mercoledì 2 aprile 2025

I PASSI, DI VESNA ANDREJEVIC. A CURA DI IRMA KURTI 



Passo per passo...

a un passo dal mondo dalla madre

al passo con l'arcobaleno a ogni passo

con il sogno dei passi leggeri

verso la vita che si apre.

 

 

A grandi passi...

fino alle stelle delle ombre celesti

a passo spedito per la sabbia dentro di noi

a passo di rondine sempre avanti

con i desideri dolci e onesti.

 

 

Di pari passi...

con il sogno ardente verso gli ideali

un passo fermo davanti al male proprio altrui

con il passo da astronauta vagabondo

per spiegare del tuo cuore le ali.

Tratta dal libro bilingue “La miracolina-Mrekullibërësja”, Youcanprint 2023 di VESNA ANDREJEVIC. Il libro è stato tradotto in lingua albanese da IRMA KURTI.

 

HAPAT

 

Hap pas hapi...

një hap larg botës së nënës

në hap me ylberin në çdo hap

me ëndrrën e hapave të lehta

drejt jetës që shpërfaqet.

 

 

Me hapa të mëdhenj...

deri tek yjet me hije qiellore

me hap të shpejtë në rrugën ranore

me hap dallëndysheje përpara gjithmonë

me dëshira të ëmbla dhe të sinqerta.

 

 

Me hapa të barabartë...

drejt idealeve me ëndrrën e zjarrtë

me hap të  sigurt përballë së keqes,

me hapin e një astronauti endacak

për të hapur krahët e zemrës sate. 

(IN LINGUA ALBANESE)


#ARIDATECE ER POZZONI! ANTI-RECENSIONE TERMONUCLEARE DI IVAN POZZONI AD UNA RECENSIONE DI MASSIMO RIDOLFI

L'artista tardomodernista ha il dovere estetico di emendare e cassare ogni forma di critica letteraria. 



Chi osa dire che sia esecrabile recensire una recensione? L'artista ha il diritto insindacabile di recensire il critico letterario, con la forma di una interpretazione autentica dell'artista (in grado di smentire ogni interpretazione soggettiva del critico letterario).


La recensione di Massimo Ridolfi,  stesa con massima onestà intellettuale, è uscita sul magazine Navuss:

POESIA: LA SFIDA DI IVAN POZZONI DENTRO LA MISSIONE OPERANTE DEL CRITICO MILITANTE .


Il mio obiettivo è di segnalare ai lettori inesattezze e trascuratezze culturali, scusabili, della recensione. L'interpretazione soggettiva del critico è insindacabile (fino ad una eventuale interpretazione autentica dell'artista, cioè dell'organo stesso che ha emesso il testo interpretato dal critico); il neustico della recensione, fatto di teoria e valutazione, è oggetto di dialogo etico/sociale; il frastico, fatto di credenze, è oggetto di verificazione o falsificazione, secondo le strategie cognitive della new epistemology.

Io desidero opporre all'interpretazione soggettiva di Massimo Ridolfi, l'interpretazione autentica di Ivan Pozzoni, attraverso una anti-recensione termonucleare.


L'incipit della recensione mi trova d'accordo, tanto da fare riflettere sull'urgenza di un'alleanza Ridolfi/Pozzoni prospettata da Giorgio Linguaglossa, aldilà delle differenze caratteriali e umane. Ridolfi scrive: «La forza di questi pochi versi incipitari nutre il mio lavoro e convincimento che la poesia italiana gode di ottima salute, lontana, grazie a Dio, dalla pessima editoria di Mondadori, Einaudi, Garzanti, Feltrinelli/Crocetti e compagni, che riescono, un vero e proprio talento mostruoso, a pubblicare solo la peggiore poesia italiana dell'epoca Nostra. Cari G.C.E.I. (Grandi e Cazzoni Editori Italiani), per non parlare della canea delle ridicole pagine culturali che vi accompagnano con recensioni di libri invero mai letti, i vostri redattori e curatori sono del tutto privi di onestà intellettuale – che abbiano del talento lo trovo invece impossibile». La mia rappresentazione dello Stato Pontificio, con il Papa Re Cucchi, i cardinali e i numerosissimi curialini da redazione occupa-spazio, corrisponde alla visione ridolfiana dei G.C.E.I.

Non mi trova assolutamente d'accordo la valutazione successiva: «I veri poeti li senti arrivare nel vento. Li portano un vento antico che si fa canto. Perché la buona poesia è sempre il pescato da altri poeti. Precedenti. Futuri». Perché implica l'affermazione indiretta della necessità di una Tradizione, che scaturisca in Canone: il diritto canonico dello Stato Pontificio. Il buon «esperimento» estetico praxeologico - su modello machiano (il vocabolo ποίησις è abrogato, nel tardo-moderno, dal dizionario dell'arte, derivando da una errata interpretazione della distinzione aristotelica tra ποίησις e πρᾶξις, mai colta dal recensore), non la «[...] buona poesia [...]» - termine dell'ontologia estetica moderna- si autisticizza da ogni forma di Tradizione e di Canone. Giorgio Linguaglossa asserisce, in una vecchia Prefazione: «Penso che Pozzoni non si ponga nemmeno questo problema; il problema della tradizione e dell’antitradizione? Pozzoni non se lo pone nemmeno. Vuole fare il guastatore, va con le cesoie per spezzare il filo spinato che il Novecento ha posto a difesa dei fortilizi della Tradizione e del Canone, tutte parole grosse che designano un significato preciso: i rapporti di potere che sotto stanno e sottendono i rapporti di produzione tra le istituzioni stilistiche maggioritarie. Pozzoni, a mio avviso, fa bene a buttare tutto all’aria e a carte quarantotto. Non ha nulla da perdere perché non c’è nulla da perdere [Introduzione a Il Guastatore, CLEUP, 2012]». Probabilmente al recensore, che cita continuamente il testo Il Guastatore è sfuggita questa grandissima intuizione: Pozzoni, da neoN-avanguardista (2010-2018), con le cesoie dell'estetica, si assume il compito suicida di tagliare il filo spinato messo a protezione della Tradizione e del Canone; Pozzoni, nel Kolektivne NSEAE (2024), con le cesoie della sociologia e politologia dell'arte, si assume il compito sabotante/boicottante di continuare a tagliare il filo spinato messo a protezione della Tradizione e del Canone. Quindi l'unica «[...] buona poesia [...]» è la πρᾶξις autistica, libera da ogni forma di io lirico/elegiaco.

La successiva asserzione di Ridolfi è falsa: «Il poeta autentico lo sa, ed è un manifesto della Natura, e inventa così nuove e utili forme». La distinzione tra «poeta autentico» e «poeta inautentico» non ha nessun sostegno teoretico: l'«operatore» estetico, organo dell'espressione dei suoi testi, è sempre autentico, cioè in grado di dare una interpretazione autentica, cioè definitiva e insindacabile, di essi. Il termine «Natura», scritto con la N, nel XXI, mi rende necessaria una anti-tetanica filosofica: retaggio dell'ottocento e del novecento, i termini Natura, Cultura, Struttura, Dio, Società, con le maiuscole, sono i cardini devastanti di una ontologia teoretica moderna. Come si riesce a combattere l'ontologia estetica moderna senza sconfiggere l'ontologia teoretica moderna lo sa solamente il recensore. Potremmo reintrodurre una sorta di fisiognomica poetica à la Lombroso, dominata dall'idea romantico/darwiniana di Natura! Per fortuna, nella storia della filosofia dell'ottocento c'è stato William James, con la sua energica critica alla «catena causale», recuperata dal pragmatismo analitico contemporaneissimo della scuola di Padova (Quaranta/Pozzoni). Consiglio al recensore un bonario corso gratuito di aggiornamento sulle intersezioni tra storiografia filosofica e storiografia letteraria (era sufficiente visionare il mio saggio introduttivo al volume Kolektivne NSEAE). L'«operatore» estetico, infine, non «[...] inventa forme [...]» (etim. lat. invenire) - come se si dovesse travestire da Mago Otelma e recuperare forme da una Natura orfica-: organizza materiali, rifiuti, scarti, baculinamente esistenti nella quotidianeità.

I tre commi successivi della recensione, tra alcuni moderati scivoloni teoretici come l'uso del vocabolo «Storia» (il recensore è innamorato delle maiuscole heideggeriane; io racconto «storia/storie») o l'esclusione della «rabbia», intesa come rivendicazione di una nuova identità in situazione di "insonorizzazione" (Giorgio Linguaglossa), dai miei versi, proseguono in maniera serena ed, immeritatamente, elogiativa.

Ridolfi arriva addirittura ad intuire un concetto ostico, nemmeno sfiorato dai critici letterari dell'ontologia estetica moderna: Ivan Pozzoni, sulle orme della Scapigliatura milanese e di Lucini, sostituisce ad una gabbia metrica ottocentesca ladolfiana (endecasillabi rolliani e tetrametri trocaici), un versoliberismo fondato sulla ritmicità (sound) della rima e sull'humorismo dossiano rivisitato dall'ironie di De Man.



Poi, improvvisamente, come il cambio di rotta di una nave ONG diretta a Marsiglia davanti ai cacciatorpedinieri della marina francese, arriva l'annichilimento della logica formale con le sue operazioni deduttive. Premesse ottime e conclusione disastrosa: il recensore è un fautore della fuzzy logic? Ridolfi scrive, unico in Italia e nel resto del mondo: «Il poeta, però, fallisce, via via, la domesticazione del proprio Io, fino a ritrovarsi innanzi al testo, prima del testo, oscurandolo con la sua persona, non giungendo mai alla mimetica presenza del Noi, vale a dire non riuscendo a dirsi esperienza universale, cioè interprete dell'altro da sé, pretendendo così di imprigionare il lettore nel suo isolato carcere a scontare insieme tutte le solo sue disgrazie terrene». Ridolfi non ha capito niente. Il colto Valentino Campo sostiene «[...] Ecco, direi che questa è la cifra della tua poetica: con un linguaggio scintillante, che utilizza termini provenienti da diverse discipline, crei campi semantici che di primo acchito lasciano basiti, ti inoltri in sentieri finora mai battuti in questo nuovo millennio. Entri nel postmoderno e probabilmente lo varchi e vai oltre, disegnando attraverso l'utilizzo complice di analogie e sinestesie, che altri definirebbero audaci, un sentiero non facilmente individuabile, ma che reca il fascino dell'ignoto [...]», il raffinato Giorgio Linguaglossa «[...] Il parricida, l’escreto, il ribelle assoluto, colui che rifiuta la tradizione e la contemporaneità, colui che rifiuta la forma-poesia, che si vuole porre nella terra di nessuno, nel limen, nella chora non solo per non essere riconosciuto, ma anche e soprattutto per non riconoscere ad altri la legittimazione ad occupare il campo della "poesia" ormai diventata una merce satura di "bon ton", di "morale" e di "onestà". Pozzoni fa di tutto per non essere riconosciuto; vorrebbe, ma un istinto segreto gli dice che non può, e allora carica e sovraccarica di antagonismo linguistico e di escrescenze i suoi componimenti per renderli irriconoscibili ed irricevibili alla società letteraria che vale [...]» e «[...] Mentre nella poesia elegiaca del secondo novecento, diciamo da Satura (1971) di Montale in poi il "centro" c’era, eccome, ma era in via di saturazione per eccessivo affollamento dove era l’io esperiente che coincideva sempre con l’io empirico, con la persona fisica del poeta, che narrava le sue idiosincrasie, i suoi vissuti, le sue albagie, le sue patologie della vita quotidiana, nella poesia-compostaggio-insurrezionale di Ivan Pozzoni non v’è alcun "centro" e neanche tanti "centri" [...]», il rude Adam Vaccaro «[...] Ma non è una giostrina intorno al proprio ombelico egolalico, perché l’ego cerca di farsi voce degli ultimi, dei disperati: “tra salvare 5.000.000 di italiani o incrementar lo spread/ la scelta è tanto semplice che non ci vorrebbe un Dredd” [...]», il moderato Alessandro Ramberti «[...] La poetica di Ivan Pozzoni testimonia di una visione “laterale”, non omologata, alternativa al main stream che idolatra l’ego/io profilato da algoritmi che lo blandiscono e lo condizionano. La voce del poeta brianzolo è dunque una voce spiazzante, distopica, ovvero fuori dai luoghi comuni, inquieta e inquietante. Ivan ha uno sguardo acuto, per certi versi francescanamente folle, che ci scuote dal torpore, ci cala nella realtà che viene letta da una prospettiva non di comodo, vicina alle aree marginali (anche in senso esistenziale), desiderosa di creare nuclei di umanità più consapevoli e solidali [...]» e, infine, lo stramaledetto Ivan Pozzoni scriveva, sin dal 2011, l'editoriale L’urgenza d’una a-trofizzazione della dimensione narcisistica dell’artista «[...] Radicandosi sin dalla modernità ottocentesca sull’identificazione romantica tra arte ed io artistico (lirismo artistico) e nutrita, in maniera bulimica, con l’oltre-moderno, dall’incontro con la società dei consumi, la dimensione del narcisismo è venuta ad assumere, nell’odierno momento storico, ruolo centrale nell’attività di ogni artista. La nozione stessa dell’essere auctor, autore o, similmente, artista, liberandosi da ogni senso etimologico di "accrescimento" socio-culturale, al di fuori di ogni rilettura comunitaria, con modernità e oltre-modernità si rinnova nei contenuti, venendosi a caratterizzare come réclamizzazione dell’io (modernità lirica) o "accrescimento" reclamistico dell’io ad effetto reiterato / immediato (oltre-modernità consumistica), fino ad esaurimento controllato (con correlato celere riciclaggio su nuovi orizzonti di consumazione); l’incidenza delle dinamiche del mercato e dello show-business su tale nozione è massima fonte di nutrimento del narcisismo dell’artista, incanalando ciascuna forma d’arte verso réclame (mercato) e culto dell’immagine (show-business), rafforzando deleteri meccanismi di massa idonei a riconvertire, nelle menti e nei desideri di tutti, i nostri modesti scrittoi in esclusive cattedre di baroni universitari, in amboni di vescovi, in scrivanie di amministratori aziendali, e trasformando ogni nostra iniziativa artistica in ribalta teatrale di consumati attori, consumatori di readings, happenings, sponsorizzazioni, eventi mediatici, concorsi letterari o poetry slams. Diviene urgente: a] neutralizzare ogni nefasta incidenza di réclame (mercato) e culto dell’immagine (show-business) sull’attività dell’artista e b] riattivare automatismi di a-trofizzazione della dimensione narcisistica dell’artista sia discutendo, insieme, nuovi modi di organizzazione dell’identità artistica, contro il dominio del mercato, sia incoraggiando l’avviamento di forme innovative di esaltazione dell’a-nonimato artistico, contro il dilagare dello show-business. Per introdurre nuove modalità di organizzazione dell’identità artistica, come reazione al dominio del mercato, occorre coltivare una visione non-liberista dell’iniziativa artistica, rifugiandosi, ad esempio, nel rifiuto dell’ideologia antagonistica dei concorsi letterari ("concorrenza" senza collaborazione), nella ricusazione della valenza agonistica dell’arte (slams), nell’astensione mirata da ogni sponsorizzazione auto-referenziale; ai fini di diffondere forme di esaltazione dell’a-nonimato artistico, in veste di ribellione nei confronti della c.d. "spettacolarizzazione" dell’arte, serve iniziare a sostenere, ad esempio, una realizzazione sistematica di antologie a-nonime, intese come graffiti sui muri dei bordelli di Pompei, una decisa rinunzia all’egosurfing artistico (culto mediatico dell’ego), e un netto rifiuto dell’etica consumistica dell’evento / happening. La strada dell’a-trofizzazione della dimensione narcisistica dell’artista inizia dallo snodo del riconoscimento dell’urgenza di coordinare iniziative artistiche collettive, solidali, ed a-nonime, connesse al correttivo dell’epigraficità propria dell’arte aedica, o trobadorica, slegata a qualsiasi riferimento al nome dell’autore, ai fini della realizzazione di una concreta ed innovativa comunità d’arte [...]». Ivan Pozzoni, nel suo spostamento dal neo-avanguardismo millennial al collettivismo militante del Kolektivne NSEAE, dopo sei anni di riflessione teoretica serrata e di ritiro da ogni forma di scrittura, metabolizzato il cambio di «paradigma» da una ontologia estetica moderna a una non-ontologia estetica tardomoderna (Nuova socio/etno/antropologia estetica), mantiene centrale il fondamento della critica all'ipertofizzazione dell'io lirico/elegiaco. Ridolfi riesce a smentire l'intera critica italiana, farneticando di «esperienza universale» (il discorso sull'«universale» fu chiuso brillantemente dal francescano Ockham e, riaperto, da filosofi di terza mano nel XX), di assenza di un'«opera aperta» (reperto archeologico della semantica echiana: segnalo al recensore che la semiotica contemporaneissima è dominata dalle pragmatics e che la mia definizione di riot come «interazione sociale» con dimensione multitasking e multilevel deriva da uno studio significativo del concetto post-malinowskiano di «osservazione partecipante») e di «[...] comizi [...]» (senza avere la minima conoscenza della classificazione di Giorgio Linguaglossa del mio interventismo anarco-sindacalista fondato sulla volgarizzazione di ogni linguaggio tecnico come superamento dell'iper-moderno).

E riesce a descrivere, con le solite farneticazioni sulla nozione indimostrabile di «[...] eterno [...]», in tono negativo ciò che io vedo come il fondamento della mia vera arte: «L'Arte (maiuscola, come: Duce, Patria e Famiglia) allora invece di liberarlo nello spazio eterno (???), nella sua finita interpretazione (???), lo lega al qui e ora, vale a dire al legato finire terreno». Giuro che è l'assoluta verità: Ivan Pozzoni è il vero artista dell'hic et nunc (un Bukowski, meno ignorante, come sostiene con acume Faraòn Meteosès), lasciando a Ridolfi, Arminio e Piersanti i concetti, epistemologicamente insostenibili e infondati, di «universo», «eterno», «Natura», ecologia, ecolalia, ecografia, TAC, RMN e «introspezione».


Rileggete, a contrario, la recensione di Ridolfi: troverete Ivan Pozzoni, un anti-«poeta» tardomodernista, che come scrive Giorgio Linguaglossa, critico letterario di razza: «[...] Quelli di Pozzoni sono dei veri e propri "versacci", delle frastagliature vocabologiche che vengono intinte nel linguaggio plebeo e rivoltoso anarcosindacalista. Le parole "bianche" della poesia un tempo elegiaca, oggi compromesse politicamente ed esteticamente, vengono così bannate, sbarrate, una forza trascinatrice le ha cancellate e rimosse nel sottosuolo del linguaggio poetico pozzoniano; ed è proprio lì che si nascondono le parole di un tempo della poesia lirica che Pozzoni si rifiuta di intercettare e che ribalta attraverso il dédoublement, lo straniamento e l’antifrasi. Pozzoni non scende mai a compromessi, il suo è un rigetto, se si vuole una scelta anarchica ed estrema, un moto di disgusto verso la poesia post-elegiaca e neoverista. [...]» e «[...] Così, tutte le "composizioni al neon" di Pozzoni tendono ad evanescere, si precipitano volontariamente nel buco nero della vaporizzazione e nella ipersignificazione, nell’atto di accusa, nelle iperboli, nel grido di guerra. Le parole pronunciate sono dei verdetti, e quelle non pronunciate lo sono in quanto bannate e bandite dal registro linguistico plebeo insurrezionale pozzoniano, perché, nel suo registro linguistico non si danno che parole ipersignificazioniste, ultronee, parole diseducate, dell’opposizione permanente anarcosindacalista che si esprime attraverso un mistilinguismo che adotta la citazione e la carnevalizzazione quali proprietà costitutive del suo nuovo linguaggio anti-poetico [...]».


Sostituite «comiziale» con «insurrezionale», «chiuso» con «mistilinguistico» o «ipersignificazionista», «terreno» con «carnevalizzazione»: Ridolfi, senza avere capito niente, in una disamina superficiale del mio cammino artistico (su un tapis roulant che brucia 800 kcal in 1/2 ora), riesce, a contrario, a spiegare tutto. Leggetelo al contrario! Cioè da otirips id orevop a ETNATILIM OCITIRC LED ENTAREPO ENOISSIM AL ORTNED INOZZOP NAVI ID ADIFS AL: AISEOP. Si capisce meglio.

L'onestà intellettuale è un grandissimo merito, accompagnata da un livello culturale adeguato all'interlocutore.


Tanta gioia!


Ivan Pozzoni, the man of steel, the white tiger of Himalaya, il fratello maggiore di un filosofo aramaico minore dei tempi di Tiberio.




  

martedì 1 aprile 2025

Fianco a fianco per scoprirsi

recensione di Giancarlo Baroni 


In cerca


«Scrivere è un atto etico

implica verità

(narrare storie è aprire

nuovi mondi tracciare

nelle anime speranza).»


Da questi pregnanti e illuminanti versi partirei per discutere della recente raccolta di Alessandro Ramberti intitolata Ci sono momenti (Fara Editore, 2025, p.127), composta da oltre 100 poesie.  Il compito che affida alla letteratura e alla poesia è alto e nobile ma privo di ogni enfasi ed eccesso. Le pagine del libro non vengono gravate da un fardello retorico e granitico di certezze, i versi amalgamano in dosi appropriate conoscenza e bellezza, fede e dubbi, affermazioni e allusioni. 

La prima sezione si intitola In cerca e questa condizione esistenziale di perenne viandante, che  riguarda sia la dimensione razionale che sentimentale, viene ribadita frequentemente nelle pagine del libro. A pagina 10 per esempio si dice: «C’è un improbabile / di cui si è sempre in cerca»; a p. 60 viene ribadito: «Continuerò a cercarti / proprio perché mi tenti»; a p.62 lo sguardo anche introspettivo sembra temporaneamente appannarsi: «Hai cercato molte cose per trovarti / fino al punto da sfocare l’obiettivo». 

Ogni ricerca presume un movimento sia fisico che mentale («accompagnando per chilometri le gambe / in cerca di percorsi alternativi»), ha bisogno di solitudine e silenzio ma anche di condivisioni e scambi, di reciproco solidale aiuto: «È forse eccessiva la bellezza / del cammino? Siamo distratti / da inciampi e fragilità / lascia che mi appoggi al tuo braccio», e ancora «cammina un po’ con lui e i vostri passi / affiancati diventeranno un senso».  Il testo seguente, particolarmente significativo, si intitola Relazioni:


«Riconoscersi significa scoprirsi

comporre i passi in un cammino

che lascerà magari tracce

segnali per viandanti 

sconosciuti».


Interrogarsi sul significato della cose non deve bloccare e ostacolare  il cammino, non può indurci alla immobilità e all’inerzia, il momento riflessivo va considerato propedeutico all’azione, al moto: «anch’io mi chiedo il senso delle cose / ne valuto l’influsso, /  comparo effetti e cause… / ma poi ti trovi in stallo e lasci fare». 

Tempo e spazio, istanti e paesaggi, costituiscono le coordinate principali della vita e di ogni lavoro artistico e letterario. Anzi formano un agglomerato inestricabile per cui esistono certi momenti in certi luoghi dove per esempio avviene un incontro «insperato che ti sorprende e cambia». Sì, per fortuna «Ci sono momenti / che spostano date». Per coglierli, sembra dire Ramberti, bisogna disporsi verso la vita «a braccia aperte», con una miscela di coraggio e di mitezza, con slancio («È intenso quindi l’attimo / totale lo slancio»), calore («rivestimi di forza / riscaldami i pensieri»), con emozioni capaci di irrorare la memoria, sentimenti, sorrisi, energia, vitalità, entusiasmo («le scorie / ci hanno ormai indurito anche il respiro»; «Non mi soddisfa un ordine caotico /né una fede che plachi l’entusiasmo»). 

«La certezza che il nostro / DNA ha in sé la sua scadenza» non deve provocare sgomento, angoscia e una paura che «è acconto di dolore». La parola divina, che è parola d’amore, illumina e «si annullano le ombre».   

lunedì 31 marzo 2025

“Ciò che tu taci / il tuo passo dice”

Daniele Giustolisi, La condizione dell’orma, peQUod 2025, Collana Portosepolto, volume a cura di Luca Pizzolitto 

recensione di AR


“Orma” è parola a me cara, ricorre in vari miei scritti assieme a “tracce” che le è affine. Alla stessa area semantica appartiene la parola “impronta”, che mi rimanda allo splendido prologo della Lettera agli Ebrei; così ne parla il domenicano Padre Angelo: “… impronta in greco si dice karactér e significa immagine scolpita o espressa. Ora come l’impronta lasciata da un sigillo rappresenta in tutti i particolari l’immagine che è scolpita nel sigillo, così il Figlio di Dio, essendo impronta sostanziale del Padre, ha in sé la natura e le stesse perfezioni del Padre, è l’immagine perfetta e consostanziale del Padre.”
Ora, questa raccolta di Daniele Giustolisi già dal titolo mi ha catturato e poi si è insinuata in me con provocante dolcezza. Si parla di amicizia, di luoghi, di incontri, di amore sponsale e paterno, di passi (“ricercavo nell’aria una sola parola che fosse in fondo al tuo silenzio, guardare la forma dei tuoi passi, la loro risposta al mondo”, Taccuino XI a p. 140) di panorami… e forse tutto questo è espressione/traccia/segnale di Altro.
Nella Nota finale (p. 143) trovo scritto: “La condizione dell’orma (…) include il passaggio irripetibile di ogni uomo sulla terra, di cui l’orma è breve traccia (…)”.
Il distico che ho scelto come titolo di questa recensione apre la poesia a p. 139 e fa riecheggiare in me un mare di cose, avendo io praticato per decenni lo scautismo. E pure la “freccia” (altra parola che amo) che trovo a p. 133: “la freccia ancora in volo / non batterà il tuono del tempo, / ma la visione non muore.”
Risalendo a p. 130 trovo questi icastici versi in corsivo a fondo pagina: “Non perché, / ma per chi. / Tutto il resto precipita, / coro inudibile di nuvole.
Immagine che trovo vertiginosamente bella, sintesi di un modus vivendi sapiente.
Del resto concordo assolutamente con Daniele quando dice: “Bellezza del volto / che porti tutti i nostri anni.” (p. 99); o “Come è stato breve sostare / impreparati nel taglio dell’onda, / l’imprecisa orma che cede, / l’ora che non difende né più trasforma.” (p. 91).
La sua è una poetica della nostalgia attiva: i ricordi non generano malinconie stagnanti, ma immagini che sottolineano il nostro divenire e quindi conservano un dinamismo propositivo. Nel Taccuino VI (p. 89) Daniele ci dona un trailer fantastico, un microfilm che ci traporta: “… ti ho baciata sulla guancia e custodita con lo sguardo fino a dove potevo, fino a dove all’improvviso non sei più stata, chiusa tra la folla e il mare che in lontananza spingeva altrove le sue isole.”
Oltre alle nuvole e al mare sono in effetti onnipresenti correlativi oggettivi mobili, fluenti, in cammino. Vivere, lo sappiamo, è continuare ad essere, che non vuol dire continuare a stare, immobili, come statue (ovvero essere dei viventi già morti e sepolti). Nella sezione eponima trovo, a p. 78, questi versi: “Piano scomparirà / nella luce bassa di Ponente, / nell’onda che passa / come una mano / che mentre ama cancella.”  
Dalla sezione «Garza tra le case»: “Tutta la storia della casa / è questa pietra che della luce / salva il calore. / Movimento della lontananza / che ritorna, leggero, / senza più rumore.” (p. 42); “E noi giù, nel gioco tentato. / L’essere stati nel vento / una corsa sola.” (p. 42). 
Per concludere questa veloce e un po’ ventosa rapsodia, estraggo dalla prima sezione – «Dove esiste già la tua rosa» dedicata A Diana che arriva – questa emozionante, paterna confessione: “Non le parole, non l’inganno / di una lingua tentata // ma questi mei pochi passi per te / sfiancati, bucati di terra, / fiato che nella nebbia si dilata.” (p. 10).
Le orme sono tracce di un movimento che ha impresso il suo passaggio con un peso “variabile” in una materia più o meno solida e per un tempo più o meno labile. Le parole sono orme sonore che il canto di Daniele imprime nei nostri cuori in nicchie capaci di conservarle, come quelle in cui si raccolgono le nostre più intense emozioni.

giovedì 27 marzo 2025

IRMA KURTI pubblica il quarto libro in  lingua Albanese del poeta di fama mondiale GERMAIN DROOGENBROODT



L’opera si intitola “Dëshmitarë të një kohe” (Testimoni di un tempo) ed è stata pubblicata con il logo di Youcanprint Edizioni. Questo è il quarto libro in lingua albanese dell’autore, dopo “Imazh qielli” (Immagine del cielo) pubblicato a Pristina, Kosovo nel 2022, “Lulja jetëshkurtër e kohës” (L’effimero fiore del tempo), pubblicato nel 2023 e “Pika vese” (Gocce di rugiada) pubblicato nel  2024.

Nella prefazione scritta da Rafael Carcelén leggiamo: “Questo libro di poesie più recente di Germain Droogenbroodt, rappresenta una nuova svolta nella sua già lunga carriera, che conta più di una dozzina di opere poetiche, diverse antologie e pubblicazioni in trenta paesi. Sebbene nelle tre parti che compongono la raccolta troveremo approcci tematici e interessi diversi, tutti convergono in quella spina dorsale che costituisce uno stile conciso e suggestivo che lo rende inconfondibile. Dopo la lettura, appare chiaro che il poeta ci mostra per contrasto com’è la realtà in cui viviamo oggi e come dovrebbe essere perché ci sia una vita davvero dignitosa. Così, mentre la ricerca dell’uomo dovrebbe condurlo verso la luce (come esprime una delle poesie di apertura del libro), la realtà a cui assistiamo ci porta, attraverso i tunnel sotterranei della talpa tecnocratica, verso le tenebre più temibili. Ma se c’è una cosa che Germain Droogenbroodt non perde, e che i poeti non hanno mai perso, è la speranza.”

GERMAIN DROOGENBROODT è nato a Rollegem, in Belgio, nel 1944, ma dal 1987 vive in Spagna. È poeta, traduttore ed editore. Ha tradotto una trentina di libri di poesia tedesca, inglese, francese, italiane e castigliana. La casa editrice POINT (POesia INTernational), da lui fondata, ha pubblicato più di ottanta libri di poesia internazionale. Insieme ai poeti cinesi Bei Dao e Duo Duo ha fondato un nuovo movimento di poesia, il neosensazionismo. Ha organizzato in Altea, Spagna il festival internazionale di poesia La Costa Poética e organizza Las Noches Poético-Musicales de Ithaca.

Come poeta, dopo il debutto con Quaranta nella parete (1984), ha pubblicato oltre 12 libri di poesia. I suoi libri sono stati tradotti in 23 lingue. In Italia ha pubblicato Conosci il tuo Paese? Meditazioni sul lago di Como (Archivi del ‘900, 2001, tradotto da Donatella Bisutti e recentemente ripubblicato da POINT nel 2014) e Sorge il Cantore (i quaderni della valle, traduzione di Emilio Coco); Il Cammino (i quaderni della valle, 2002, traduzione di Luca Benassi); Controluce (puntoacapo, 2004, traduzione di Tiziana Orrù) e insieme in un’unica edizione Nella corrente del tempo e L’effimero fiore del tempo (Raffaelli 2017, traduzione di Emilio Coco).

In Egitto gli è stato conferito il Dottorato honoris causa in letteratura, per i suoi meriti come poeta, traduttore, ed editore di poesia internazionale. Ha ricevuto numerosi premi internazionali tra cui il Premio della Poesia Juan Alcaide, Spagna, 2008; il Mihai Eminescu Prize, Craiova, Romania, 2014; il Premio Migliore Poesia, del Festival internazionale di Poesia di Tetovo, Macedonia, 2014; il Kathak Literature Award, Bangladesh 2015; il Grand Prix Mihai Eminescu come poeta, la Medaglia Mihai Eminescu come promotore della poesia internazionale, Craiova, Romania 2015 e 2016; Il premio Junpa Legend Award, Kioto, 2017; il Premio Internazionale di Poesia Don Luigi Di Liegro – IX Edizione Fondazione Di Liegro – La Bella Poesia; Premio di poesia I colori dell’anima, San Remo 2020, il Premio di poesía Fuente Vaqueros, Espagna 2023. È stato raccomandato Premio Nobel Letteratura nel 2017.

IRMA KURTI è una poetessa, scrittrice, paroliera, giornalista e traduttrice albanese naturalizzata italiana. Scrive da quando era bambina. Ha vinto numerosi premi e riconoscimenti in Albania, Italia, Svizzera, USA, Filippine, Libano e Cina. Nel 2020 ha ricevuto il titolo di Accademico e Presidente Onorario di WikiPoesia, l’Enciclopedia poetica. Nel 2022 viene insignita del titolo di Madre Fondatrice e Dama dell’Ordine di Dante Alighieri della Repubblica dei Poeti.  Nel 2023 le è stato conferito il “Premio alla Carriera” dall’Universum Academy Switzerland in Svizzera. Inoltre, ha vinto il prestigioso Naji Naaman’s literary prize in Libano.È traduttrice presso la Fondazione Itaca in Spagna. 

Irma Kurti vanta la pubblicazione di oltre 100 opere, tra libri di poesia, narrativa e traduzioni. I suoi libri sono stati pubblicati in 19 paesi del mondo.


Pubblicato su “ALESSANDRIA TODAY MAGAZINE” dell'editore Pier Carlo Lava

giovedì 20 marzo 2025

"Strade" - "Poi, scrissi un lungo poema..."

 Poesia in prosa dal cassetto di Andrea Corsi






STRADE

“la riga solitaria è sulla carta” - “spasimo godo di stelle”

poesie dal cassetto di Flavio Vacchetta





POETICA DELL’ASTRONOMO


il tempo mio, a caccia di stelle

pare rasato

come le treccine di mia figlia


il bestiame, in campagna

voglio dire a casa mia

ama abbeverarsi a turno


la malinconia che fu di un tempo

ora è scomparsa

direi per sempre


la malinconia del bestiame

mio adorato

ora è gioia e noia


l’astronomo

percorre

stradine a ruote nude

con polsi screpolati

dal managgiamento del telescopio


è così e non ci

sono continuazioni

la linea è sempre quella

o zenit o nadir

quell’ometto di Galileo

s’è dimostrato imperituro

e sapeva ciò che sapeva


io credo che giunga il momento

per tutti, chi prima chi dopo, chi mai,

di aver rimpianto di non aver detto cose

che al tempo opportuno andavano dette

sotto la propria personale responsabilità

o di non avere fatto cose che avrebbero dovute

essere eseguite con priorità

sempre in perfetta responsabilità



IL MIO CANE CARLO


cane tranquillo

il mio carlo

questo carlo


va su ghiacci

spazza il vento


strano è

ma mai solo


sua madre Margot

è molto aperta


carlo fugge all’orizzonte

per corrermi incontro


lucido intelligente

lo volevano al canile municipale


ho eseguito due spari

tutto a posto…




VISITA DENTISTA


non ho abbastanza osso, dottore

e la mia protesi dentaria

è dipendente dal kukident


riferisco ciò al mio dentista

che mi minaccia scuro in faccia


mi fa appoggiare vicino ad uno scaffale

per vedere meglio alla luce

ormai non ho scampo


ora sotto iniezione

vedo persone come ombre

senza denti, tutti quanti

ohh che ridere

ma loro

tutte piangevano


la prox volta che mi reco

dal dentista

devo studiare qualche altro stratagemma

che non lo convinca affatto



LETTERA AL MIO AMICO POETA GIDIO


la riga solitaria è sulla carta

è più grande di un’altra

però il dubbio è abile

come i colori della notte


per me di notte tutto è magico

tutto è maggiore

anche le cicogne che galleggiano

col fagottino in spalla


le conferenze poetiche

che abbiamo condotto insieme

caro amico

confermano l’unicità

delle nostre anomale idee


e se nella prox curva

troveremo una cascata

troveremo la prima penna

che sciaborda sull’acqua

in bocca alla lupa…



SE DEVO ANDARE


se varco

scavalcando

rimango fisso


in silenzio baderò

ad essere più cosciente



DOPO LE 2 DEL MATTINO


sono sempre sveglio

per la vita

solo ambita

un paio d’ore

la mia dormita

col cuore che è niente

e l’amore invadente



LA DONNA CHE POTREBBE LEGARTI


potrebbe farlo ad una cascata

o ad una croce

se tenta ad una cascata

potrebbe correre il rischio di annegare

se tenta la carta della croce

corre il rischio tremendo della

resurrezione 

a questo punto, la poveretta

avrebbe una vita intera per soffiare con calma



magnifico vivere con una casa tua

una bottiglia di arneis 

una chiesa di poesia



sono tornato là

alla villa colombaro

tutto mutato e dimezzato

il bicchiere mio, sempre pieno

ora è desolatamente vuoto




ALLA MADRE


fra noi

dai capelli bianchi

è giunto il riposo

in pace


era lungo il silenzio

quando eravamo bimbi

ed andavamo per nocciole

oh non poter cogliere le nocciole

al sole con te

mamma cara e santa –



ho una nostalgia tale

da dar fuoco ad una lampada

l’amore è reazione chimica

che ci rasserena alla morte




AI MIEI DEFUNTI CARI


quasi giornalmente

ripercorro la distanza

che mi conduce ai miei defunti

trovo il paesaggio sempre infinito

come infinito è il chilometraggio

sull’asfalto caldo e duro

siccome la distanza è breve

quando arrivo al cimitero

prima di entrare nella città,

mi siedo sulla panchina e leggo un libro


poi quando s’avvicina la commozione

e di conseguenza il pianto

entro dentro

l’esistenza mi pare immatura

ma non le parole che recano i loculi



è pure vero che la morte ci sottrae

il defunto a noi caro

ma è pure vero che non ci  priva

delle parole che ci ha lasciato


ti avvicini per baciarmi

o farmi fuori?


non riesco a capire

se quei quattro denti

che ho in bocca

servono per masticare

o solo per leccare…

busso alla porta

la maniglia mi rimane in mano

nessuno, nonostante migliaia di chiamate

mi apre

con sorriso rapido e fraterno

cerco risolvere il problema altrove

fuggo velocemente di casa

mi pitturo le unghie

mi riempio di vergogna


come spiegare ai ns figli

che il disagio che loro provano

sia a scuola che in società

è dovuto in parte anche alla nostra disattenzione

ai nostri errori ed egoismi?

Come spiegarlo?



A(E)STROVERSI

I- la terra dal cosmo silenziosa

a capo chino improbabile

mistero ci sguazza dentro

moribonda visione di colori

ammettere uso della bussola

conferma di giusta direzione

un astro subentra alla parola che affoga


II- terra umana e meraviglia

invisibile preistoria

leggi, tu leggi

leggila la storia umana

mondi che vibrano

mosaici tolemaici

tecnologico tolomeo

galileiane verità

tu, tu scuotici percuotici

promettiamo stare al gioco


III- silenzio eterno

spazi infiniti

sgomenta crocifigge


IV- nel mio mondo

piazze brumose immense

antichi arazzi incorniciati

tra ardenti crepuscoli estivi

brumose serate invernali


V- l’obliquo tempo concede

pause silenziose

alba di una minuta foglia


VI- dal giorno che nasci

incominci a morire

universo ti appartiene

come collana al collo

meridiana calcola i tuoi giorni


VII- lunga notte di cielo bello

adagio d’organo il giorno

tepore in viso

affetti invitanti

è silenzio tutt’intorno

di terra mia e al suo templare

abbraccio universale


VIII- dimostrami saturno privo di anelli

io ti dimostro come la poesia

è segnale e follia


IX- se l’universo alzasse il tiro mancino

s’estenderebbe al piano superiore

nelle braccia di Dio


X- galassie in grembo

e a braccetto

si balla con orione

e sirio, esagerando


XI- abbraccio poetico funge tra

io-uomo e cosmo-divino

riscoprire l’io-cosmico è arte

alla velocità della luce


XII- spasimo godo di stelle

sino a provocare lividi

mi trovo in gabbia planetaria

bene come risorto


XIII- azzurro eterno in trionfo

cielo sta morendo

brandelli in nebbia

la solita falce

sempre quella


XIV- rotazione funerea

nella fessura da un esile

tipo di gancio


XV- pallidi d'aria pura a brandelli

XVI- buon universo

cielo bello

stelle di stelle



Oblio in un bicchiere 

Caos di nuvole
Dubbi tra città 
In fratricida guerra 
Eppure per nulla
Si cantava…