E se la vera poesia fosse la poesia di Massimo Sannelli?


di Patrizia Bianchi


E se la vera poesia fosse la poesia di Massimo Sannelli?
Ogni volta che leggo le poesie di Massimo sono in difficoltà. Sono difficili? Non sono poetiche? Forse perché non sono descrittive? O perché non lanciano un messaggio discorsivo, descrittivo, verboso? Ma in fondo – che cosa è la poesia? Che cosa non è?
Allora ho guardato in modo diverso, da ogni angolazione. E mi sono detta: SE QUESTA FOSSE LA VERA POESIA? SE MASSIMO SANNELLI FOSSE L’ULTIMO POETA? (e il discorso sulla poesia si chiude definitivamente, come se avesse concluso un percorso. È davvero detta l’ultima parola?). Non è provocazione o presunzione.
La forma del suono nella poesia di Massimo è talmente pura da rendere infruttuosa ogni e qualsiasi interpretazione. Come nella musica: la si ascolta senza intralciare il suono. Che fine ha fatto la poesia? È poeta chi riconduce la poesia a sé come è stato naturale – e quindi fa poesia. Massimo mette in forma pura le voci e le lega al suono. Nascono i versi: sonetti difficilissimi da far entrare nell’orecchio, perché è diseducato al linguaggio scritto ad arte. Non è un linguaggio comune – quindi non è mediatico, non mediato, inadatto a dare risposte, consolazione e piacere istantaneo.
Leggere le poesie di Massimo comporta un’attentissima preparazione e accoglienza del bello in quanto bello. LA POESIA STESSA SI SERVE DI SANNELLI PER ESSERE VIVA. Massimo non ha scritto la poesia di Massimo. È una disciplina che si legge – e che legge se stessa – in solitudine. Ma oralmente assume una personalità, perché la voce di Massimo la rende più umana e reale. Voce calma ma ferma.
Siamo abituati a letture facili con un impatto ravvicinato. Pensiamo: «se mi emoziona, è poesia». E non riusciamo a distinguere. Poesia è il non detto, il non dire, il non entrare nel pettegolezzo; o è un colloquiare tra stanza e stanza. La poesia è appartarsi e dire in silenzio, senza mediazione o intervento. Non ha bisogno di un interlocutore (l’altro è se stesso, che si riflette nello specchio). La parola è un tempio e lì resta isolata, chiusa. La si può guardare da vicino o da lontano, ma nessuno entra, perché non c’è porta; non si spiega ciò che non ha nulla da spiegare. Essere o sentirsi poetici non vuol dire essere poeti. Essere poeta significa costruire senza rompere la parola; rendere udibile la parola senza rimandare le voci a nessuno. Questo è il linguaggio puro. Un poeta ha questa voce universale. Massimo Sannelli fa poesia perché è un poeta sia quando scrive sia nella vita di tutti i giorni: senza distinzione tra quello che scrive e come vive. La sua grazia non è molle, ma rompe le catene di una presunta libertà. Chi è sordo, è sordo in ogni caso: non sentirà né l’urlo né il soffio.

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1 commento:

La Tela Sonora ha detto...

ringraziamo Max e postiamo la critica sul blog
latelasonora.blogspot.com