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lunedì 20 luglio 2026

Una poesia corporale che deraglia verso l’infinito

Daìta Martinez, sant’anna
ilglomerulodisale 2025

recensione di Flavio Vacchetta



La poesia di  si anima di “gesti bianchi“, srotolandosi in versi fluidi di inarcature, che tavolta mi richiamano una certa cadenza bertolucciana (specialmente se letti dall'autore – anni e anni fa andava in onda, forse la domenica mattina, La camera da letto; un giornale commentò il dato auditel di zero) in lessico tutto sommato eletto, a un grado di filtrazione non esasperato ma ancora sul versante pertrarchesco; un'impalcatura sonora densa, che musicalmente definirei, melodicamente e armonicamente, piuttosto ricca di cromatismi; si ritrovano iterazioni quasi ipnotiche, litaniche, di una poesia che è evocazione e auscultazione:

e ancora trema al tempo il tempo
ogni vuoto dopo il vuoto che rimane
piccolo scarto di cuore ha il fiore nella pioggia 
Vi sono fatti minimi, piccoli sconvolgimenti, stillicidi, grani di rosario …

Su sant’Anna e soprattutto su quale sia la sua relazione con la poesia, pare evidenziarsi una certa adesione a, e radicamento in, un preciso contesto; una religiosità terrestre, un’emersione insistente di piccoli dettagli concreti, sia pure in una fine decantazione di metafore; direi un qualche sentore di santità, di gigli, di incenso, di cera e altre essenze; il tutto, poi, trasognato, traslucente (“il tempo fugge che t'assonna“ - Dante):

il giglio ancora assonna l'origine nell'ora;
adesso che il mercato assonna il ronzio
delle stelle una lacrima resta d'inverno
sul corpo dimenticato di palermo dirsi
notte ha nome sottratto alla nascita del
tempo tutto il volto è silenzio e tremare …

Insomma è una poesia dove traspare la carnalità, la materialità; una poesia che manifesta ansia di elevazione ma che non può, forse non vuole distaccarsi completamente dal corpo. 

D’altronde veniamo da una cultura religiosa che, pur nell’aspirazione alla trascendenza, ha sempre praticato il culto del corpo, delle reliquie, come pure dell’autoflagellazione, dell’ascesi attuata attraverso la mortificazione carnale (O segnor per cortesia manname la malsania) in una sorta di delirante compiacimento autopunitivo.

Sul contesto che dicevamo essere fondamentale, palermitano e storico, noi abbiamo solo un’immaginazione alquanto limitata e turistica, di catacombali corpi imbalsamati con procedimenti miracolosi, oppure di chiese convertite in moschee convertite in chiese, con conseguente sparizione e riapparizione di immagini sacre.

Dunque la religiosità sta nella storia, nello sguardo, e la poesia assume magari sì, talvolta, la forma o gli attributi di una preghiera, ma laica.

Se posso aggiungere una nota extratestuale, riflettevo anche sulla calligrafia di alcune brevi righe in calce alla mia copia del libro, scrittura che mi ha incuriosito per la linearità essenziale ma animata dai netti prolungamenti orizzontali, verticali e diagonali di alcune lettere, come la “t“ nitida come una croce, ma anche affilata come uno stiletto. Ho provato a intravedervi convergenze con la scrittura poetica, e le ho immaginate in una ricerca di essenzialità, di geometrie, di equilibri, che però deborda in segmenti che deragliano verso l’infinito o verso il cuore.

lunedì 8 giugno 2026

Un inedito di Flavio Vacchetta


 

Le braccia consegnate alla croce

Le gambe al nero divaricate

Pur senza rimpianto di voce

Attente, sole ed al cielo,

Rivolte


Vachis

venerdì 27 marzo 2026

BELLEZZA

di Flavio Vacchetta 



sei di cuore

fai sparire

ogni inciucio

piaci a tutti

sei necessaria


se nevica

sei confidente

non temi

il dolore

ami il colore

luminoso

di una madre


sei perla

priva di sassi

cancelli ombra

e solitudine

possiedi comunque

svariate possibilità


non provochi incubi

bensì generi vita

ti ci s'annusa

volentieri

cammini, austera

tra ignoranza e

sensazioni calde

ti occupi della

sofferenza altrui

stai accanto al

tuo Signore

effondi estasi

in silenzio

ed in silenzio

ringrazi


sorvoli il cielo

evitando che le rondini

si sbattano contro

fremi e profumi

di mistero


sui giornali

riportano

che sei speciale

insegnando che i panni sporchi

si lavano in casa

sei ornata di

biancheria reale

hai sangue blu

e fai le fusa


eviti di fare

ombra al mondo

usi bene il cervello

non vieni mai a mani vuote

di notte mostri

la tua istintiva arte

nascondi i rumori

alle spalle

generi commenti

roboanti

hai la bocca cucita

e danzi senza sapere il perchè


già

perché danzi?




sabato 10 gennaio 2026

La soggettività inquieta di una pecora in cerca

99 pecore di Flavio Vacchetta

recensione di Alessandro Pertosa


Il libro 99 pecore si presenta come un corpo testuale ampio e stratificato, attraversato da nuclei tematici ricorrenti che insistono sulla morte, sul sacro, sulla malattia, sull’eros e su una percezione cosmica dell’esistenza. La scrittura di Flavio Vacchetta procede per accumulo, spesso per giustapposizione, rifiutando una costruzione lineare e preferendo un andamento frammentario, talora dissonante, che rispecchia una soggettività inquieta e non pacificata.

Il verso alterna registri molto diversi: momenti di invocazione o preghiera convivono con scarti ironici, immagini crude, inserti colloquiali e improvvise torsioni visionarie. Ne deriva una lingua irregolare, volutamente esposta, che non cerca la misura classica né l’equilibrio formale, ma tende piuttosto a restituire una pressione emotiva continua. La reiterazione di immagini legate ai corpi, ai cadaveri, alla sofferenza fisica e alla decomposizione non ha funzione puramente provocatoria: sembra piuttosto costituire un tentativo di sottrarre la morte all’astrazione, riportandola a una concretezza insistita, quasi quotidiana.

Accanto a questo asse, è costante la tensione verso un “oltre” che assume forme molteplici: il riferimento cristiano, il dialogo con Dio, l’iconografia evangelica, ma anche l’immaginario astronomico e cosmologico. Lo spazio celeste e quello religioso non si risolvono però in una prospettiva consolatoria: restano luoghi interrogativi, attraversati dal dubbio e da una fede continuamente rimessa in discussione. In questo senso, la figura della “pecora” – evocata già dal titolo – sembra alludere a una condizione di smarrimento più che di appartenenza, a una ricerca che non trova facilmente approdo.

La raccolta include testi di diversa densità e tenuta formale: alcuni componimenti si distinguono per efficacia immaginativa e capacità di sintesi, altri appaiono più prossimi al flusso verbale o alla notazione diaristica. Questa disomogeneità è parte integrante del progetto: 99 pecore non mira a una compattezza stilistica, ma espone senza filtri una materia esistenziale eccedente.

Nel complesso, il libro si configura come un percorso che procede per urti, ritorni e deviazioni. Il lettore è chiamato a sostare più che a comprendere, a orientarsi dentro una voce che non chiede adesione né consenso, ma attenzione.

domenica 4 gennaio 2026

"Mi leggi senza accorgerti che stai leggendo"

Alberto Pellegatta, Piccola estate, Guanda 2025

recensione di Flavio Vacchetta


Mi pare che la poesia di Alberto Pellegatta conceda relativamente poco al lettore. Probabilmente quello "ignorante" (me compreso) all'inizio avvertirà cedere alquanto la terra sotto i piedi. Nulla di trombonesco o apertamente intimidatorio, ma certo il peso degli impliciti, dei rimandi occulti o poco spiattellati, grava il lettore, che non si sente propriamente accolto e coccolato nel confortevole cantuccio di un luogo ameno. D'altronde "non sarà rilasciato alcun diploma dopo la lettura di / questa poesia". Diciamo che è una poesia (o prosa) che non scende a compromessi nemmeno con sé stessa.

"Mi leggi senza accorgerti che stai leggendo". Ecco, questo è un obiettivo che potrebbe essere molto interessante per la poesia di oggi, specie quando ancora si preoccupa di sembrare poesia. Cionondimeno, v'è un riconoscibile filo metapoetico: in Ars poetica, nell'apparente insegna del "non so cosa voglio" che richiama famose dichiarazioni "negative", le parole avanzano "verso il passato, controvento / come gli uccelli di Picasso", ma io ravviso, in questo mo(vi)mento, uccelli escheriani, che sono volatili o pesci, e cielo o acqua; oppure immagino gallinacei incedere scattosi e feroci come magiche trasmutazioni dei loro antichi progenitori dinosauri. È anche la copertina (non so se vi abbia avuto voce l'autore) a suggerirmi questa immagine di uccelli terricoli che incrociano le loro impronte sulla sabbia, a sottolineare l'impermanenza del tutto. V'è anche il moto, in parte, opposto, dove per es. si inclina a un succedaneo della monumentalità, e cioè a una, più modesta, mineralità, quando il poeta si figura pietra, roccia, scoglio, sassolino, ghiaia… D'altronde, le impronte possono a volte fossilizzarsi e permanere nei millenni. Le metamorfosi appaiono mirabili quando avvengono sul momento, ma lo sono ancora di più quelle impercettibili delle ere geologiche. Per questo non bisogna avere timore dei versi che non si affannano a dimostrare nulla nell'istante, ma lavorano come l'acqua con il calcare a produrre fantastiche concrezioni in salita o in discesa, a scavare le pietre e così via. Ciò che non ci si concede subito è spesso più desiderabile, come si sa.

Ovviamente, non si tratta di una poesia (o una prosa) che rinuncia al controllo, anzi vi è un accorto uso delle figure retoriche: per es. nel testo ispirato all'attentato di Capaci, auto "ricoperta dall'argilla dei depistaggi", "tubercolosi della terra", "sole eversivo", "velenoso profumo dell'oleandro", "l'elicottero trasporta lì sopra il tramonto" ecc. C'è, come dicevo a proposito dell'acqua, un lavorio incessante, fatto di scostamenti dalla semantica comune, con tocchi ironici e surreali, che andrebbe indagato ben oltre questa che non è nemmeno un'introduzione ma solo un'impressione. 


venerdì 2 gennaio 2026

"il vero mare è oltre"

Giuliano Raimondo, Tutto + uno, Marco Saya 2025

recensione di Flavio Vacchetta






La poesia dell'amico Giuliano Raimondo è gradita spontaneamente.

Non si devono cercare complicate strutture in quanto si tratta di toni vari, a volte più lirici e intimistici, altre volte narrativi, e poi umoristici, caustici, a volte si tratta di un miscuglio di questi toni, anzi forse questa mescolanza è una delle caratteristiche. La poesia dev'essere una cosa semplice, un modo semplice di essere ed agire, un modo sorgivo, un'attitudine direi primordiale, infantile, di chi cammina, guarda, osserva, si meraviglia e non può che esprimere ciò che l'emozione gli suggerisce e gli detta istantaneamente.

Il labor limae, per quanto una certa riflessione e cautela nel proporre al lettore

una cernita sia auspicabile, passa in secondo piano rispetto alla preoccupazione

di cogliere l'essenza come istantanea.

Anche la forma, nel senso dell'aspetto grammaticale, sintattico, lessicale mi pare

una conversazione colloquiale ed amichevole.

La creatività risiede quindi più nella singolarità dei soggetti poetici, nella varietà di toni musicali liberamente accostati essendo il nostro Giuliano noto contrabbassista jazz con lunga esperienza alle spalle.

A riguardo cito la poesia di p. 88:


non abbandonare

il tuo free-jazz

cosa importa se

sei arrivato negli empirei

del bel suono

qualche volta – ricorda –

togli la cravatta vieni

a nuotare con me.


Fondamentale fonte di ispirazione per l'autore sono le passeggiate poetiche.

A p. 48 leggo:


Dall'alto si contempla il mare

che sfuma verso isole invisibili

polveri a mulinelli s'alzano

per socchiuderti gli occhi, affannarti

il respiro,

sollevare la paura di un fuoco

che ancora fuma sotto cenere

grigia.


E a p. 49:


là sotto il mare, i mercati

di Ventimiglia Vallecrosia

l'Aurelia fiume

dietro le case a Nervia

ed il torrente d'acque risorte

negli stagni della foce

riflette lastre di luce (…)

giunge di là la brezza

ai miei trecento ulivi, a mezzogiorno


Con passione ed interesse leggo a p. 103:


mettimi pure in un bacio

confezionami

mettimi foglietto

nella stagnola argentata


prima o poi un amante

del cioccolato

darà uno sguardo


non puoi parlar d'amore

a un carrarmato (…)

il vero mare è oltre

queste ondine (…)


L'amore, anche sotto forma di erotismo, non è trascurabile, sempre con connotati giocosi solari divertiti a volte appena imbronciati.

Leggo a p. 101:


ho il corpo arenato nella fatica

del lavoro

mi frulla in testa la parola

pantegana


ed ogni un tot di attimi

si affacciano endecasillabi sconci


è chiusa l'officina del poeta

ma oggi ho avuto questi versi erotici

i segni sulla pelle mi rinnovano

le gioie dell'amore.


Mi pare di capire che la caratteristica poetica dell'amico Giuliano è la curiosità

l'avventura, la variazione fervida, le trasformazioni, la ricerca dei modi migliori

per far stupire con una certa sprezzatura ironica e giocosa della sua apprezzata

clientela musicale e alimentare (l'autore gestisce da tempo un famoso ristorante

in quel di Dolceacqua in Riviera ponente ligure).

domenica 23 novembre 2025

Un travaso di voci, una trasfusione fra le età

Silvia Rosa, L’ombra dell’infanzia, peQuod 2025

recensione di Flavio Vacchetta


Questo libro di Silvia Rosa, in un certo senso monotematico, è denso di vibratili immagini, irto di accese metafore, saturo di contrasti, forse a secondare l’urgenza espressiva, che colma e deborda la misura dei versi. E la prima grande collisione è quella tra le epoche della vita, perché le poesie non sono semplicemente memoriali, ma c’è un costante dialogo tra la condizione presente e quella passata, in cui le dimensioni sono reciprocamente pervasive. A volte ci sembra di essere solo osservatori di un passato lontano, di un mondo infantile e adolescenziale che contempliamo con malinconia, con affetto, con rimpianto, con vergogna e senso di colpa; per quanto l’infanzia ci formi, oggi siamo altre persone, diverse e intere così ma, a volte, il passato ci inghiotte e ci fa regredire. Così qui si percepiscono due voci, non pienamente concordi, un po’ dissociate, diverse nel tono, nell’immaginazione, nella percezione e nella consapevolezza del mondo. L’una è quella infantile, l’altra è quella adulta, e non c’è un rapporto unidirezionale; è come un travaso, o una trasfusione, di cuori comunicanti.

I traumi dell’infanzia non si cancellano ma si sopportano, non si curano ma si possono esprimere.

L’espressione è un passo importante, che prelude alla ricerca di una comunanza o solidarietà, sebbene piuttosto esclusiva ("Madri matrigne", "adulti", "dio", "aiutanti magici", "altri bambini", "maestra": nessuno sapeva, nessuno era presente, nessuno capiva). È il "decalogo di sopravvivenza per bambine sotto scacco", ed è il "noi" rivolto alle "sorelle" di sventura, segnate da una sorta di "lettera scarlatta". La sentenza appare chiara, e fuor di metafora:
 

Ma non si può

spiegare, sorelle mie, non possono comprenderci,

e per questo non sanno quel che dicono.

E per questa via si può almeno deporre "il vessillo delle vittime".

La stolidità sembra peraltro un tratto tipico di coloro dai quali pure si spera un aiuto, un conforto, come il prete a cui la bambina chiedeva, invano, una benedizione per Maria, la tartarughina defunta. L’asino Balthazar, nel capolavoro di Robert Bresson, almeno la ottiene, sebbene sia il preludio a una struggente parabola cristologica accompagnata dalla sconfinata malinconia dell’Andantino della Sonata D959 di Schubert. Così Maria finisce in un tombino, nella speranza di un suo ritorno al mare: e in questo ci si vede la pietà, spontanea, di un bambino (che peraltro sa anche essere spietato). Anche l’insistenza con cui la bambina estorce un giuramento di non dimenticarsi di lei a un bambino conosciuto per caso in montagna (e mi sovviene di nuovo il giuramento d’amore di Marie e Jacques all’inizio di Au hasard Balthazar), è un’ennesima richiesta di aiuto, sotto forma di fuga nell’immaginazione di salvezze in futuri alternativi. La realtà è invece amareggiata dallo stillicidio di azioni e parole, di opere e omissioni, con cui gli adulti, con troppa leggerezza e ottusa inconsapevolezza, calpestano i sentimenti della bambina, sia pure nei loro ragionevoli conati di "addomesticazione".


"Ma tu le guardi le nuvole? Non vedi come

cambiano i contorni?" E giù a indovinare

le loro mille forme. Ma io sapevo che quel fare

innocuo era un mimare acerbo il gioco della

morte.


Può darsi che, nella sua acerbità, questo sentimento alberghi in tutta l’infanzia, o forse è una sorta di onere spettante solo a qualcuno, non saprei.

Infine da queste poesie esce un quadro di sostanziale sfiducia nei confronti dell’umanità.

Ognuno può trarne la lezione che vuole, e per me è l’incomprensione che regna sovrana nei confronti dei drammi, o non drammi, dell’infanzia: guardi una tua foto di bambino, e non ricordi, non riconosci. Come speri che possa farlo qualcun altro?