“bruciarli alti sui roghi, all'aria aperta” (Sulla strada per Leobschütz)

Daniele Santoro, Sulla strada per Leobschütz, poesie, nota critica di Giuseppe Conte,
Milano, La Vita Felice, giugno 2012

nota di lettura di AR

C'è una forza tellurica, in questo libro di Santoro, che ci schianta. Il male che l'uomo privo di ogni compassione sa coltivare, dilatare, sistematicamente attuare su scala sempre più ampia, mette in stallo persino Dio; nascosto, senza nome e al tempo stesso ombra (illusoria?) di una “bellezza che dia senso” e ci stupisca come sa fare “il pieno delle stelle immenso il firmamento” (da La libertà dell'uomo, p. 54).
Giustamente Giuseppe Conte nella Prefazione osserva che questi sono versi etici ed epici.
Santoro ci “congela” alla crudezza dei fatti riportati dai superstiti della Shoah: ce li offre come potrebbero riferirli con la loro burocratica indifferenza i carnefici, anche nella loro aura pseudoscientifica e “igienica”, e i versi risultano precisi, colpi ben assestati alla nostra fiacchezza morale di europei al tramonto, a volte (ma i poeti, come santi laici, ci aiutano a trovare le energie addormentate latenti in ciascuno di noi) con una umanità narcotizzata dai media e una solidarietà a tempo e lagata ai grandi eventi.
Il metro della raccolta è variabile, ma sono presenti gli endecasillabi e il settenario doppio, perché queste immagini dure sono sostenute da un ritmo potente, che a tratti le lascia sospsese per poi riprenderle conferendo ad esse una vibrazione che le fissa, le inchioda al nostro cuore con l'energia del fuoco: “glielo strappò di mano e se lo ficcò in bocca / masticò feroce / feroce come l'animale, gli occhi scarni / e spalancati fissi su quel moribondo che / giaceva a terra” (da La distribuzione del pane, p. 22)
Ecco, possiamo dire che il lettore, percorrendo queste pagine, ne uscirà marchiato, certo più consapevole dell'importanza di non “accantonare” gli orrori della storia di ieri, né di sorvolare tantomeno su quelli che anche oggi in molti luoghi di questo tragico pianeta ancora accadono: “sta per cadere, guardalo, barcolla / gli occhi gli si strabuzzano di brutto / il teschio gli si piega a manico di ombrello” (da La conta, p. 31).


1 commento:

Raf ha detto...

Certo, da qualche breve citazione trapela un po’ della forza che a questi testi riconosce Ramberti, ma non potendo dire che questo del libro recensito, voglio dire della recensione, che, simile alla mia critica operazionale, mira a tirare a fiore le operazioni della poesia, che per lo più sono macro-operazioni, attribuibili cioè non a singoli componimenti o a singoli tecnemi, ma alla silloge nel suo insieme. Sicché, nel mostrare la potenza della poesia, il critico stesso dimostra una potenza di scavo e di esibizione di essa. Complimenti.
Domenico Alvino