Cinque domande a Domenico Cipriano


sul libro Novembre Transeuropa 2010.

di Antonietta Gnerre

La poesia di questo poemetto è ispirata dal tragico terremoto dell’Irpinia del 23 novembre 1980. Un terremoto che trasformò la nostra terra i nostri sogni le nostre speranze. Scrive Domenico: “un pezzo della mia vita e di quella delle persone di questi luoghi dove ho vissuto l’infanzia e la crescita e continuo la mia esistenza”. Un libro che ripercorre quel terribile dolore a pochi giorni dal trentesimo anniversario di quella calamità.


Il libro Novembre è ispirato dal tragico terremoto del 23 novembre 1980, un pezzo della tua vita che cammina ancora nei tuoi pensieri. Ci puoi raccontare la nascita di questo libro?

“È una sequenza di poesie, o meglio un poemetto, che ha avuto una gestazione dolorosa e lunga. Era un processo che dovevo attraversare con la scrittura, nell’idea concreta di una poetica della realtà che perseguo da anni e di cui credo sia la vera poesia di cui abbiamo bisogno. Essa ha il ruolo di far sentire le cose, il mondo che ci appartiene, e dare un contributo ulteriore e diverso dalla cronaca che conosciamo, cercando di dare un significato profondo ed emotivamente forte ai fatti della nostra contemporaneità. Il terremoto è stata come la guerra per le generazioni che ci hanno preceduto, il nostro 11 settembre, è stato lo spartiacque tra due epoche recenti e ho ritenuto fosse doveroso non dimenticare quei momenti per riflettere sull’oggi, e la poesia è la risposta di questo processo.”


Scrive Antonio La Penna nel saggio introduttivo: “I numeri dei versi corrispondenti a un jeu de chiffres: le strofe sono 23, perché la data del terremoto è il 23 novembre; ciascuna strofa è di 7 versi e il prologo è di 34, perché il terremoto scoppiò alle 7 e 34; l'introduzione poetica è di II versi, perché novembre è l'undicesimo mese dell'anno”. Ciò accadde in un novembre lontano ma sempre presente nella tua vita.

“In ognuno di noi che ha vissuto quell’esperienza i segni sono evidenti anche se camuffati. Così si nascondono in gesti, in pensieri notturni, custoditi come sono nel nostro animo. Novembre è presente nella vita di questa provincia da quel 23 del 1980. Siamo portati a ricordare gli eventi attraverso le date, ma le date nascondono i fatti, in primo luogo, e soprattutto le sensazioni emotive che abbiamo vissuto e ci appartengono. Ho pensato che ripartire dall’ossessione della data e dall’ora del sisma fosse il modo migliore per fissare le sensazioni, dargli percezione in modo più incisivo.”


Sottolinea il latinista Antonio La Penna: “Il terremoto del 23 novembre 1980, che coinvolse e in buona parte distrusse Campania e Basilicata, ha lasciato molte tracce nella letteratura irpina degli ultimi decenni: fu un'esperienza traumatica incancellabile nella memoria; in certi casi sembra una ferita aperta”. Quanto è ancora aperta questa ferita in te?
“La letteratura celebra anche eventi che lasciano tracce indelebili nella vita di una comunità. Chi scrive, soprattutto poesia, cerca di recuperare quell’emotività perduta, il sentimento contro il sentimentalismo falso che ci è sempre più trasmesso in questi anni. Una ferita aperta può essere l’occasione di ripercorrere e vivere con più coerenza la nostra breve esistenza, dobbiamo farne esperienza, per comprendere la forza emotiva che ci anima e che non dobbiamo perdere, la poesia aiuta anche a questo, a non perdere la nostra capacità di sentire ciò che viviamo.”


Qual è il verso più incisivo della raccolta?
“C’è una parte della raccolta che diventa poesia di denuncia, un termine difficile per il ruolo che ha la poesia, ma spero di essere riuscito a rendere in poesia anche la riflessione sugli errori, le occasioni perdute. Ma sicuramente significativo è un verso della prima “strofa”: «la terra che trema / riempie memoria», è una delle chiavi di lettura di questo lavoro.”


Non c'è modo di custodire il passato senza turbare il presente. Sei d'accordo?
“Sì, in effetti occorre avere il coraggio di rivelare il passato per dare un senso concreto alla nostra memoria, anzi ciò dovrebbe essere un monito per le generazioni future, per conoscere il nostro passato in modo chiaro, senza mistificazioni ed elegie fasulle. Turbare il presente serve ed è importante per non dimenticare i tratti fondamentali della nostra storia contemporanea di cui facilmente siamo portati a dimenticare le lezioni profonde, anche se sono state dolorose.”
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