Visualizzazione dei post in ordine di pertinenza per la query saffo. Ordina per data Mostra tutti i post
Visualizzazione dei post in ordine di pertinenza per la query saffo. Ordina per data Mostra tutti i post

mercoledì 29 giugno 2011

È uscito Rural Indie Festival con le foto di "Saffo (blesa)"

È disponibile il libretto del Rural Indie Festival 2010, con foto e
interviste degli spettacoli :

http://www.disorderdrama.pdf

Contiene le foto di Anna Positano alla messa in scena di Saffo (blesa) di Sannelli (protagonista Elisa Calvi) e un'intervista a due voci.

"Non siamo una compagnia. Ci facciamo
compagnia. Il percorso che si immagina non
è mai quello che si fa veramente. Qualcosa di
bello c’è, e se non ci sarà si immaginerà.

Non era uno spettacolo, all’inizio: era solo un
montaggio dei frammenti di Saffo. Poi si sono
aggiunti altri frammenti, ma non classici, e a
quel punto è nata l’idea di una resa teatrale.
Nello spettacolo Saffo è blesa, come se la
sua stessa voce dovesse frammentarsi fin
dall’inizio.

martedì 1 agosto 2023

Quando la Poesia ti aiuta a vivere

Recensione di Titti Preta scrittrice e blogger
a Implicita missione di Claudia Piccinno
pubblicata il LUGLIO 23, 2023



Quando la Poesia ti aiuta a vivere

Fortunatamente la Poesia continua a sussistere nella società finta e liquida in cui annaspiamo, schiavi di una civiltà dell’usa e getta. Un mondo fluido che lascia dietro sé residui di bellezza, frantumi di speranza, e insegue solo l’effimero piacere. Ma, improvvisa, arriva la Poesia di una donna, a sfidarci così: arruolati nell’e-commerce, non distinguiamo l’utile dal dilettevole. Medusa è lo schermo che pietrifica il sorriso veicolando incerte verità. E allora si impone a noi una riflessione audace, come lo sono le uniche vere riflessioni. Dirette e temerarie. Perché il poeta è uno che osa. E, se è una donna, ancora di più.
Per secoli a noi donne fu precluso di scrivere e di esprimerci e, ancora, ci sentiamo un po’ tutte figlie di Saffo. Ma, come lei, osiamo. Perché, soprattutto in tempi di crisi e di carestia del pensiero, urge la fame di versi, l’esigenza di poesia (come dice Maria Luisa Spaziani) e ci si chiede, alla maniera del Luzi: Come avrebbe fatto – e farebbe – il mondo senza poeti?
C’è una chiamata superiore per il poeta, appunto la missione implicita di “colui che sa”.
Poeta è colui che non rinuncia a esporsi, che presagisce, intuisce e fabbrica sempre, perché poesia deriva da poesis, ovvero creazione. Poeta come homo faber.
Una donna del fare, la nostra poetessa. Nella sua fucina, come Penelope nella stanza tutta per sé, Claudia tesse una tela di versi, un gomitolo intricato, che però non disfa.
E diventa l’artigiana della propria fenomenologia in versi, perché nella silloge c’è trasfigurata la sua vita. O meglio, la vita.
Novella Orfea, Claudia ci smuove con la sua voce, ci obbliga a riflettere, a ri-trovarci, a ri-sentirci. Almeno questo è ciò che mi arrivato, leggendo con il cuore “Implicita missione”.
È la συμπάθεια (sympatheia) la sua virtù, la vicinanza agli altri: È miele puro la parola amico. Un sentire emozionale comune, che i Latini chiamarono humanitas.
Cos’è la parola poetica di Claudia, se non una medicina doloris senecana? Fiducia nella medicina nel prevenire: Libera mens in corpore sano. S’accorcia l’ombra del dolore. S’allunga la vita se ti vuoi bene.
Dunque una Poesia fautrice di Bene, che ci fa capire la formula della vita, una filosofia spicciola in versi, o vademecum, di cui chiosiamo in breve solo qualche passaggio, lasciando ai futuri lettori il gusto della scoperta, muovendosi tra liriche, haiku, tautogrammi e dediche, tutti prodotti di perfetta maestria.
Esserci senza pretese. Ecco il mantra da cui ripartire senza altruismo gratuito senza vanità disattesa. L’esserci della Piccinno è un “essere-con”, che dischiude il tema della ‘cura’ di Martin Heidegger, struttura ontologica fondamentale del suo pensiero. Essere, non solo esistere. Con la presenza della particella pronominale -ci, che indica una presenza a attiva e benefica, quasi prometeica. Perché, anche se destinati a perdere, occorre fare il Bene.
Questa è la missione: usare la parola, sillaba storta e secca, per aiutare gli altri.
E non a caso la Piccinno si reincarna in figure femminili del mito e della storia greca antica, dotate di proprie virtù, vòlte al Bene: la visione illimitata di Cassandra, la perspicacia di Aspasia, il sapere di Ipazia.
Donne eccezionali, come la suddetta Saffo, che hanno osato in un mondo di uomini, anche se destinate al momento ad esserne sconfitte. Ma “donna è il nome del futuro … Bellezza sarà la sua vittoria, pace l’implicita missione”.
Poetessa benefica, che fabbrica il Bello e, di conseguenza, il Bene, la nostra Piccinno, dantesca Beatrice, da lei citata come metafora della bellezza eterea, emblema distintivo di un amore, stella polare nella notte attuale.
Donna-Poetessa che vuole imparare l’arte dello scivolo per fare lo slalom dell’ipocrisia per sopravvivere: ecco le regole di vita, ecco la missione, in cui conta il sottrarre, non l’accumulare.
La sospensione d’essere è oggi la sola certezza: come Montale, il “ciò che non siamo ciò che non vogliamo” è la sola verità che il poeta può dirci. Perché vale la pena usare questa parola salvifica, che aiuta gli altri col suo esser-ci.
Inoltre nella silloge di Claudia ho ravvisato uno sprazzo di nostalgia per un Sud teocriteo, solare nell’abbacinante bellezza, non verghianamente vinto dalla fiumana della storia. Un Sud vivo e palpitante, seppur talora avvolto da nostalgia omerica.
Con l’uso del realismo, ogni lirica in cui si descrive il Sud ci appare un bozzetto d’amore ritrovato. In quest’idillio talora affiora una linea di malinconia (mai dolore), perché il poeta deve essere un malinconico (Aldo Palazzeschi). E chi è più malinconico di noi Meridionali, sospesi in un viaggio senza tempo e spazio?
La solarità meridionale è l’elioterapia del ritorno, proclamata nell’incipit: una ninfa Clizia è Claudia, che si rivolge al sole magnogreco perché la illumini come se fosse Apollo. E come per il dio del Sole è l’isola di Delo, per lei il ritiro è il Salento, dove vive la sua nostalgia di spensierate ipotesi senza futuro.
Il loco natio come un ‘silente eldorado’, in cui la mente cerca la frescura di una notte agostana e sa che tutto il resto è rumore.
Per vivere, occorre però custodire le memorie: amuleti di un futuro in divenire, feticci di una gioia imbalsamata, compagni di un presente appeso al filo.
Il recupero memoriale dei ricordi salentini (La mia Lecce Bianca la luce bianca la pietra bianche le piazze, incantesimo dello scalpello la mia Lecce), degli affetti: il padre (i cui SMS sono le premure di un uomo, la disperata ricerca di senso una microstoria di ordinario dolore), la madre (i cui capelli sono ragnatele fuori tempo sulla sua spazzola), ma anche l’immancabile tavola delle feste, le friselle, gli aranci, gli ulivi, i fichi…
E, carismatico, ecco affiorare il motto che consideriamo il “sugo della storia” della silloge: Sia benedetta la fotosintesi della memoria, inatteso innesto d’affinità e stupore.

“Da una magnogreca a una magnogreca”

venerdì 18 maggio 2012

È uscita la straordinaria Finestra cosmica di Gladys Basagoitia

Gladys Basagoitia Dazza

Finestra cosmica
€ 12,00 pp. 110 (Sia cosa che # 92)
ISBN 978 97441 12 0

Prefazioni di Brunella Bruschi e Antonio Melis
Copertina di Franz Ramberti (KalEidon, Rimini)

“Chi fertilizza gli uragani?”, “Ha un volto il tempo?”… in questo mondo in cui la natura ci sorprende (“canta il fringuello fiorisce soave il tempo / il mare abbraccia e sulla riva verde / l’estate balla”) e la musica ci penetra “nella carne più profonda (…) dove i nervi nudi si esaltano”), ci è data la bellezza faticosa della libertà, la gioia diffi cile ma eterna dell’amore (Misteri dell’amore): questo è il canto di Gladys. Possiamo “riconoscere l’ombra”, vivere “l’indicibile tenerezza del silenzio”, sentire vive persone morte (Presenza) e assenti persone amate (Amore vero?), comprendere che “ognuno solo un’ala / solo in coppia il volo”, esporci (“se io fossi Saffo / non scriverei coperta denudando la mia anima”), affidarci (“le mie stampelle sono pazienza fede amore agli altri”), constatare che le lacrime possono diventare schegge inutili (Le poesie di Vera), che la poesia sa “oltrepassare confini penetrare enigmi”, quando “entra nel suono del mio silenzio”. Le prose poetiche e i versi, perle di un intero cammino, ci aiutano a vivere
l’esser-ci e l’esser-con, sapendo che: “La parola è l’equivoco infi nito. La parola è la
mano che ti sorregge e il pugno che ti schiaccia”.
Se Brunella Bruschi ci ricorda che la “finestra cosmica è (…) il luogo dove si genera lo sguardo poetico”, Antonio Melis ci confida che: “Il bilancio continuamente aggiornato di
una vita è anche un bilancio del fare poetico”. Varchiamo dunque questa vibrante raccolta.

Gladys Basagoitia Dazza, biologa, è nata a Lima e risiede a Perugia. Premiata più volte in Perú, Brasile e Italia in concorsi nazionali e internazionali, è pubblicata in prestigiose antologie di poeti anche in Argentina, Messico, Nicaragua, U.S.A., Portogallo e Colombia. Fra le numerose opere: La zarza ardiendo, Peces ebrios (Premio J.M. Arguedas, Lima, Perú, 1969), Otra vez sobre el viento, L’infinito amore, Donna Eros, Selva invisibile, Polifonia, Acquaforte (Targa del Parlamento Europeo, Premio Anguillara Sabazia 2004),
Mujer Eros, Aguafuerte, Rêverie (Premio Nuove Scrittrici 2005), Il colore dei sogni (in FaraPoesia, 2005), La carne / El sueño (finalista al Premio Montano 2008), Danza Immobile (spagnolo a fronte come il precedente, Premio Città di Marineo 2011, Premio Minerva Etrusca, Perugia 2011). Narrativa: Il sorriso del fiume, pubblicato poi da Fara in edizione ampliata come Il fiume senza foce (Premio Città di Salò 2009, Premio Prata P.U. 2009, Premio Anguillara Sabazia 2010). Ha tradotto poeti dall’italiano allo spagnolo e dallo spagnolo all’italiano, soprattutto donne. Ha curato e tradotto Donna Carta di Musica (Centro Documentazione “Donne del mondo”, Perugia, 2005) con poesie di Gloria Mendoza Borda, Rosina Valcárcel e Ana Berta Vizcarra. Nel web: farapoesia, veraluciadeoliveira, donnemondo, casadellapoesia, filidaquilone e altrove.

martedì 13 dicembre 2016

Su Piano Argento



recensione di Silvio Aman  


http://www.ilverri.it/index.php/le-collane/collana-rossa/piano-argento-detail


Piano Argento, edizione bilingue con versioni in inglese di Anthony Robbins, è l’ultima raccolta poetica di Angela Passarello. Il volume, preceduto da una nota di Giampiero Neri e da un saggio di Giulia Niccolai, presenta quattordici disegni della stessa autrice, situabili fra l’espressionismo e l’art brut. Giulia Niccolai, che ha interpretato molto bene il lavoro della poetessa, definisce così Piano Argento:

[…] Piano Argento, per Angela non può che essere la sua Time Square, una vasta Piazza del Tempo, una sorta di ampia e profonda conca d’argento che abbia custodito per quasi una decina di “lustri” i suoi ricordi d’infanzia, che si sono man mano tramutati in poesia per la sua sensibilità ed esperienza di vita.

Nelle interviste a poeti e scrittori si usa chiedere chi siano i loro padri, dimenticando le madri, che da Saffo in poi hanno costellato il mondo letterario con opere indimenticabili. Angela è, infatti, molto sensibile ad alcune poetesse russe, fra le quali Marina Ivanovna Cvetaeva, anche se nella propria scrittura si muove in modo indipendente. Lo stile è l’uomo, scrisse il conte di Buffon (frase ripresa dallo psicanalista Lacan) esso colora di sé ogni atto, come accadde a re Mida, e non è tramandabile per filiazione. Se nella poesia dell’autrice si trovano riflessi di altri autori (come spesso accade: basti pensare a automnes e monotones nel Paysage di Baudelaire poi presenti in Chanson d’automne di Verlaine) ciò è dovuto a un atto d’amore o alle cosiddette affinità elettive. La vera guida di Angela Passarello è in fondo Μνημοσὑνη, figlia di Urano e di Gaia, antichissima dea della memoria preposta alla conservazione degli accadimenti fin dagli albori del mondo, memoria che in questa raccolta appare governata dal desiderio di ricordare persone, fatti e oggetti della città di Agrigento – patria dell’autrice – circoscritta alla piazza-onphalos dal luminoso nome di Piano Argento, Time Square, appunto, tranne nelle ultime due composizioni In visita e Flashback legate alla città di Milano, dove l’autrice si era trasferita.
A offrirle subito il tono al libro abbiamo, in apertura, la pietra dell’omonima poesia, reliquia che la poetessa raccoglie fra le macerie della casa distrutta, e perciò “testimone d’indelebili presenze” poi espresse nel corso del libro:

adesso che la tua casa è scomparsa
fra le macerie raccolgo un’antica pietra
testimone di indelebili presenze

Dopo questa pietra-simbolo, appariranno molti oggetti: la vecchia Singer, l’uncinetto, il ferro da stiro, il catoiu (dove c’era tutta la casa compreso l’asino bigio in un angolo) i garofani, i tulipani, le quartare, i campi, la valigia, le canzoni e via elencando, attorno ai cui si sviluppano i vissuti…

con la singer di nero smaltata
posta in un angolo della cucina
facevi u’ritipuntu alle lenzuola
sotto la punta dell’ago scorreva
dalla spagnoletta il filo bianco
quando imbastivi i vestiti per la festa
spezzavi il filo con i denti davanti
nel medio indossavi il ditale
appariva regale la tua mano vestita

Fin da queste due prime poesie, in cui le memorie affiorano senza maquillages, ma conservandone i loro aspetti umili e spesso crudi, si nota che l’autrice completa le proprie memorie inserendovi alcuni tratti del dialetto agrigentino, ma non solo, perché troviamo espressioni e termini in francese, tedesco, inglese oltre all’arabizzato salaam aleikum. La forma assunta dalle micro-prose in questione è l’epigramma, non per colmarlo con prove di virtuosismo lirico, come spesso avverrà in seguito con la celebre Antologia palatina, o di arguzie e toni satirici alla Marziale, perché esso testimonia il desiderio di rimemorare in termini oggettivi un fatto, un luogo, un comportamento, una caratteristica personale, sia pure in modo puntiforme, tramite dei flash, offrendoci così un’immagine dell’ambiente caro alla poetessa. Ricordiamo che in Grecia, inizialmente, l’epigramma era posto su monumenti e lapidi sepolcrali per ricordare un evento o un defunto, ed è in queste due accezioni che qui si presenta.
Nelle composizioni naïf di Piano argento (naïf nel senso etimologico di nativo, vero e poeticamente suggestivo, contrapposto a sofisticato e accademico, quindi senza malevoli riduzioni, se si pensa che il termine fu impiegato da Schiller per definire la poesie di Goethe) colgo alcuni contatti con la scrittura di Giampiero Neri, che della poesia non lirica, svolta nella forma del poema in prosa fino a raggiungere concisioni epigrafiche, si è imposto come il rappresentante più caratteristico. Si tratta di empatia nei riguardi di un autore apprezzato o di due percorsi paralleli? Considerando anche i dipinti e le sculture dell’autrice, molto essenziali ed enigmatici, propenderei per la seconda soluzione. Ecco, qua di seguito, alcune caratteristiche di Piano Argento, che inclini al dettato laconico di Neri e al suo ricorso alla memoria – con il verbo costantemente all’imperfetto – punteggiano le composizioni di Angela Passarello: sulla facciata della basilica/ il muschio si espande/ lungo crepe vacillanti d’ombre (Via Sa Girolamo). nel discendere per la via la sua ombra/ si allungava sulle pareti delle case (Il lattaio). li comprava al mercato a basso costo/ diceva senza acqua durano nel tempo (Tulipani). sembrava guardarli la sua forma animale/ di sera poggiata sul prato (La roccia ippogrifo). Parlando di affinità, un autore che accomuna i due poeti è Lee Masters con la sua Spoon River Antology, se consideriamo il tono di fatale irrevocabilità con cui si articolano le loro composizioni. A questo punto occorre però far notare le differenze, perché gli esiti poetici di Angela Passarello sono lontani da quelli di Neri, quasi tutte in funzione meditativa attorno alla violenza e al mimetismo. Con un piglio scevro di nuances psicologiche e musicali, Passarello – nota anche come artista visiva – compone in modo realistico e laconico, ma ciò può dipendere dalla necessità di esorcizzare la commozione suscitata da certe figure, ad esempio quella della madre intenta a cucire o a dar forma alla tipica pagnotta del luogo. A prima vista, le composizioni di Piano Argento parrebbero didascalie per scene di genere, mentre si tratta di situazioni davvero vissute dall’autrice, che le ha poi religiosamente rilegate assieme al commento visivo tanti bei disegni. Un libro con figure affascina, e quelle di Angela ottengono anche lo scopo di spostarci dalla visione molto asciutta delle sue poesie in prosa, come leggiamo in ferro da stiro:

lo muoveva nero nero
sulla superficie di lenzuola di camice
dai fori il chiarore dei carboni
percorreva valichi piste fra le pieghe
impugnava con forza il manico antico
girava la punta solcava angoli lati
diceva dal piego dipende la forma
gli indumenti lisi li ricomponeva
nell’ordine da lei stabilito

Riguardo alla struttura, di cui ho già indicato la cifra, in questa raccolta prevale l’aspetto denotativo su quello connotativo (al contrario dei disegni) e l’estraneità alla metrica. In alcuni versi luccicano qua e là rarissime rime: in u’ritipuntu “ditale” in uscita di verso, e “regale” come rimalmezzo. In garofani abbiamo l’assonanza di “defunti” all’interno e di “profumo” in uscita di verso, e in ferro da stiro le desinenze anaforiche di -eva, -eva, -ava, -eva. L’assenza della punteggiatura, le mancate maiuscole nelle parole iniziali e la sintassi semplificata, quasi priva delle particelle in funzione connettiva, danno una selvatica fluidità al percorso, scandito, tuttavia, dall’incessante percussione del preterito.

giovedì 28 maggio 2015

Portami più spesso a cantare

 A Enzo Marangelo per i cinque lustri della sua Accademia Teatrale.

Portami più spesso a cantare,
nel giardino dove ridono i passeri
tra i limoni e il verde profumato degli aranci.

Conducimi per mano alle parole
così forti, cucite nell’abito sonoro
che indossi quando recitiamo
i canti di Saffo, le ali del sole.

Piccole foglie nel viale dormono
nella terra nuda dei miracoli
abbracciate alle orme che lasciamo.

Memorie recitiamo di altri padri
che specchiarono nel pozzo il loro
viso, sorridono mentre guidi
il coro delle voci sul tuo palco.


Maggio, 2015 

lunedì 10 novembre 2025

IL TARDOMODERNISMO LETTERARIO DI IVAN POZZONI: COMMENTI E NUOVI RIOTS TARDOMODERNISTI




Commento di Lorenzo Mullon sul tardomodernismo letterario

C'è tutto il fetore nauseabondo della dimensione dualistica in cui siamo costretti a vivere. Un combattimento atroce. Direi: insisti. Alla fine di questo duello, con la parola conficcata nella carne, ci possono essere delle sorprese. Un'elevazione insperata. Bisogna precipitare verso lo 0 (zero) per accorgersi che dalla negazione del mondo, la più assoluta negazione, sorge per sfinimento cosmico un nuovo livello di coscienza - o di vita, o di non so cosa, di non saprei come definire, perché tutte le parole sono inadeguate. Ma ci vuole un rovesciamento dei piani, altrimenti il meccanismo s'inceppa e il gioco termina male, con una grande delusione. Ci vuole un coraggio tremendo, tremendo come quello dell'angelo. Bisogna seguire la Poesia fino alle estreme conseguenze. Bisogna bruciare tutti i ponti, non avere nessuna possibilità di ritornare indietro. Bisogna costringere la Poesia non solo a mantenerci in vita, ma a risolvere la vita, spiritualmente e materialmente. Bisogna sfidare la Poesia, e contemporaneamente bisogna annullare noi stessi. Diventare impersonali, diventare polvere. Dante ci suggerisce di essere semplicemente coloro che annotano la Poesia. Polvere che prende nota della Poesia. Non c'è spazio per la personalità. Bisogna distruggere la personalità. E chiedere all'Amore di spirare, di soffiare, di trasmetterci l'ispirazione. Noi prendiamo nota. Facciamo solo questo: prendiamo nota. Così è il poeta, secondo Dante. Ma i poeti non capiscono. Il citatissimo Dante non è compreso, non è capito, non è seguito. Consapevolmente o inconsapevolmente, Dante viene rigettato, dai poeti, incredibile... I poeti sono i primi traditori di Dante e della Poesia. Sinceramente penso che la tua poesia sia uno specchio perfetto e che tu debba trovare una via di liberazione tra le parole. Mi sono liberato grazie alla poesia in strada, ho rovesciato i piani non me ne frega più niente del successo, dei riconoscimenti, di essere considerato; è una follia seguire il mondo e cercare consenso nel mondo. Tutti i grandi sono morti, se cade un asteroide non resterà niente nemmeno di loro, nemmeno un verso di Emily Dickinson, nemmeno di Saffo, quindi dobbiamo liberarci dai nostri fantasmi e vivere bene adesso, vivere di poesia: si può fare. Possiamo mettere tutte le nostre energie nel contatto con la gente per strada, costringendo questa massa di inetti a sostenerci magari con una piccola somma e dei critici, e dei professori, e dei media, chi se ne frega. Questo penso.


IL NUCLEO OPERATIVO ECOLOGICO (NOE)


Il NOE, non è un movimento/immobile, in business class, di Piersanti e Arminio

si trovano santoni e vati che scaricano versi dissenterici nell’alambicco di un laboratorio,

epigoni del fantasma di Sagredovskj creano fattori F come agri-turisti di Potenza

ana-grammi ologrammatici sistemano vocaboli con la strategia del Tetris

una marca di champagne, langue AOC, il titolo di un film, mascherano l’incompetenza

di cinque auxilia chiusi in una testudo a difendere una ex ποίησις da matrix.

 

Il Kolektivne NSEAE, senza followers o like, mobilita la falange macedone, eja, Bucefalo

abbiamo distanziato la Cavalli, con i nostri Quaderni 2.0, somministriamo trojan di Brodifacoum

ai casi ratti da biblioteca, nascosti nella Curia Generalizia in zona Borgo, attorno a Dedalo

oracolo dis-topico, nella speranza di stanarli e buttarli in strada in cerca di uno slum

tra la miseria e la desolazione delle baraccopoli, a imparare ad ammirare il sollen dell’Avvenire,

ci scrive un critico letterario, settuagenario, che, con coerenza, si vende anche al Manifesto,

troviamo un compromesso stoico, freelance della critica italiana, smettete di accordare lire

con l’UE von der Leyen vi diamo in cambio marchi, con versi di brace, senza rischio di anapesto.

 

Se destino della arte è l’inceneritore, non capisco come continuiate a far affari con Progetto cultura

segnalazione d’esordienti è sintomo del fattore -O, la neutralità del critico finisce nella spazzatura,

con centinaia di volumi che saturano il mercato e annullano i battiti di ali di una scomoda zanzara

tutto lineare, i libri del resto del mondo sono grassi saturi, i vostri libri non alzano il colesterolo LDL,

con la fellatio a Caio e un cunnilingus a Tizia, si finge di fare opposizione sognando la tiara

da strappare alla vecchia zitella, in Mondazzoli, come CEO di multinazionali in carico alla CGIL,

regna lo spaesamento nella finta umiltà da ciabattini, ricordatevi di tirare la catena semantica

il vate(r) F-erà l’idea della défécation polyphonique, approfondendo il tema della scorreggia tattica.



Commento di Michele Caccamo al tardomodernismo letterario

[...] La [tua] parola è materia viva: respira, si espande, si contorce, si purifica. La scrittura assume così la forma di un respiro collettivo, di un atto di cura. L’intelligenza del testo sta nella sua tensione tra freddezza e febbre: la lingua è limpida, rigorosa, ma allo stesso tempo attraversata da un pathos trattenuto, quasi etico. Si avverte una disciplina formale che non è mai rigida, ma necessaria: la precisione diventa la forma della pietà. Eppure, dietro la geometria delle parole, si sente una vibrazione continua, un’energia che non è del tutto controllata – ed è proprio lì, in quella tensione, che il libro vive. La tua poesia, in questo progetto, è profondamente filosofica ma mai accademica. L’idea non prevale sull’immagine: la riflessione nasce dal corpo del linguaggio, non dalla teoria. Si riconosce una genealogia: Celan, Zbigniew Herbert, Milosz, forse anche Char e Bonnefoy – ma senza alcuna imitazione. In te il pensiero brucia lentamente. Vi sono momenti in cui la densità del discorso raggiunge una lucidità quasi spietata, e altri in cui la parola si apre a un lirismo disarmato. Queste oscillazioni, lungi dall’essere debolezze, sono la sostanza stessa del progetto: un pensiero poetico che rifiuta la compostezza e accetta la propria incompletezza come condizione umana. In questo senso, Kolektivne – NSEAE si colloca pienamente nella linea della poesia europea contemporanea che rifiuta la voce individuale per interrogare il mondo come pluralità di voci [...].


LA DIFFERENZA NON È INDIFFERENZA

 

Nelle zone artiche d’Ombra non illuminate dal sollen dell’accademia

l’uomo si involve, come un Yeshua beccato a battezzare una bestemmia.

Performatevi, «io ti battezzo, nel nome del Padre, del Figlio e di una bottiglia di Vin Santo»

sostenere che c’è distinzione tra linguaggio estetico e giuridico conduce la critica al camposanto,

Law and Literature e Ethics and Literature, decenni di studi buttati nel cesso

l’ermeneutica di un testo distingue tra testo di dentro e testo di fuori, senza alcun nesso,

la Lega tra testosterrone e attestato di cittadinanza si è scissa tra Lega Lombarda e Lega Nord

è come testimoniare in Tribunale l’indifferenza societaria tra Milano 2 ed Edilnord.

 

Il tardo-moderno costringe l’artista a stornare, dalla performance, le sue astruse ballate

che sinestetizzano sentimenti ed emozioni nell’ippocampo del Medioman,

riot è diventato contio salato, lezione universitaria, che costringe il somaro nel banco a manganellate

Barbie abbassa i calzoni e non trova, letteralmente, un cazzo, nel suo iper-palestrato Ken,

non interessa al sapper tardomodernista di buttare una bomba al Papa re e una al Papa nero

continuiamo a scrivere militante rendendo l’aula un manipolo di bivacchi

non c’importa che il lettore si entusiasmi, l’incontro tra ἐπίδειξις e πάθος è diventato un frontaliero

tra mondo occidentale e mondo occipitale, la differenza tra un F-22 Raptor e un Aermacchi.

 

La «différance» ontologica trapassa nella enactive cognition di Varela e Maturana,

la cognizione è azione, ποίησις è πρᾶξις, faber è agens, fattore F è fattore Cognac,

chi legge i miei riots o studia, studia, studia, o si distingue nel succhiare la banana

bollino blu, Chiquita, o bollino rosso, Lolita, attrice di una vita Nymphomaniac,

Lars von Trier è meglio di von der Leyen, dipinge la Melancholia senza causarla

l’indifferenza verso l’Ucraina, europea dal 2022, fa la differenza sulla spesa bellica

distinguere tra alfabeto latino e alfabeto cirillico è come costringere Cicciolina a darla

insonorizzare l’opposizione è come scrivere il Giro del mondo con una Pelikan.


Commento di Michele Fabbri al tardomodernismo letterario

 

La poesia, com’è noto, da vari decenni è ormai diventata la Cenerentola della letteratura. L’arte del verso è sostanzialmente aliena alla mentalità del lettore contemporaneo e i libri di poesia hanno un’incidenza del tutto trascurabile nel mercato del libro. Apparentemente, quindi, la poesia sembra relegata a una ristretta cerchia di addetti ai lavori, oppure a una folla di dilettanti allo sbaraglio che credono di essere poeti perché quando scrivono vanno a capo ogni tanto… Ma c’è anche qualcuno che si chiede se ci possono essere orizzonti alternativi per quella che era la regina dell’espressione letteraria. Fra le voci che propongono nuove modalità di approccio al pubblico si segnala per originalità quella di Ivan Pozzoni, che ha redatto un “Anti-Manifesto” della “Neon-avanguardia” non privo di stimoli per chi aspira a parlare al pubblico con rinnovate modalità espressive. I punti qualificanti del Manifesto di Pozzoni sono i seguenti:

– sfidare i capitalismi nomadi e le autorità multinazionali

– riporre fiducia nel dialogo fra mondi culturali anche profondamente diversi che possono dare origine a sintesi feconde

– incentivare la produzione di forme artistiche collettive e anonime che si sottraggano alle logiche di mercato

– imparare a fare opera di “terrorismo” culturale per reagire all’ontologia nichilista di cui è imbevuto il nostro tempo

– puntare su una rinnovata valorizzazione dell’ironia come mezzo di ribaltamento delle narrazioni dominanti

– pensare alla figura dell’intellettuale in termini di militanza

– prendere atto dell’esaurimento della funzione che la critica letteraria ha avuto nel ‘900

Questi punti programmatici appaiono decisamente intriganti per chi avverte il clima di soffocante conformismo che ammorba lo scenario contemporaneo: gli intellettuali dell’ultimo trentennio non hanno saputo far di meglio che atteggiarsi a poeti di corte del potere mondialista! Il mondo della poesia sembra particolarmente avulso dal dibattito culturale. La poesia contemporanea, settore insignificante nel mercato librario, si caratterizza per la frammentazione delle esperienze di scrittura, con autori riuniti in conventicole catacombali o isolati in patetici narcisismi letterari. Alcune proposte di Pozzoni possono certamente dare una sferzata a un mondo letterario impantanato nell’immobilismo. In particolare l’invito al dialogo fra linguaggi, oltre a essere eticamente importante, prende le distanze da chiusure elitarie e feconda terreni che potevano sembrare aridi da certi punti di vista [...] Un altro aspetto interessante è l’enfasi sull’ironia, atteggiamento quanto mai opportuno in un tempo in cui la morsa della correttezza politica ha strangolato la libera espressione e la spontaneità dei comportamenti sociali. Questo è sicuramente il punto più problematico poiché l’etica corrente è stata rimodellata sulla base di austeri codici morali che hanno profondamente modificato la psicologia di massa. L’ironia, la canzonatura, l’umorismo, il sarcasmo oggi rischiano di essere relegati nell’onnicomprensiva categoria della “discriminazione” oppure, peggio ancora, questi elementi non sono nemmeno percepiti [...] Le idee guida di Pozzoni sembrano un’utile provocazione per smuovere le acque torbide dell’attuale scenario culturale. Partendo da questi presupposti si può manifestare la volontà di dar vita a un movimento in grado di attirare l’attenzione mediatica su un fenomeno culturale che può risultare sorprendentemente innovativo.


SONO ARRIVATO A CENTO

 

Sono arrivato a Cento, Cristo, filosofo aramaico minore, s’è fermato ad Eboli

credo sia arrivato il momento opportuno di organizzare due nuove sillogi,

in modo da rompere i cojoni a artisti ed addetti ai lavori, con due introduzioni teoretiche

che non capisce il 90% di chi scrive, scrittori da mezza lira, d’improvvisazioni orfiche,

l’effetto F (fallimento) alea, iactura est, sulle teste dei morti di fame e di fama

a schiacciare i loro versi flexibili non serve certo una carica di elefanti di Annibale a Zama.

 

Comma Прво: devo metter via danari, ché i nuovi critici una recensione te la fanno pagare,

la distinzione tra «mestieranti» e «militanti», stile anni ‘80, la dobbiamo riformulare,

chi mangia sulla fame dell’arte è come un borsaiolo di sussidi alimentari di Hamas a Gaza

non serve a un cazzo, va fucilato, dai «militanti» delle assemblee che hanno un lavoro vero

e organizzano riots al fine della rieducazione, niente retribuzione, della massa ladra

di notizie GPT Chat e telegiornali, senza scrivere commenti e recensioni in nero.

 

Comma други: l’artista è eternamente impegnato, a incrementare il suo business,

non ha tempo di leggere, non ha tempo di commentare, è annientato dallo stress,

spii il suo wall di Facebook, tutti i giorni, tutto il giorno, a sponsorizzare i cazzi suoi

finge di non comprendere il significato di ego-patia e narcisismo del (worse) seller,

e si auto-stampa, con Literature Indipendenti, 400 libri, coi tratti genetici di sfrontati sporozoi

leggono alle manifestazioni, leggono in strada, leggono in Feltrinelli, con l’ingordigia di Ilona Staller.

 

Comma трећи: i “grandi artisti/critici” fake, in cambio di una recensione, reclamano un bound

con la mentalità dello Stato Pontificio, dovresti studiare l’intera loro carriera manco fossero Pound,

tu, immerso nello studio di Tommaso, d’Aquino, saresti obbligato a studiare i loro buchi nell’acqua

cooptati dal mefitico consulente Mondazzoli nella bianca Einaudi, sovraffollata di incompetenti

o sconosciuti come la struttura di TIM Italia, con l’autostima, di Baratieri ad Adua, iniqua,

ottant’anni di sciocchezze di una banalità banale ci costringono, in nomine Patri, ad esser deferenti.

 

Comma Четврти: il 90% di chi contatti si distingue nel mostrare categorica indifferenza

come se la strategia dell’insonorizzazione trasformasse loro in Márquez e tu in una desinenza,

Mala Temporella currunt, Giovenale, la Policane, falliti (F) che il consumismo ha dichiarato vate(r)

a non risposta, avranno un’insistenza terroristica, da curare con kg di benzodiazepine

il Kolektivne NSEAE intaserà siti, caselle, MSG, con uno stalkerio idoneo a condannarli a catcher,

riceveranno, da anonymous, visite di carabinieri ed ADE e iscrizioni al RNR improvvise come mine.

 

La mia praxia, con i suoi commi, anticipa l’esito di un venturo studio sull’esistenza di bund, 

kolektivne, assemblee dell’arte, con dati sociologici e statistici, con la finalità di uno shunt,

dilata le conclusioni teoretiche della silloge Kolektivne NSEAE, chi scrive, non studia

costruisce casini senza fondamenta, bustrofedi claudicanti come un membro della gens Claudia.


Commento di Enrico Cerquiglini al tardomodernismo letterario

 

Questa poesia di Ivan Pozzoni si presenta come un flusso incandescente di immagini, suoni e visioni: un magma che unisce autobiografia, invettiva civile e mitologia personale. L’autore mescola registri alti e bassi, dal latino al dialetto, dall’inglese allo slang, componendo una polifonia che restituisce lo smarrimento del presente. Il corpo e la malattia diventano metafore sociali e politiche; la Storia, da Caronte a Ezra Pound, da Roncaglia al Covid, si intreccia all’attualità più bruciante, in un’Italia vista dal basso e senza indulgenze. Tra lirismo e sarcasmo, la scrittura di Pozzoni alterna momenti di visionaria potenza ad altri di ironico grottesco. Se a volte l’accumulo di immagini e citazioni rischia di soffocare la chiarezza, il risultato resta quello di un’opera urgenziale, che si scrive come per salvarsi la vita. Più che un canzoniere armonico, è un archivio di ferite: personali, storiche, collettive.


MI DESIDERATE SEDUTTIVO?

 

Da riscontri iniziali, con riviste amiche, in Italia, del tardomodernismo, nemo capisce un cazzo

tutti vorrebbero che dessi sfogo alla mia anacronistica lirica neon-avanguardistica senza imbarazzo.

 

«Ognuno nelle sue lacrime nasconde un lutto,

Freud si inventa l’inconscio, Alvaro Vitali un rutto,

ricordando i camion carichi di salme fuori dalle caserme

ci accorgiamo come l’homo sapiens sapiens sia un essere inerme,

coi nostri cuori, spezzati, ci forgiamo anemici puzzle

e continuiamo a cantare custoditi dentro la bolla di una Big Babol.

 

Menestrello combattente, non ti fermare, continua a romolar Sanremi

fino a causarti faringiti, fughe metafisiche e mancanze di fonemi,

non smetteranno di vedere, come la troika, i tuoi occhi colpiti da blefarocongiuntiviti,

mandi in default la Grecia e accetti, senza ritegno, i dazi degli Stati Uniti,

i maiali d’Europa, PIGS, scrofolano sovvenzioni in cambio di extracomunitari

e i cittadini UE imparano a leggere i budget domestici con l’introduzione di aiuti sussidiari.

 

Il cittadino comune non ha nome e cognome, sfoggia un acrostico, ADE

nella casella delle lettere trovi una missiva verde come un inizio di sciarade,

inizi a sudare, l’aritmia cardiaca implode, sarà multa o contravvenzione dell’ex-Equitalia

strappi la busta coi denti, la forbice in questi casi sparisce, trovi una nuova CNS, con  meraviglia,

spari Madonne, come un bergamasco ubriaco, Caravaggio è nato a Milano

dipingiamo un arcobaleno di maledizioni, sapendo che, alla fine, è nostro l’ano».

 

Purtroppo, a vostra ignoranza, col 2008 c’è stato l’ingresso nel tardo-moderno storico,

il discorso sull’anti-«forma»-poesia e divenuto, pax doppialinguesca, anacronistico

la ποίησις, con Auerbach, da μίμησις si è trasformata in πρᾶξις comiziale

non afferrare multilinguismo e mistilinguismo è sintomo di una «poesia» da terza elementare,

la strategia anti-seduttiva si è trasformata in tattica di denunce urlate fuori dai rostri

se non siete tribùni plèbis, carichi di contiones, siete rimasti vittime di una scrittura da chiostri

lordata dall’influsso dell’ontologia estetica moderna, ontologia = metafisica, la musica di Orfeo,

col Doppialingua che vorrebbe ostacolare Cucchi con una roipnol poetry degna di Morfeo.


Commento di Enzo Bacca al tardomodernismo letterario

 

C’è un bosco fitto di sterpaglie, un fogliame gonfio da far paura, un lamento di voci che sembrano provenire dall’aldilà in cerca di aria, un graffiare di uccelli notturni che richiamano vecchi film dell’orrore. C’è un bosco o selva oscura o foresta senza via d’uscita dove un cavaliere striglia il suo destriero per trovare la luce. Ecco, questo mi par di vedere approcciandomi alla scrittura poetica di Ivan Pozzoni. Un nuovo custode del Santo Graal. La poesia ha bisogno di irriverenze e nuovi profeti che possano oltrepassare a suon di macete o spada o lancia o logos la selva selvaggia ed aspra e forte che nel pensier rinova la paura. Le tematiche trattate con piglio innovativo per quanto riguarda l’estetica pura della poetica di Ivan Pozzoni mi fanno pensare che finalmente esista qualcuno che ha il coraggio di sfrondare e sfondare la stagnante retorica della consuetudine poetico-letteraria che non avvampa per nulla lo scrivere in versi degli ultimi tempi. Ivan scompone quel muro e lo riedifica come alcuni palazzi costruiti nell’edilizia giapponese che dopo vent’anni vanno ricostruiti e rieducati ad un più giovanile senso della composizione. Ben venga questo sbriciolamento a polpastrelli stretti del fogliame sottoboschivo. Nuovo linguaggio che a dire il vero mi ricorda alcuni ardimenti degli anni sessanta e settanta del novecento, che lo stesso poeta inaugura in neoN-avanguardistici. Sì, perché di avanguardia si può ben tradurre il dettato che il poeta monzese propone disponendo l’efficace trama che sgorga dal filosofico e sfocia nell’energia vibrante e lavica d’un vulcano super attivo. Un lanciafiamme, come Alessandro Fo, in una recente nota sul giornale La Fonte, definisce il poetare di alcune penne che “scuotono le sillabe con voce tesa e quasi impostata a grido di guerra”. Un manifesto poetico da esporre senza porsi troppe domande e sconfinamenti questo dell’uomo Ivan, filosofo e stratega di battaglia ma anche missionario e medico di bordo della parola con la consapevolezza che nel “mangrovico” mondo della poesia moderna, ben si stagli una voce cristallina e allo stesso tempo martellatrice. Martello pneumatico che rompa le zolle cementificate e stagnanti d’un mondo bigotto e ignavo e senza memoria.


TARDO-MODERNO FULMINANTE

 

La militanza del praxeta, lontano dalle seduzioni del prosseneta,

cerca di mandare, senza ambage, l’intero encefalo del cittadino medio a zoccole,

vìola il dizionario e femminicida l’ortografia, il lap-top intinto nell’arsenico esegeta

le mani, dei maneggioni del business, si intossicano fino a disinnescare famigerate combriccole.

 

Zeus manda fulmini ai modernisti, seduttivi, finalizzati a vendere, in cerca di bestia seller,

lo zoo dei morti di fame, che implorano un contratto retribuito, diverte l’artista killer

ormai, ogni cretino è degno di Mondadori o dell’Einaudi (Bianca-neve sotto i nani)

noi miliziani dell’arte vi lasciamo 200€ in cambio del nostro ruolo di antesignani.


Kolektivne NSEAE