la svista, ringrazia / l'imprevisto, ché oggi / nell'epoca dei manga orologi / è l'unica possibilità che ci resta» (Appunti per un viaggiatore, p. 50); «Ho cucito un tuo abbraccio mancato / al cuore scalzo,  stretto al mio fianco / per ogni distanza un salto di suture» (all'amico S., p. 52, eliminerei però il verso successivo «siderico balzo d'un organo pinzato»). Dell'ultima sezione si segnalano le due utlime poesie, perché anche queste una dichiarazione di poetica onesta e virbante, che inziano rispettivamente coi versi «Non desidero consumare il tempo / per paura che il tempo mi consumi» (p. 64) e «Amo, la perfezione del gesto di chi ha sbagliato» (p. 66). Dunque Il verbo infinito è senz'altro una bella prova: auguriamo all'Autore di trovare sempre più la sua voce, puntando dove necessario a una ulteriore essenzialità, voce che in queste pagine rivela già un suo timbro e una sua notevole pregnanza. Un libro che è un piacere riassaporare. (AR)

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