L'artista tardomodernista ha il dovere estetico di emendare e cassare ogni forma di critica letteraria.
Chi osa dire che sia esecrabile recensire una recensione? L'artista ha il diritto insindacabile di recensire il critico letterario, con la forma di una interpretazione autentica dell'artista (in grado di smentire ogni interpretazione soggettiva del critico letterario).
La recensione di Massimo Ridolfi, stesa con massima onestà intellettuale, è uscita sul magazine Navuss:
POESIA: LA SFIDA DI IVAN POZZONI DENTRO LA MISSIONE OPERANTE DEL CRITICO MILITANTE .
Il mio obiettivo è di segnalare ai lettori inesattezze e trascuratezze culturali, scusabili, della recensione. L'interpretazione soggettiva del critico è insindacabile (fino ad una eventuale interpretazione autentica dell'artista, cioè dell'organo stesso che ha emesso il testo interpretato dal critico); il neustico della recensione, fatto di teoria e valutazione, è oggetto di dialogo etico/sociale; il frastico, fatto di credenze, è oggetto di verificazione o falsificazione, secondo le strategie cognitive della new epistemology.
Io desidero opporre all'interpretazione soggettiva di Massimo Ridolfi, l'interpretazione autentica di Ivan Pozzoni, attraverso una anti-recensione termonucleare.
L'incipit della recensione mi trova d'accordo, tanto da fare riflettere sull'urgenza di un'alleanza Ridolfi/Pozzoni prospettata da Giorgio Linguaglossa, aldilà delle differenze caratteriali e umane. Ridolfi scrive: «La forza di questi pochi versi incipitari nutre il mio lavoro e convincimento che la poesia italiana gode di ottima salute, lontana, grazie a Dio, dalla pessima editoria di Mondadori, Einaudi, Garzanti, Feltrinelli/Crocetti e compagni, che riescono, un vero e proprio talento mostruoso, a pubblicare solo la peggiore poesia italiana dell'epoca Nostra. Cari G.C.E.I. (Grandi e Cazzoni Editori Italiani), per non parlare della canea delle ridicole pagine culturali che vi accompagnano con recensioni di libri invero mai letti, i vostri redattori e curatori sono del tutto privi di onestà intellettuale – che abbiano del talento lo trovo invece impossibile». La mia rappresentazione dello Stato Pontificio, con il Papa Re Cucchi, i cardinali e i numerosissimi curialini da redazione occupa-spazio, corrisponde alla visione ridolfiana dei G.C.E.I.
Non mi trova assolutamente d'accordo la valutazione successiva: «I veri poeti li senti arrivare nel vento. Li portano un vento antico che si fa canto. Perché la buona poesia è sempre il pescato da altri poeti. Precedenti. Futuri». Perché implica l'affermazione indiretta della necessità di una Tradizione, che scaturisca in Canone: il diritto canonico dello Stato Pontificio. Il buon «esperimento» estetico praxeologico - su modello machiano (il vocabolo ποίησις è abrogato, nel tardo-moderno, dal dizionario dell'arte, derivando da una errata interpretazione della distinzione aristotelica tra ποίησις e πρᾶξις, mai colta dal recensore), non la «[...] buona poesia [...]» - termine dell'ontologia estetica moderna- si autisticizza da ogni forma di Tradizione e di Canone. Giorgio Linguaglossa asserisce, in una vecchia Prefazione: «Penso che Pozzoni non si ponga nemmeno questo problema; il problema della tradizione e dell’antitradizione? Pozzoni non se lo pone nemmeno. Vuole fare il guastatore, va con le cesoie per spezzare il filo spinato che il Novecento ha posto a difesa dei fortilizi della Tradizione e del Canone, tutte parole grosse che designano un significato preciso: i rapporti di potere che sotto stanno e sottendono i rapporti di produzione tra le istituzioni stilistiche maggioritarie. Pozzoni, a mio avviso, fa bene a buttare tutto all’aria e a carte quarantotto. Non ha nulla da perdere perché non c’è nulla da perdere [Introduzione a Il Guastatore, CLEUP, 2012]». Probabilmente al recensore, che cita continuamente il testo Il Guastatore è sfuggita questa grandissima intuizione: Pozzoni, da neoN-avanguardista (2010-2018), con le cesoie dell'estetica, si assume il compito suicida di tagliare il filo spinato messo a protezione della Tradizione e del Canone; Pozzoni, nel Kolektivne NSEAE (2024), con le cesoie della sociologia e politologia dell'arte, si assume il compito sabotante/boicottante di continuare a tagliare il filo spinato messo a protezione della Tradizione e del Canone. Quindi l'unica «[...] buona poesia [...]» è la πρᾶξις autistica, libera da ogni forma di io lirico/elegiaco.
La successiva asserzione di Ridolfi è falsa: «Il poeta autentico lo sa, ed è un manifesto della Natura, e inventa così nuove e utili forme». La distinzione tra «poeta autentico» e «poeta inautentico» non ha nessun sostegno teoretico: l'«operatore» estetico, organo dell'espressione dei suoi testi, è sempre autentico, cioè in grado di dare una interpretazione autentica, cioè definitiva e insindacabile, di essi. Il termine «Natura», scritto con la N, nel XXI, mi rende necessaria una anti-tetanica filosofica: retaggio dell'ottocento e del novecento, i termini Natura, Cultura, Struttura, Dio, Società, con le maiuscole, sono i cardini devastanti di una ontologia teoretica moderna. Come si riesce a combattere l'ontologia estetica moderna senza sconfiggere l'ontologia teoretica moderna lo sa solamente il recensore. Potremmo reintrodurre una sorta di fisiognomica poetica à la Lombroso, dominata dall'idea romantico/darwiniana di Natura! Per fortuna, nella storia della filosofia dell'ottocento c'è stato William James, con la sua energica critica alla «catena causale», recuperata dal pragmatismo analitico contemporaneissimo della scuola di Padova (Quaranta/Pozzoni). Consiglio al recensore un bonario corso gratuito di aggiornamento sulle intersezioni tra storiografia filosofica e storiografia letteraria (era sufficiente visionare il mio saggio introduttivo al volume Kolektivne NSEAE). L'«operatore» estetico, infine, non «[...] inventa forme [...]» (etim. lat. invenire) - come se si dovesse travestire da Mago Otelma e recuperare forme da una Natura orfica-: organizza materiali, rifiuti, scarti, baculinamente esistenti nella quotidianeità.
I tre commi successivi della recensione, tra alcuni moderati scivoloni teoretici come l'uso del vocabolo «Storia» (il recensore è innamorato delle maiuscole heideggeriane; io racconto «storia/storie») o l'esclusione della «rabbia», intesa come rivendicazione di una nuova identità in situazione di "insonorizzazione" (Giorgio Linguaglossa), dai miei versi, proseguono in maniera serena ed, immeritatamente, elogiativa.
Ridolfi arriva addirittura ad intuire un concetto ostico, nemmeno sfiorato dai critici letterari dell'ontologia estetica moderna: Ivan Pozzoni, sulle orme della Scapigliatura milanese e di Lucini, sostituisce ad una gabbia metrica ottocentesca ladolfiana (endecasillabi rolliani e tetrametri trocaici), un versoliberismo fondato sulla ritmicità (sound) della rima e sull'humorismo dossiano rivisitato dall'ironie di De Man.
Poi, improvvisamente, come il cambio di rotta di una nave ONG diretta a Marsiglia davanti ai cacciatorpedinieri della marina francese, arriva l'annichilimento della logica formale con le sue operazioni deduttive. Premesse ottime e conclusione disastrosa: il recensore è un fautore della fuzzy logic? Ridolfi scrive, unico in Italia e nel resto del mondo: «Il poeta, però, fallisce, via via, la domesticazione del proprio Io, fino a ritrovarsi innanzi al testo, prima del testo, oscurandolo con la sua persona, non giungendo mai alla mimetica presenza del Noi, vale a dire non riuscendo a dirsi esperienza universale, cioè interprete dell'altro da sé, pretendendo così di imprigionare il lettore nel suo isolato carcere a scontare insieme tutte le solo sue disgrazie terrene». Ridolfi non ha capito niente. Il colto Valentino Campo sostiene «[...] Ecco, direi che questa è la cifra della tua poetica: con un linguaggio scintillante, che utilizza termini provenienti da diverse discipline, crei campi semantici che di primo acchito lasciano basiti, ti inoltri in sentieri finora mai battuti in questo nuovo millennio. Entri nel postmoderno e probabilmente lo varchi e vai oltre, disegnando attraverso l'utilizzo complice di analogie e sinestesie, che altri definirebbero audaci, un sentiero non facilmente individuabile, ma che reca il fascino dell'ignoto [...]», il raffinato Giorgio Linguaglossa «[...] Il parricida, l’escreto, il ribelle assoluto, colui che rifiuta la tradizione e la contemporaneità, colui che rifiuta la forma-poesia, che si vuole porre nella terra di nessuno, nel limen, nella chora non solo per non essere riconosciuto, ma anche e soprattutto per non riconoscere ad altri la legittimazione ad occupare il campo della "poesia" ormai diventata una merce satura di "bon ton", di "morale" e di "onestà". Pozzoni fa di tutto per non essere riconosciuto; vorrebbe, ma un istinto segreto gli dice che non può, e allora carica e sovraccarica di antagonismo linguistico e di escrescenze i suoi componimenti per renderli irriconoscibili ed irricevibili alla società letteraria che vale [...]» e «[...] Mentre nella poesia elegiaca del secondo novecento, diciamo da Satura (1971) di Montale in poi il "centro" c’era, eccome, ma era in via di saturazione per eccessivo affollamento dove era l’io esperiente che coincideva sempre con l’io empirico, con la persona fisica del poeta, che narrava le sue idiosincrasie, i suoi vissuti, le sue albagie, le sue patologie della vita quotidiana, nella poesia-compostaggio-insurrezionale di Ivan Pozzoni non v’è alcun "centro" e neanche tanti "centri" [...]», il rude Adam Vaccaro «[...] Ma non è una giostrina intorno al proprio ombelico egolalico, perché l’ego cerca di farsi voce degli ultimi, dei disperati: “tra salvare 5.000.000 di italiani o incrementar lo spread/ la scelta è tanto semplice che non ci vorrebbe un Dredd” [...]», il moderato Alessandro Ramberti «[...] La poetica di Ivan Pozzoni testimonia di una visione “laterale”, non omologata, alternativa al main stream che idolatra l’ego/io profilato da algoritmi che lo blandiscono e lo condizionano. La voce del poeta brianzolo è dunque una voce spiazzante, distopica, ovvero fuori dai luoghi comuni, inquieta e inquietante. Ivan ha uno sguardo acuto, per certi versi francescanamente folle, che ci scuote dal torpore, ci cala nella realtà che viene letta da una prospettiva non di comodo, vicina alle aree marginali (anche in senso esistenziale), desiderosa di creare nuclei di umanità più consapevoli e solidali [...]» e, infine, lo stramaledetto Ivan Pozzoni scriveva, sin dal 2011, l'editoriale L’urgenza d’una a-trofizzazione della dimensione narcisistica dell’artista «[...] Radicandosi sin dalla modernità ottocentesca sull’identificazione romantica tra arte ed io artistico (lirismo artistico) e nutrita, in maniera bulimica, con l’oltre-moderno, dall’incontro con la società dei consumi, la dimensione del narcisismo è venuta ad assumere, nell’odierno momento storico, ruolo centrale nell’attività di ogni artista. La nozione stessa dell’essere auctor, autore o, similmente, artista, liberandosi da ogni senso etimologico di "accrescimento" socio-culturale, al di fuori di ogni rilettura comunitaria, con modernità e oltre-modernità si rinnova nei contenuti, venendosi a caratterizzare come réclamizzazione dell’io (modernità lirica) o "accrescimento" reclamistico dell’io ad effetto reiterato / immediato (oltre-modernità consumistica), fino ad esaurimento controllato (con correlato celere riciclaggio su nuovi orizzonti di consumazione); l’incidenza delle dinamiche del mercato e dello show-business su tale nozione è massima fonte di nutrimento del narcisismo dell’artista, incanalando ciascuna forma d’arte verso réclame (mercato) e culto dell’immagine (show-business), rafforzando deleteri meccanismi di massa idonei a riconvertire, nelle menti e nei desideri di tutti, i nostri modesti scrittoi in esclusive cattedre di baroni universitari, in amboni di vescovi, in scrivanie di amministratori aziendali, e trasformando ogni nostra iniziativa artistica in ribalta teatrale di consumati attori, consumatori di readings, happenings, sponsorizzazioni, eventi mediatici, concorsi letterari o poetry slams. Diviene urgente: a] neutralizzare ogni nefasta incidenza di réclame (mercato) e culto dell’immagine (show-business) sull’attività dell’artista e b] riattivare automatismi di a-trofizzazione della dimensione narcisistica dell’artista sia discutendo, insieme, nuovi modi di organizzazione dell’identità artistica, contro il dominio del mercato, sia incoraggiando l’avviamento di forme innovative di esaltazione dell’a-nonimato artistico, contro il dilagare dello show-business. Per introdurre nuove modalità di organizzazione dell’identità artistica, come reazione al dominio del mercato, occorre coltivare una visione non-liberista dell’iniziativa artistica, rifugiandosi, ad esempio, nel rifiuto dell’ideologia antagonistica dei concorsi letterari ("concorrenza" senza collaborazione), nella ricusazione della valenza agonistica dell’arte (slams), nell’astensione mirata da ogni sponsorizzazione auto-referenziale; ai fini di diffondere forme di esaltazione dell’a-nonimato artistico, in veste di ribellione nei confronti della c.d. "spettacolarizzazione" dell’arte, serve iniziare a sostenere, ad esempio, una realizzazione sistematica di antologie a-nonime, intese come graffiti sui muri dei bordelli di Pompei, una decisa rinunzia all’egosurfing artistico (culto mediatico dell’ego), e un netto rifiuto dell’etica consumistica dell’evento / happening. La strada dell’a-trofizzazione della dimensione narcisistica dell’artista inizia dallo snodo del riconoscimento dell’urgenza di coordinare iniziative artistiche collettive, solidali, ed a-nonime, connesse al correttivo dell’epigraficità propria dell’arte aedica, o trobadorica, slegata a qualsiasi riferimento al nome dell’autore, ai fini della realizzazione di una concreta ed innovativa comunità d’arte [...]». Ivan Pozzoni, nel suo spostamento dal neo-avanguardismo millennial al collettivismo militante del Kolektivne NSEAE, dopo sei anni di riflessione teoretica serrata e di ritiro da ogni forma di scrittura, metabolizzato il cambio di «paradigma» da una ontologia estetica moderna a una non-ontologia estetica tardomoderna (Nuova socio/etno/antropologia estetica), mantiene centrale il fondamento della critica all'ipertofizzazione dell'io lirico/elegiaco. Ridolfi riesce a smentire l'intera critica italiana, farneticando di «esperienza universale» (il discorso sull'«universale» fu chiuso brillantemente dal francescano Ockham e, riaperto, da filosofi di terza mano nel XX), di assenza di un'«opera aperta» (reperto archeologico della semantica echiana: segnalo al recensore che la semiotica contemporaneissima è dominata dalle pragmatics e che la mia definizione di riot come «interazione sociale» con dimensione multitasking e multilevel deriva da uno studio significativo del concetto post-malinowskiano di «osservazione partecipante») e di «[...] comizi [...]» (senza avere la minima conoscenza della classificazione di Giorgio Linguaglossa del mio interventismo anarco-sindacalista fondato sulla volgarizzazione di ogni linguaggio tecnico come superamento dell'iper-moderno).
E riesce a descrivere, con le solite farneticazioni sulla nozione indimostrabile di «[...] eterno [...]», in tono negativo ciò che io vedo come il fondamento della mia vera arte: «L'Arte (maiuscola, come: Duce, Patria e Famiglia) allora invece di liberarlo nello spazio eterno (???), nella sua finita interpretazione (???), lo lega al qui e ora, vale a dire al legato finire terreno». Giuro che è l'assoluta verità: Ivan Pozzoni è il vero artista dell'hic et nunc (un Bukowski, meno ignorante, come sostiene con acume Faraòn Meteosès), lasciando a Ridolfi, Arminio e Piersanti i concetti, epistemologicamente insostenibili e infondati, di «universo», «eterno», «Natura», ecologia, ecolalia, ecografia, TAC, RMN e «introspezione».
Rileggete, a contrario, la recensione di Ridolfi: troverete Ivan Pozzoni, un anti-«poeta» tardomodernista, che come scrive Giorgio Linguaglossa, critico letterario di razza: «[...] Quelli di Pozzoni sono dei veri e propri "versacci", delle frastagliature vocabologiche che vengono intinte nel linguaggio plebeo e rivoltoso anarcosindacalista. Le parole "bianche" della poesia un tempo elegiaca, oggi compromesse politicamente ed esteticamente, vengono così bannate, sbarrate, una forza trascinatrice le ha cancellate e rimosse nel sottosuolo del linguaggio poetico pozzoniano; ed è proprio lì che si nascondono le parole di un tempo della poesia lirica che Pozzoni si rifiuta di intercettare e che ribalta attraverso il dédoublement, lo straniamento e l’antifrasi. Pozzoni non scende mai a compromessi, il suo è un rigetto, se si vuole una scelta anarchica ed estrema, un moto di disgusto verso la poesia post-elegiaca e neoverista. [...]» e «[...] Così, tutte le "composizioni al neon" di Pozzoni tendono ad evanescere, si precipitano volontariamente nel buco nero della vaporizzazione e nella ipersignificazione, nell’atto di accusa, nelle iperboli, nel grido di guerra. Le parole pronunciate sono dei verdetti, e quelle non pronunciate lo sono in quanto bannate e bandite dal registro linguistico plebeo insurrezionale pozzoniano, perché, nel suo registro linguistico non si danno che parole ipersignificazioniste, ultronee, parole diseducate, dell’opposizione permanente anarcosindacalista che si esprime attraverso un mistilinguismo che adotta la citazione e la carnevalizzazione quali proprietà costitutive del suo nuovo linguaggio anti-poetico [...]».
Sostituite «comiziale» con «insurrezionale», «chiuso» con «mistilinguistico» o «ipersignificazionista», «terreno» con «carnevalizzazione»: Ridolfi, senza avere capito niente, in una disamina superficiale del mio cammino artistico (su un tapis roulant che brucia 800 kcal in 1/2 ora), riesce, a contrario, a spiegare tutto. Leggetelo al contrario! Cioè da otirips id orevop a ETNATILIM OCITIRC LED ENTAREPO ENOISSIM AL ORTNED INOZZOP NAVI ID ADIFS AL: AISEOP. Si capisce meglio.
L'onestà intellettuale è un grandissimo merito, accompagnata da un livello culturale adeguato all'interlocutore.
Tanta gioia!
Ivan Pozzoni, the man of steel, the white tiger of Himalaya, il fratello maggiore di un filosofo aramaico minore dei tempi di Tiberio.