Su Voci condivise


Recensione di Alessandro Canzian apparsa in Progetto Babele

“Ecco le voci di alcuni autori segnalati dalla giuria (Caterina Camporesi, Paola Castagna, Chiara De Luca, Angelo Leva, Davide Nota, Andrea Parato) della IV edizione del concorso Pubblica con noi e dall’editore”. Così si presenta Voci Condivise nel risvolto di coperta. Un libro che in 264 pagine d’apprezzabili contenuti professa il bisogno di dire umano e sociale, amoroso e civile, dialogico o monologico. Un bisogno che trova forse la sua più esatta definizione nei versi assolutamente emblematici di Carla De Angelis: «C’è sempre un motivo / aspettare una stagione / vestirsi di niente e volare / su due ruote e sull’acqua / rivedere la natura / uscire dal torpore.»
Gli autori. I loro testi. Gianluca Brogna ha un campo scrittorio che parte dall’io per riflettere su cronistorie quotidiane, per trovare l’assoluto anche dentro al minimale. Quasi mai prescindendo dalla circoscrizione dell’io («Il paesaggio… è arido, aspro, roccioso, / mi osservo intorno, / come se mi rispecchiassi…»). Carla De Angelis invece punta volontariamente all’essenzialità formale e contenutistica della vita, e dei vhttp://www.blogger.com/img/gl.link.gifersi che la riflettono, quasi sfiorando la sentenzialità («Temevo il crescere / non avrei potuto più / giocare / non sapevo ancora dell’amore…»). Alessandro De Santis parte con grande certezza dalla forma Haiku per esprimere l’esigenza del contingente, del vivo e reale («S’aprono varchi tra le fronde / la notte è altrove / domani, trasloco anch’io»). Sara Di Gianberardino poi trova la sua ispirazione in un dato biografico, la professione di fotografo del padre, per esprimere immagini verseggianti il mare, l’amore, la parola, la gioia spesso dura della propria vita («Sudori di corpi incantati / scivolano sul vuoto di ombre / generate da infinita ricerca / d’alternativa stranezza sconosciuta»). Giuseppe Di Serio invece convoca nei versi una saggezza che è in qualche modo ironia malinconica cosciente del tempo trascorso, delle cose perdute e rimaste in memoria come ricchezza, anche se agra («Anche le puttane muoiono / con un’aura di purezza / e attraversano / come le rondini / una striscia / di cielo azzurro»). Kristian Fabbri rappresenta poi il momento più incisivamente civile di una scrittura tutta tesa al mondo, alla società, ai suoi eventi («Cellulosa incontrata per strada / diversi chilometri di nervi / a parlare di inutile politica»). Luigi Nacci più di tutti fa del verso un grumo addensato di lessico e formalità, pur non dimenticando e anzi così più scavando l’amore inquinato d’amare («Come non detto, però si potrebbe / teneramente guardare abbracciati / il soffitto, degustare sul letto / il caffè corretto domenicale»). Valentina Renzi porta il lettore a un linguaggio meno concentrato e più sereno e rasserenante, più disinibito nei colori, meno acre («Tutto attorno a me / è finzione / ma, allora, dov’è la verità? / Nel cuore delle parole, / nella nudità del sentimento, / che si arrendono in una poesia»). Chiude il libro Giusi Sapienza Jouven che con la fortunata formula di una prosa breve bene incanta la poeticità di storie di apparizioni e sparizioni senza intreccio, senza un troppo dilungarsi del tempo, ma con un forte senso della migrazione e del viaggio che alleggerisce e insegna («La guardo con più attenzione: età sui trenta, occhi blu scuro, capelli neri che le sfiorano le spalle, carnagione chiarissima, gambe longilinee, un’armoniosa rotondità sotto il giubbino. Sento un leggero fremito. Se non posso essere solo, tanto vale essere gomito a gomito con una squisita creatura come questa. Faccio un sospiro in cui si mescolano rinuncia e contentezza. Poi scruto il mare.»)“

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