Vincitori del Concorso Pubblica con noi 2008 sez. Poesia

Ecco i risultati del concorso Pubblica con noi 2008 per la sezione poesia (per la sezione racconto v. qui). I giurati hanno così deliberato (v. anche qui
http://blog.libero.it/cercodiogene/5588264.html):

Vincitori
(le cui opere saranno prossimamente pubblicate da Fara Editore e di cui proponiamo qui sotto alcuni brevi estratti)

1° – L’intrico e i serpenti di Erminia Daeder (Taranto)

«Protagonista in questi versi è la natura che manifesta non solo la bellezza ma anche le insidie. Il mondo interiore ed esteriore si scambiano continuamente messaggi. I testi si avvalgono di un linguaggio coeso, accattivante, adeguato ai contenuti.» (Caterina Camporesi)
«Nella raccolta sono dosate in modo sapiente le figure di suono e di significato, e la lettura del dettato poetico è al contempo piacevole, arricchita com’è da preziosi correlativi oggettivi di eliotiana memoria.» (Massimo Pasqualone)
«Il nero della schiuma, del sangue, delle palme, delle foglie, della gonna; il rosso del pomodoro, della terra, della stoppa; il bianco dei capelli, dei muri; il sapore del vino, i rumori del mercato, il rumore ferroso del mare. Fra passato e presente si dipana la storia, una storia intricata, di partenze, di strappi e di lacerazioni.» (Antonella Pizzo)


2° ex aequo – Madre e Padre di Stefano Leoni (Forlì)

«Sicuramente l'opera con maggiore capacità di reggere il testo e già questo basterebbe ampiamente ma anche a livello sostanziale molto interessante il cammino intrapreso che unisce a doppio filo la famiglia e la tragedia biblica così come appunto nelle grandi vicende dell'Antico Testamento, una chiave di lettura convincente per un'epopea privata.» (Matteo Fantuzzi)
«La meraviglia si schiude già nella prima strofa, è una scrittura piana che talvolta si concentra su spigoli di tensione e umanità improvvisa, sconcertante. L’affetto diventa parola dura e scomoda senza perdere la propria identità, fino a trovare un senso (non una pace) nella ciclicità della vita. Uno stile personale, maturo, consapevole.» (Francesco Tomada)


2° ex aequo – I cedri del Libano di Roberto Marino Masini (Gorizia):

«Il poeta ha saputo spaziare con ampio giro d’orizzonte su momenti di crisi dell’attuale situazione politico-militare internazionale, prendendo ispirazione per componimenti che trascendono l’occasionalità immediata e si soffermano a riflettere sulle lacerazioni della condizione umana con un linguaggio poetico elaborato e filtrato attraverso un personale processo creativo originale, pur mantenendo forme di comunicabilità tra autore e lettore.» (Rosa Elisa Giangoia)
«Una voce ferma, ma non gridata, per incarnare una tragedia vicina e, purtroppo, destinata ripetersi in altri luoghi ed altri tempi. In questa raccolta si sviluppa un percorso coeso fatto di consapevolezza, sdegno, pietà, e lo fa con le parole meditate di chi è capace di dire ciò che serve, non un grammo di più né uno di meno. L’introspezione che diventa coscienza civile.» (Francesco Tomada)
«Ancora la guerra che sembra essere compagna perenne della storia dei popoli. Spesso sono gli indifesi a pagare il prezzo più ingiusto: In mano due scarpine gialle, e gli occhi al cielo traditore. Con la consapevolezza che la storia si ripeterà perché nell’anima dell’uomo alberga qualcosa di oscuro.» (Caterina Camporesi)


3° – carminasincronici di Sebastiano Adernò (Noto, SR)

«Attraverso un dire che si annoda e si snoda, temi come l’eros, il sogno, l’amore, la natura, la coscienza e altri ancora si susseguono lungo la pagina. Immagini suggestive colorano i contenuti d’azzurro, di aria, di vento.» (Caterina Camporesi)
«È di mare e di vento il percorso poetico che lega i carmina sincronici della raccolta, elementi che fanno da sfondo ad una profonda inquietudine dell’io che in essi trova, forse, conforto e riparo.» (Massimo Pasqualone)




Segnalati
(di cui riportiamo qui sotto degli estratti)

la Strada l’Attesa di Andrea Lanfranchi (Fermo): «Utilizzando un linguaggio apparentemente facile, leggero e musicale come un’arietta francese, ma in effetti ben costruito e armonico, l’autore canta l’assenza così come la desolazione. In una strada, chiara metafora del percorso della vita, si aspetta che le false voci tacciano, che giunga finalmente la notte e il silenzio, perché solo allora l’uomo potrà capire il vero senso della propria vita, ascoltare la vera voce, trovare la verità.» (Antonella Pizzo)

Irene Hahn, 1920
di Barbara Rosenberg (Milano): «La “banalità del male”, forse, può essere spiegata solo con la poesia, così come la banalità dell’esistenza e dell’essenza che la silloge riesce a sviscerare in maniera convincente.» (Massimo Pasqualone); «Di questa raccolta colpisce come un pugno in piena faccia il ritratto di Irene Hahn, colpisce a tal punto che leggendo il resto non si può fare a meno di ripensare a lei. A lei col cappotto di panno e il cappello di vimini.» (Antonella Pizzo)

Adagio veneziano
di Rodolfo Vettorello (Milano): «L’autore riflette su tematiche esistenziali in dialogo con autori della tradizione letteraria, che vengono attraversati nell’intento di raggiungere un personale linguaggio poetico, che di conseguenza si sostanzia di apporti della tradizione e di novità creative in un impasto di sicuro ed efficace equilibrio espressivo.» (Rosa Elisa Giangoia)

Meditazioni dada sul Tao-Tê-Ching di Lao Tzu di Roberto Nespola (Roma): «Interessante la chiave delle meditazioni dada, certo il progetto non è facile da rendere nel contemporaneo, ma il “super-io” che emerge è in grado di reggere con le proprie regole e le proprie strutture, finalmente qualcosa di diverso rispetto alle tante “copie” che oggi alimentano il mondo della poesia italiana.» (Matteo Fantuzzi)

Le forme del tempo di Gianpaolo Anderlini (Fiorano, MO): «Bibbia e contemporaneo unite da un lavoro che forse perde in efficacia nel suo svilupparsi ma che conserva un impianto degno di nota. Certamente il lavoro procede su di un terreno minato dove il rischio della retorica fine a sé stessa è costantemente in agguato, ma alla fine l'autore ne esce bene evitando il senso privato.» (Matteo Fantuzzi)

(Non sono un) poeta di Stefania Crozzoletti (Isola della Scala, VR): «Questa raccolta trasforma il senso di inadeguatezza in una dichiarazione di intenti con una forza che, se talora appare ancora un poco ingenua, in altri momenti trova il suo sfogo naturale in un’ironia visionaria o nel desiderio di una meditata fuga. La poesia di un non-poeta come passaggio per convivere con le colpe e sentirsi “immeritatamente speciali”.» (Francesco Tomada)

Nuvole
di Giuliana Bosusco (Muzzano, BI): «Le poesie prendono spunto da semplici elementi della quotidianità, tra ricordi del passato ed esperienze del presente, che vengono fatti rivivere nella tensione creativa della poesia con realistica delicatezza attraverso immagini originali efficacemente espressive in un linguaggio di immediatezza comunicativa.» (Rosa Elisa Giangoia)



Ecco qualche assaggio delle opere vincitrici e selezionate


da L'intrico dei serpenti di Erminia Daeder

“Bello avere da dire una cosa sola
e non sapere bene dire quale

un po’ come sentirsi uguale a una rosa
che già nel seme sta nella sua posa”

Silvia Bre

*

-Tulipano in teca di sale-
mi preservo.

Raccolgo dalle ginocchia schiuma nera
nella tinozza d’alluminio che mi allontana
lungo il fascio d’acqua rigido
ellittico,

mentre le madri sparecchiano in cucina,

gli asciugamani condensano il vento
e l’alfabeto primitivo delle fitte costali,
dei colpi a rendere sui reni,
formicolanti salvacondotti dei gemiti.
Nella stiva bottiglie di pomodori
confortano la quotidiana attesa
di un gioco
di un canto.
C’è un fortino nella pineta rampicante.
Di resistenza simulata
foglie rapaci che occludono
l’esito al sangue, la parola al fiato.

C’è una sosta obbligata cui chiniamo
i capelli accorciamo le sere
rinfrescate di settembre
-colli alti all’ammasso di stelle-

lì dirigiamo ognuna la sua rotazione.

Lì i rumori del mercato, i suoni stridenti
degli uccelli e le mani scivolose dei bambini,
gli angoli d’urina e le fontane balbettanti,
i giardini bonsai tra terracotta
e lavata di calce, gli arredi parchi,
gli scalini implumi
- e pallidi
sotto la scia sconosciuta delle fate -
poggiamo nelle scodelle madide.

Guardiamo indietro una volta _
fummo innocenti.

*

Tra i rosoni di foglie d’ulivo
intrecciati sui coni a calce
imbiancati di croci votive

una silenziosa domenica in campagna.

Sulla tavola, nel canestro
d’acini di terra rossa e di frutti
attutiti dal clamore dorato

salta una crosta di sole.

E’ polvere gialla falciata,
che si leva a fiotti tra l’intrico
e i serpenti che si nascondono
dentro.

*

Era stoppa rossa d’anguria
a precipizio tra i covoni,
la pioggia zingara nell’alba
e sotto gli ulivi.

Zoccoli s’avvicinano dal fondo del paese.

Lucertola che scava nella crepa,
cupa la polpa gialla che la incendia.

Code di pesce lucide al mercato.

Nella pancia a cupola
il solletico di scorpione impaziente.

Dalla finestra calda esauste
foglie nere cascano a mazzi.

Zoppica la vecchia che le raccoglie nel senale.

Federa sudata di vite
su cui lascio la notte ossidata.

Zanzare ai muri bianchi.

Grilli nell’umida macchia.

Incespicano i piedi
intorno al braciere ingombrato
di ciò che non spero più.



da Madre e padre di Stefano Leoni


Madre e Padre

Salendo lungo le scale – scale lunghe
per gli occhi bambini – cerco l’inquadratura
la stessa di allora per sbirciare la camera
e sapere se fosse tempo di chiedervi attenzione.
C’era il braccio nudo e forte e la collina
dei suoi piedi sotto la coperta immobile
a dirmi è presto, è ancora un’ora di silenzio.
Allora mi sedevo ad aspettare.

Vegliarvi, nel muto scomposto provare
acerbo inesplorato desiderio, a pezzi
sui gradini. Domandare con gli occhi
una riserva, un luogo in cui gettarmi
e aggiustare l’ esistenza piccina
Vegliarvi con questi occhi che non chiesi
o che desiderai prima di scomparire
dall’universo alla carne, senza ricordare.

Lo sguardo a volte è circolare,
piega dietro le pareti, apre le porte.
Tu misuravi il mio tempo anche assopita
nell’angolo morto della visuale
sapevo le tue labbra strette e le iridi
verde tagliente, un segnale preciso,
invalidante. Tu così bianca.

La tua spalla è un campo aperto
è terra d’erba, potrei ancora giocarci
a palla per un infinito allora, sicuramente.
Padre gioco, suolo che non trema,
equilibrio fra sole e luna, tana di lepre.
Suppongo i tuoi severi sopraccigli
il loro inclinarsi verso il naso, proiettile
indolore al ventre, una ferita che rassicura.

Vegliarvi, solo un poco,
stare lì, adagiato, immune al deserto
ma di sbieco, dal basso all’alto,
infinitesimo, perduto, straccio.


Resurrezione

Torna l’affanno su questa scala che non mi conduce
e strappo l’altro da me per essere più nudi
e più piccoli, ancora.
Voglio guardarmi, sapere di me e di voi
e quanta parte resta nel profilo
ora che il tempo è speso.

Non prego più che l’anima sorregga
la mia piccola storia nel silenzio
perché l’età correndo più si incarna:
la beffa è questa stramba dedizione
al corpo mentre il corpo ci abbandona.

Scendo da quelle scale, ho il cuore in gola,
come un disperso il bimbo sul gradino
veglia mentre io mi allontano sagomato
da un vento nuovo che un poco vi somiglia,
liberato.

Onora padre e madre.
Nascono e muoiono le cellule,
come un sussurro appena percepito
l’eredità passa di ciclo in ciclo
e resta.
Forse è così che tengo fede al patto,
maestri di pazienza e di rimpianto
per ciò che fummo e ciò che non saremmo:
quel che saremo è anche per mandato
di quel che non fu mai che foste e siamo.


da I cedri del Libano di Roberto Marino Masini

O patria mia addolorata, mi hai trasformato in un attimo da poeta che scrive la poesia dell’amore e del desiderio a poeta che scrive con il coltello…

(Nizar Qabbani, Note sul quaderno del disastro)


Contare i morti è compito del reporter,
cantare il dolore è dovere del poeta.

~~~

Quante volte hanno perso i cedri del Libano…
Il loro legno adornava il tempio di Salomone,
il suo trono.
Ora bruciano senza speranza,
piangono la morte,
urlano la vergogna.

~~~

Ogni giorno lo sdegno ci schiaccia
nella quiete dei nostri salotti,
rimbalzano le grida di chi muore laggiù
nell’antica terra dei cedri.
Con sadica puntualità
l’aereo bombarda per il prossimo telegiornale
e l’inviato raccoglie immagini di morte.
Mastichiamo l’immobile lontananza,
assorbiamo tutto con indifferenza,
scuotiamo il capo, ne parliamo al bar.
Ma la morte,

ci appartiene.

~~~

Leggere queste parole di morte
è come ascoltare lo sgomento
di chi quella guerra l’ha già vissuta,
conosciuta e non accettata.
La sofferenza passa sempre
nel ventre della gente comune.

~~~

Siamo noi dunque
con le nostre grida
a risvegliare la rabbia,
a raccogliere con braccia aperte
lacrime e sangue
di chi muore tra la polvere.
Noi a regalare speranze,
con la stessa mano di chi
quella sabbia calpesta
e non conosce.


da carmina sincronici di Sebastiano Adernò

(consapevolezza)

fummo la morte
e a seguire
gli istanti prima del deciso
di gettare la testa all'indietro
a favore che la vita
s'arrampicasse per le vene
e l'alba
ci scuotesse di un nuovo vagito
così che il sonno
ci cascasse dagli occhi

userei il tuo profilo
per fendere la terra
perché sugli occhi trova pace
chi li sorveglia
smascherandosi dopo il sogno,
abbozzando
le capacità di sciogliere l'ordito
di cui l'esistere
ci ha intessuto


(del sogno)

m’abbandono
e il cuore si fa pesante
come il gioco di cucire il silenzio
quando i ricordi pungono più dell’ago

ma finché gli dei metteranno regole
terrò i rovelli ben oliati
e mi farò ladro
per aprire al senso
quei sogni in cui mi è concesso di nuovo amarti

ritorno dal sonno
e l’animo vacilla ancora
di fronte a quel lì
dove si può ciò che si vuole


(allargo il palmo della mano)

allargo il palmo della mano
ora che il vento ci trattiene per i capelli
e per linfa e per cambio
sbriciola i passati autunni
sciogliendoti senza guardare
i nodi dietro la nuca,

ora che al tatto,
la porosità delle tue sensazioni,
avviene dietro compenso per le labbra
e basta soffiare su un’unghia
per fare il solletico all’acqua
che assieme agli occhi
fa dei cerchi
coi piacevoli pensieri



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Assaggi dalle opere selezionate

da la Strada l'Attesa di Andrea Lanfranchi

Arrivano di buon mattino: le perdo
in un fiato. Sono le vociverse,
di chi non chiama più – chi per altro viaggio
si dice sia partito

~~~

Quando scatta la chiave non s’aspetta più ritorno.
C’è un dentro – c’è un fuori:
Un mancare lento che cresce cresce,
Finché non viene giorno

~~~

Di quest’assenza che gratta alla porta come un gatto
E buca la notte fino a me, fin a quel filo di nome che resta,
Voce non mia: cosa rimane tra le scatole vuote e gli occhiali abbandonati
Sul ciglio della madia – in cucina, o sotto la luce fioca delle scale?…

***

da Irene Hahn, 1920 di Barbara Rosenberg


Irene Hahn, 1920

Il vestito rosa
che ti sta così bene,
il cappello di vimini
regalo di David,
i libri di storia, diario e matite,
la foto sgualcita, con la nonna a Cracovia.

Il nastro verde, per legarsi i capelli
ed i dischi in vinile, ricordo di Sarah.
Poi il cappotto di panno
con la stella cucita
ed il libro iniziato:
Gabriela Zapolska.

Ma tua madre ti chiama, il treno vi aspetta.


Ad Auschwitz,
ho visto
la tua valigia sopra le altre,
aperta,
gettata,
senza più vita,
con il gesso la scritta: “Irene Hahn, 1920”.

~~~

Il sogno del soldato


Quando senti la voce dei passi nel fango
Quando ti svesti dell’ombra e l’appendi ad un ramo
Quando la casa in cui vivi non è altro che un muro
tutti i vetri s’infrangono
e ti accorgi che è un gioco
è solo un gioco.

Quando in marcia ricordi gli amici di allora
rubare le more ai lati del bosco
sorridi
ma il compagno davanti si gira
e la bocca è sporca di sangue.

Quando togli la divisa sudata come serpente che muta
appoggi il fucile sul prato
e raccogli un trifoglio
ti accorgi che è un gioco
è solo un gioco.

Ma il generale
neonato deforme
fa il bagno in secchio di bolle
e batte le mani a ogni colpo di mitra.
Lo senti?
Ripete che è un gioco, è solo un gioco.

***

da Adagio veneziano di Rodolfo Vettorello

A LATO (A Camillo SBARBARO)

E io vado avanti,
ma solo
rispetto alle cose
che dico e che scrivo,
non so verso dove,
ma altrove.
Di là dal filare ordinato
dei verdi cipressi a bordare
la strada sterrata tra i campi.
Ed io vado avanti
a sfidare
la linea precisa del blu,
il vasto orizzonte sul mare.
Le cose da fare
molteplici e tante.
Ed io vado avanti.
Se penso, capisco
e davvero insensata mi pare,
la voglia di andare,
inutile e vano
il bisogno di fare,
se quello che cerco è racchiuso
nel breve perimetro chiuso di questa
mia stanza che guarda
su strade affollate
di gente che corre e non sa
camminare.
Io devo al più presto trovare
un luogo per stare appartato,
col mio libro in mano.
Ch'io possa incontrarmi
con quelle che amo,
le pagine care che parlano al cuore.
Se Sbarbaro scrive
di scialbe passioni, emozioni
frenate, delusi pensieri, Camillo
i tormenti di ieri
somigliano ai miei, quasi uguali.
A modi da tempo esplorati,
a righe che paiono gocce
stillate da un mite malessere lieve,
dal peso di vivere a lato;
sentire
ma senza patire uno stato
di veglia cosciente,
un'assenza presente,
un molle adagiarsi sull'onda
sfinita del niente.

***

da Meditazioni dada sul Tao-Tê-Ching di Lao Tzu di Roberto Nespola

Voglio essere un ospite discreto


Quel che non ha origine (IV – III; II)

Più che stanco, satollo- a forza di dire:
“né scienza e né brama”.

In queste profondità abissali
essere e non essere, facile
e difficile, prima e dopo,
-nascita, compimento
e seguito-, estetica e morale
si svuotano l’un l’altra:

in mano la mia penna
è solo informe metafora di se stessa.


L'uso del vuoto (V- VII)

(Imago rei est consequentia nominis (Eius)
o figura d’un conferenziere)

“Questo cinismo senz’ego” –gridava-
“d’opacità imbalsamata,
occulta lobotomia per cui
neanche in sé trovar ragione e senso,
uno scopo qualsiasi”.

“Questo cinismo senz’ego” –gridava
e via con altri epiteti:
“Incuranza del mantice che colmando svuota,
volizione- involuzione del non agire…”

sempre più forte sforzava la gola
sperando di rimanere senza voce.

***

da Le forme del tempo (Poesie in forma di midrash) di Gianpaolo Anderlini

I. E fu la luce


La solitudine - Dio - fu la prima
opera delle tue mani operose.
Solo Tu, solo Nulla: abbarbicati,
ritorti sulla superficie onnivora
delle acque primordiali. Tenebroso
silenzio, silenziosa notte buia:
l’ala di Dio increspa le acque immobili
oscure. Tenebra e silenzio. Dio.

Un fremito di voce e fu la luce.


II. Un volto si specchia


La luce fu. L’acqua era specchio amorfo.
La superficie piatta dell’abisso
a Dio rimandò forma riflessa
e Dio percepì la sua molteplice
unità: tenebra e luce, silenzio
e parola, acque e terra, sopra e sotto,
davanti e diete, prima e dopo. Dio
si vide forma senza forma, volti
senza volto, per dare forma e volto
a mille mondi creati, affogati
nel nulla senza luce prima della
luce. In un volto, in una aggrinzita
piega, Egli scorse il riflesso d’un mondo
che, ancora non creato, già stillava
lacrime e gioia, morte e vita ed altre
cose che, offuscate dalla luce, Dio
intravedeva e ancora non capiva.

E, chiusi gli occhi, fu di nuovo buio.

****

da (Non sono un) poeta di Stefania Crozzoletti

PRIMA VITA

D'accordo mi arrendo:
accetto di vivere
la prima esistenza che viene

proseguo stonata
con l'inutile forza che mi contraddistingue
gratto i muri tanto per fare

meglio che essere
assolutamente contemplativa

guardo le stelle
e non trovo significati

guai ad essere
beatamente infelici


REINCARNAZIONE

Ci sarà un'altra vita
per sopportare tutto questo dolore
ci sarà un'altra vita
per portare a termine il mio destino
Un'altra vita
per elevarmi
un'altra vita
per consacrarmi

Nel frattempo
grazie Steve Kilbey
grazie Wim Wenders
grazie
consolante selciato di libri

Ci sarà un'altra vita
per drogarmi
per essere maestosa
e per fottere il mondo
con grande soddisfazione


****

da Nuvole di Giuliana Bosusco

Suoni

Avevano dei suoni strani
quei nomi,
Milio, Zelanda, Toni
come di continenti alla deriva,
anfore cave e galleggianti
nel mio mare in tempesta.
Chi batte quei colpi
sulla lama della falce
nei pressi del pozzo?
Sento un tramestio.
Si rincorrono i rumori,
alati,
toccano gli angoli del cortile
e fuggono,
rimbalzano sulle pietre rotonde,
trasfigurate,
e segnano il tempo.
Il sole è già alto.

09/02/04


Solitamente

Solitamente rossi
i gerani sulla scala
e una calla,
una sola,
durò poco,
non faceva per noi.
E mia madre catturava le mosche
con un ardito volo di mano.
Nei caldi pomeriggi d’estate
fuori, i gatti, padroni del mondo
e dentro un non so ché.
In mezzo, la tenda
bianca e verde, alitava
era l’eterno che entrava.
Il tempo sospeso,
poi non è più capitato.


Person Irene Haha
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1 commento:

Alessandro Ramberti ha detto...

Caro Alessandro,
ho letto le poesie di Stefano Leoni e ne sono rimasta affascinata. Non dispongo della sua mail, potresti per favore inoltrargli questa mia? Vorrei fargli conoscere alcune mie impressioni di lettura.
Ti ringrazio e ti saluto caramente.
Erminia

Madre e Padre, di Stefano Leoni

Guardiamo con gli occhi seduti dietro la porta, anche noi.
Una distanza irreparabile. Figlio, in nuce.
Un’età sconfinata, che senza le parole per ancorarsi, diventa castigo. La colpa può essere allora unico codice di appartenenza.
Ma i legami nel corpo sono sigillo.
E la Madre dispone di un tempo bianco, di coltre nevosa, anch’esso infinito. E’ inarrivabile, lì sotto. Sa contare, lo stesso, i grani del Figlio, i suoi respiri che tagliano il ritmo del percorso.
Poi c’è il Padre. Meridiana al vento, alla rotazione della luce. Porta profumo di scalpiccio, di corse, di resina sotto le dita.
Resta la veglia come scacco e come bussola.
La veglia d’attesa, inglobando i loro dolori.
Inerpicandosi sulla scala.
Lì, coincidenza tra l’illimitato e il finito. Uno zero che libera.
Un corpo che reclama altro numero.
Nel mistero della replicazione di ogni cellula.
E il domani assorbito. Come la carne, non più laccio.
La fedeltà al nome del Padre e della Madre.

Ho letto le tue poesie.
Bellismo il punto di concentrazione della tua scrittura, coinvolgenti l'angolo di visuale, la riflessione scaturita.
Intensa è la parola quando si carica di esperienza.
Commuove, quando è vera come la tua.

Un saluto,con i miei complimenti sinceri.
Erminia