recensione di Franco Gallo
Il nuovo lavoro di Alberto Mori (Framing, Fara Editore, Rimini 2026) si articola in sei parti (INQUADRATURA, APERTURA, COLORE, LUCE, ARIA E SORVOLO, SUONO E CORPO), introdotte da un componimento fuori schema di battute in corsivo virgolettate (p. 9), che richiamano un pattern ricorrente in apertura di ciascuna sezione, dove si trasformano in un dialogo tra due operatori di camera e/o videorecording, dubbiosi sulle scelte e stupefatti di quanto si manifesta ai loro sensi e mezzi di riprea.
L’esergo, come ci si poteva attendere dal titolo, richiama alcune considerazioni di Erving Goffmann. Accompagna il volume uno scritto in chiusura di Amedeo Anelli.
Il volume ci è parso interessante per più aspetti. Il primo, è che la frame analysis per come si sviluppa oggi si sostanzia come una critica dell’ideologia (per usare un linguaggio proprio della mia generazione) nel quadro della sociologia della politica e della comunicazione, in effetti accentuando la capacità dei frame di fungere come principi organizzativi e narrativi dell’esperienza e come metri costantemente attivi negli impliciti linguistici e nella presupposizione del senso delle azioni e delle attese dei destinatari del messaggio.
Con tutto questo, diventa di fatto una forma applicativa di una critica psicologica e sociale che si avvale in forma evoluta e multidisciplinare del principio della Gestalt e della teoria foucaultiana, hardtiana e negriana del potere come attivazione e non come divieto.
I frame di Mori sono invece estrinseci rispetto a ogni discorso di interpretazione politica e narrativa del reale, muovendosi su due piani distinti: uno, quello dell’apertura spregiudicata del piano percettivo in forme indipendenti dall’ordinario sguardo e quindi dagli effetti del framing sociopsicologico indotto dalla comunicazione e dalla politica di massa come elemento attivo della comprensione dell’evento; l’altro, quello del reinserimento cosciente e soggettivo di questa apertura in un processo secondario, di confronto con un decorso reale che li riporta nel tempo collettivo.
Quindi, e questo sia un altro aspetto di interesse, mentre i frame goffmaniani chiudono i soggetti dentro i loro mondi prerappresentati, quelli di Mori sembrano voler aprire autore e lettrici/lettori a un nuovo nesso imprecisato con il mondo.
Che siano istantanee sintesi di elementi convergenti nello spazio sensoriale (Nuvola nella nube, p. 37), cronache della deformazione poetica del percepito (La proiezione stempera, p. 43), ammirato equilibrismo linguistico per la perizia di performer musicali (pp. 62-63), i frame sono tutti esorbitanti la sfera dell’immaginario e si riconnettono potentemente all’ingombrante dimensione del reale, che emerge perfino dall’unico testo esplicitamente evocativo della semiosfera socialmediatica e suo ritratto al vetriolo (Satura d’eccesso, p. 53).
Come un enigmatico accenno alla trasposizione esecutiva di questo testo di Mori stanno due pagine (pp. 58-59) di scritture non convenzionali che paiono tanto andare verso l’idea della distillazione di cellule genetiche della poesia a partire dalle iniziali delle parole, trasposte in maiuscola in più casi e unite le une alle altre secondo un’agglutinazione straniante, quanto rimandare a marche esecutive di gesto che apprezzeremo certamente nell’oralità estemporanea del poeta. E questa promessa è senz’altro un terzo rilevante motivo di interesse.
Framing, con tutta questa costruzione e sovrastrutturazione, non sfugge alla tipizzazione delle marche autoriali e non rinuncia dunque ad alcuni preziosismi caratteristici di Mori, a cominciare dal marchio di fabbrica dei neologismi sostantivali o aggettivali derivati da verbi o dei neologismi verbali desunti da sostantivi, il tutto con il consueto apporto di prefissi (es. divago, p. 42; sbucci, p. 52; insolcate, ivi; incoltrita, p. 38; orizzonta, p. 27), senza dimenticare i frequenti impieghi ectopici dei verbi e le figure di contrasto (es. … fuoco innevato / incendia sulla lingua del gelo).
Questa maniera di Mori ci dona i suoi licks, come direbbero i chitarristi blues, le tipicità del suo fare poesia che se è intellettualità e riflessione è anche diletto, piacere del maneggio della parola e sempre di più un soffermarsi sul gusto del dire. Ma di Framing non possiamo sapere di più fino a quando non ne vedremo una performance che ci dirà quale sia la sua intima biologia molecolare, evocata da un esplicito CTGA (per chi non lo ricordasse, la sequenza della basi azotate del DNA, p. 58).

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