Daniele Giustolisi, La condizione dell’orma, peQUod 2025, Collana Portosepolto, volume a cura di Luca Pizzolitto
recensione di AR
“Orma” è parola a me cara, ricorre in vari miei scritti assieme a “tracce” che le è affine. Alla stessa area semantica appartiene la parola “impronta”, che mi rimanda allo splendido prologo della Lettera agli Ebrei; così ne parla il domenicano Padre Angelo: “… impronta in greco si dice karactér e significa immagine scolpita o espressa. Ora come l’impronta lasciata da un sigillo rappresenta in tutti i particolari l’immagine che è scolpita nel sigillo, così il Figlio di Dio, essendo impronta sostanziale del Padre, ha in sé la natura e le stesse perfezioni del Padre, è l’immagine perfetta e consostanziale del Padre.”
Ora, questa raccolta di Daniele Giustolisi già dal titolo mi ha catturato e poi si è insinuata in me con provocante dolcezza. Si parla di amicizia, di luoghi, di incontri, di amore sponsale e paterno, di passi (“ricercavo nell’aria una sola parola che fosse in fondo al tuo silenzio, guardare la forma dei tuoi passi, la loro risposta al mondo”, Taccuino XI a p. 140) di panorami… e forse tutto questo è espressione/traccia/segnale di Altro.
Nella Nota finale (p. 143) trovo scritto: “La condizione dell’orma (…) include il passaggio irripetibile di ogni uomo sulla terra, di cui l’orma è breve traccia (…)”.
Il distico che ho scelto come titolo di questa recensione apre la poesia a p. 139 e fa riecheggiare in me un mare di cose, avendo io praticato per decenni lo scautismo. E pure la “freccia” (altra parola che amo) che trovo a p. 133: “la freccia ancora in volo / non batterà il tuono del tempo, / ma la visione non muore.”
Risalendo a p. 130 trovo questi icastici versi in corsivo a fondo pagina: “Non perché, / ma per chi. / Tutto il resto precipita, / coro inudibile di nuvole.”
Immagine che trovo vertiginosamente bella, sintesi di un modus vivendi sapiente.
Del resto concordo assolutamente con Daniele quando dice: “Bellezza del volto / che porti tutti i nostri anni.” (p. 99); o “Come è stato breve sostare / impreparati nel taglio dell’onda, / l’imprecisa orma che cede, / l’ora che non difende né più trasforma.” (p. 91).
La sua è una poetica della nostalgia attiva: i ricordi non generano malinconie stagnanti, ma immagini che sottolineano il nostro divenire e quindi conservano un dinamismo propositivo. Nel Taccuino VI (p. 89) Daniele ci dona un trailer fantastico, un microfilm che ci traporta: “… ti ho baciata sulla guancia e custodita con lo sguardo fino a dove potevo, fino a dove all’improvviso non sei più stata, chiusa tra la folla e il mare che in lontananza spingeva altrove le sue isole.”
Oltre alle nuvole e al mare sono in effetti onnipresenti correlativi oggettivi mobili, fluenti, in cammino. Vivere, lo sappiamo, è continuare ad essere, che non vuol dire continuare a stare, immobili, come statue (ovvero essere dei viventi già morti e sepolti). Nella sezione eponima trovo, a p. 78, questi versi: “Piano scomparirà / nella luce bassa di Ponente, / nell’onda che passa / come una mano / che mentre ama cancella.”
Dalla sezione «Garza tra le case»: “Tutta la storia della casa / è questa pietra che della luce / salva il calore. / Movimento della lontananza / che ritorna, leggero, / senza più rumore.” (p. 42); “E noi giù, nel gioco tentato. / L’essere stati nel vento / una corsa sola.” (p. 42).
Per concludere questa veloce e un po’ ventosa rapsodia, estraggo dalla prima sezione – «Dove esiste già la tua rosa» dedicata A Diana che arriva – questa emozionante, paterna confessione: “Non le parole, non l’inganno / di una lingua tentata // ma questi mei pochi passi per te / sfiancati, bucati di terra, / fiato che nella nebbia si dilata.” (p. 10).
Le orme sono tracce di un movimento che ha impresso il suo passaggio con un peso “variabile” in una materia più o meno solida e per un tempo più o meno labile. Le parole sono orme sonore che il canto di Daniele imprime nei nostri cuori in nicchie capaci di conservarle, come quelle in cui si raccolgono le nostre più intense emozioni.
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