martedì 28 dicembre 2010

Su Colibrì di Anna Maria Tamburini

recensione di Maria Lenti
uscita in «Il Convivio anno» XI, 43, Ottobre-Dicembre 2010

Anna Maria Tamburini, Colibrì, Prefazione di Gianfranco Lauretano. Postfazione di Loretta Iannascoli, Rimini, Faraeditore, 2010

Qualche sfumatura della poesia di Anna Maria Tamburini, che esordisce con questo delicato Colibrì, mi richiama d’emblée Emily Dickinson: per quell’ape, la “dissoluta di rugiade / che calici deliba / nel visibilio di aromi / di frutteti d’oriente” in Tamburini, “abitante del trifoglio” nella poetessa americana?
Direi per una atmosfera di rarefazione e di concretezza, due termini solo in apparenza antitetici essendo che entrambi si negano, e si rafforzano, proprio all’espandersi del verso. Che, generalmente, in questa autrice conosciuta come saggista e studiosa di teologia, è centellinato nella sezione “sull’equoreo seno”, ma distillato in tutte le altre tre sezioni, filtrato dalle impurità. Intendo dire che Anna Maria Tamburini mira, e ci riesce, a dare la sensazione pura di un pensiero puro, non di rado conclusi in sinestesia: «e tu rubami / l’attimo - se riesci - / il colibrì / fuoruscito da strati / del vissuto, /  il cuore che palpita all’attesa, / all’incrocio degli incontri, / all’erta» (ecphrasis).  
Pensiero puro, nel senso di privo di scorie, di aporie, il quale si distende ad incontrare verità e nuclei di possibili punti di partenza e di arrivo della stagione umana e terrena, che tale non resti per andare oltre l’evidenza, oltre una verità decantata verso una verità più ferma.
Dio, certamente. Può essere l’amore, l’incontro e la resa, l’attesa e il dono. Probabilmente la natura, contenitore e prima culla. E, a lato, una vicinanza creaturale a scaldare come un seno, ad accogliere come un ventre, a salvare come acqua. (Una parola, peraltro, che torna anche sotto altre forme e stati: solida di gelo che impedisce il dire e il dare; aeriforme, come desiderio di altezze, di volo).
Pensiero puro pieno di serenità, meglio di aponìa se il termine non si legasse in linea diretta alla dottrina epicurea.
Introiettata per lunga conoscenza, è serenità di ritrovata innocenza. L’autrice ne mostra i risvolti, le possibilità. Per toccarne alcune si affida all’anima (“ama e altro chiede // è più su e si eleva”), la cerca e la restituisce, appunto, distillata. In una poesia tutta personale che risale al (e discende dal) magistero di alcuni poeti cristiani del Novecento, tra i quali padre Agostino Venanzio Reali: l’incontro dello studio universitario di Anna Maria Tamburini, che è valso a rendere più larga la sua strada di riflessione, anche poetica.

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