La lingua del poeta (leggendo i versi di Antonietta Gnerre)

di Vincenzo D'Alessio

Quando leggiamo una poesia, riconosciamo in quei segni i versi che la compongono, nella sequenza dei versi percepiamo la musica che li anima, attraverso il nero segno dell’inchiostro eleviamo lo sguardo dell’anima fin dove la lingua del Poeta è giunta. Attraverso i segni scritti il Poeta raggiunge le immagini che appartengono alla mente dell’uomo. Attraverso la declamazione dei versi la voce, primo e più antico strumento melodico, ci trasmette le emozioni che solo la lingua nascosta del Poeta sa realizzare.
C’è, dunque, una lingua madre di tutti i segni dell’uomo. C’è un setticlavio poetico che regola la melodia universale, dei versi, agli uomini. C’è nella cadenza della lingua, e del viso, la mimica che trasmette le sensibili sequenze anche ai sordi. Come e perché nasce la lingua del Poeta? Seguendo i versi delle raccolte di Antonietta GNERRE tenteremo di raggiungere qualche esito.
Leggiamo nella prima raccolta, Il silenzio della luna (1994), i versi che aprono la porta sulla “stanza” dove GNERRE ha riposto la lingua poetica dell’infanzia; la riprende e la usa per iniziare il cammino di conoscenza, sovente a ritroso, analizzando passo dopo passo quanto le è appartenuto:

Infanzia dove ti sei nascosta?
e perché non mi appartieni più?
vari ricordi
giocano al girotondo
nella prima stanza
dove tutto è sottosopra
dove non vi è nessuna bambola. (pag.8)

La ricerca è, nella Nostra, il magma che risale per comporsi nella versatilità. C’è la sete di irrigare quel deserto, il deserto dei mancati affetti, con un’acqua che non smetta di dissetare. C’è la ricerca, nei versi, dei diritti che ogni creatura, perché parte attiva dell’universo rigenerato in sostanza, ha di partecipare alla vita:

In questo Universo
ciascuno ha diritto
ad una malattia
ad una paura.
Ciascuno ha diritto
di piangere nel grande giardino
sapendo di inquinare. (pag.8)

La lingua poetica è stata attivata e non si fermerà più. Una volta affidata alla lingua di altri uomini, che sentono di farla propria, trasmette tutta l’energia che è deposta in quell’Universo (scritto con la u maiuscola) che ha comandato alla Nostra di aprire la porta sul fare, sul ricreare, l’energia musicale della Vita. Sono passati sedici faticosi anni dell’esistenza di Antonietta GNERRE, non esenti da prove, che hanno affinato la lingua poetica, generando una dimensione auratica, segnata dall’originario rapporto con una divinità pantocrator. Così nella raccolta Anime di foglie del 1996. Continuata nella raccolta Fiori di vetro del 2007. Per raggiungere il patrimonio di una sicura poetica, fondata sull’uso sapiente, e filosofico, dei versi, senza perdere la purezza compositiva degli interrogativi che hanno spinto l’Autrice ad aprire le stanze dell’anima. La raccolta di cui parliamo è PigmenTi del 2010, pubblicata dalle edizioni L’Arca Felice di Salerno.

(…)
Eppure vorrei mutare pianto
nel passo che cementa
il tuo nome, quella solitudine
immensa che guarisce il mondo.


Si riconosce l’Eterno conflitto tra l’energia percepita dai sensi e l’energia ultraterrena. Si riconosce la lingua pura dell’infanzia che, nel girotondo del “sottosopra”, rincorre le mancate risposte ai troppi perché inevasi dall’assenza di un’entità che traduca il vuoto dell’immenso nella bellezza di una sete inestinguibile di bene. Lo dicono i versi che seguono, dalla medesima raccolta:

(…)
Eppure, sento, che non hanno riparo
queste mie pene. Nascono dalla
tua materia, per restare sul rigo
di un grande motore umano.
La mia carne.

Ogni epoca ha una lingua adatta a trasmettere l’unicità dei segni che diventeranno Poesia. Spesso chi li redige neanche se ne accorge. Così è capitato a GNERRE. Così è stato nei secoli per quelle poetesse che svelavano, passo dopo passo, il loro cammino. Ascoltiamo la lingua di Emily DICKINSON: “(…) Non sono abituata alla speranza – / potrebbe intrudere nella - / sua dolce processione – profanare il luogo / destinato alla sofferenza -” (Poesie, Mondadori,2006). Ascoltiamo quella di Alda MERINI: “(…) quando l’anima è satura dentro / di amarezza e dolore / diventa incredibilmente bella / e potente soprattutto” ( I miei poveri versi, Mondadori, 1998). Ultima ad essere ascoltata la lingua di Maria Luisa RIPA, coetanea dell’Autrice, scomparsa precocemente: “(…) Digli che hai voglia di morire / Nella gioia della contemplazione / Delle nuvole / E del cielo / E dell’aria / E dell’amore / E non dentro al dolore…” (Parole dal silenzio, 2003).
La lingua nascosta del Poeta traduce, in segni reali, quell’infinito mondo impraticabile che è il sogno della Poesia. La Poesia è un “corrimano” a cui tendere, per non cadere nel più cupo impossibile realizzato dalla vita caotica degli uomini. C’è la lingua di Wislawa SZYMBORSKA a farcelo ascoltare: “(…) La poesia - / ma cos’è mai la poesia? / Più di una risposta incerta / è stata già data in proposito. / Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo / come alla salvezza di un corrimano” (Ad alcuni piace la poesia, Mondadori,1998).
Il Poeta è dunque colui che svela il patrimonio della Lingua facendolo suo e nel contempo, inconsapevolmente, destinandolo a restare nell’armonia che regola l’intero Universo generato.

1 commento:

Alessandro Ramberti ha detto...

molto belli andrea, complimenti