Su Kairos di Sebastiano Adernò


  FaraEditore, Rimini, 2011
recensione di Vincenzo D'Alessio
  I Poeti hanno nell’anima una tremenda eredità fatta di ascolto. Già nati, il Tempo,  instilla in loro l’effatà  della dimensione Naturale che altri non odono. Gli fornisce il sapore amaro della mancanza della perfetta gioia. Li arma d’ironia per difenderli dalla realtà ontologica. Gli lascia intravvedere l’intrigo del labirinto dei sentimenti umani, dal quale potranno uscire solo volando con ali legate con cera d’api: i piccoli insetti che attingono di fiore in fiore il nettare e impollinano le essenze per la continuità delle specie.
  Kairos è la nuova raccolta poetica di Sebastiano Adernò: magmatica, forte e possente nell’aderenza alla parola vera. Poeta che intrattiene il dialogo con il lettore in modo corretto: “Discendo da oracoli  /  capaci di fermare gli elefanti,  / ma non il Tempo” (pag. 16). L’oracolo discende nel Caos per dare risposte ispirate a colui che chiede: è questo il tempo giusto, il mio tempo?  Purtroppo in passato le risposte degli oracoli erano quasi irriconoscibili nel senso, anche se poi la realtà si congiungeva con quanto avevano sentenziato. Il Nostro autore affronta, in una palingenesi, la difficile strada del resoconto esistenziale: “nessun inganno  /  toccherà l’illusione  / in cui giace il mio orgoglio” (pag. 18).
  “Così Dio calò il filo a piombo: / una buona azione / non deve avere intenzione” (pag. 15). Il verso riportato è quello che apre il libro. Dà la chiave che regge l’intera raccolta: in quale modo, Dio (cristiano o energia del cosmo), assiste l’esistenza di ogni essere vivente? Il simbolo che per primo viene alla mente è quello del filo a piombo con la squadra, quello dei muratori, che diverrà poi della Massoneria. Allo stesso tempo la verticalità tra  cielo-terra-cielo, richiama il simbolo della Croce. La buona azione, senza secondi fini, è il Bene? Certo che in mezzo agli uomini è quasi impossibile fare azioni senza altre intenzioni: non verrebbero capite! Anzi si rischia proprio di cadere in quell’assunto che il Nostro recita nei versi che seguono: “Al ramo più robusto / pende il torsolo / di un Cristo mai colto” (pag. 19).
  Solo pochissimi Santi (“il Santo afferra il permesso”, pag. 56) hanno saputo vincere il peccato originale (la mela/il torsolo) e “cogliere” il seme della Parola che Gesù Cristo ha rivelato e tramandato negli scritti evangelici, facendolo divenire: “miracolo veste la mia Chiesa. / Ogni giorno il verbo si fa carne/macello” (pag. 56). Tempo giusto di riflessione, di fronte al “Dio sano e matematico / capace di giustizia” (pag. 21)?  
Le analisi sono tante: dal gesto iniziale della propria nascita “11 maggio 1978” (pag. 26), al susseguirsi delle vicende esistenziali:  sé stesso (pag. 30); la madre (pag. 31); il padre (pag. 33); e “il tracciato di Marta” (pag. 41) che emblematicamente fissa le coordinate  del Tempo (chronos) che scorre e del Tempo (kairos) della serenità. Pone finalmente,  l’uomo (il poeta) di fronte al presente, sospeso nella lotta, con alle spalle Aion, l’eterno, nel quale tutti si perdono, e il respiro della nuova creatura, la sua: “(…) il mio pianto si vestì di madre / e tuo padre ti portò al petto / come il sacro di una preghiera / appeso al collo  da una croce” (pag. 41).
 Adernò  esprime in  questa raccolta il desiderio della sosta, dell’attimo eterno, del desiderio di riposare l’anima, nel cammino della poca luce (la lucerna della conoscenza) mentre intorno incalzano le tenebre della non conoscenza: “(…) Ed è un continuo, sono stanco / voglio che tutto, per molto stia fermo / io compreso / (…) perché tutto deve stare fermo, / soprattutto il tempo” (pag. 29).
   Nei versi del Nostro c’è un pensiero filosofico antico.  Partendo dall’immagine di un Dio, architetto dell’Universo, per finire alla contemporaneità della Parola (Emanuele Severino) “che non necessita di prospettiva / per spiegare sé stesso” (pag. 56).
   Verità profonde e lancinanti. Così come enuncia nell’introduzione alla presente raccolta il critico letterario Massimo Sannelli: “Il libro scatena questi collegamenti: III assunto e Palingenesi, Giuda e Castigo, A me stesso appartengono alla religione dell’estremo – l’estrema lucidità, che è totale e fa soffrire –, disperata e disperante.” (pag. 8)
  Per me stesso ho avvertito il desiderio di avvicinare il canto di Adernò, di questa raccolta, ai versi immortali del Nobel Salvatore Quasimodo:
 “(…) Chino ai profondi lieviti / ripatisce ogni fase, / ha in sé la morte in nuziale germe. /  Che hai tu fatto delle maree del sangue, / Signore? – Ciclo di ritorni / vano sulla sua carne, / la notte e il flutto delle stelle.” (L’Anapo, Poesie, Newton, 1996)
 

               
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