Aiutami a truccarmi di versi mai scritti (Lucetta Frisa)

Analisi del valore del ricordo che come elemento insostituibile di un puzzle è lì al suo posto oppure ce lo mettiamo noi, magari ad anni distanza, magari de-formandolo, o meglio ri-formandolo per adeguarlo al nuovo disegno che il nostro vissuto ha composto (e qui disegno e vissuto sembrano alternarsi nel ruolo di soggetto e oggetto). Il ricordo (non solo mentale, ma anche istintivo, dei sensi) è dunque il permanere più o meno alterato del passato, la memoria che ci dà consapolezza di quel che siamo e quindi ci fornisce la materia dei desideri, della nostalgia, delle proiezione e delle emozioni. Tutto questo viene giocato con una giusta dose di ironia, efficaci understatements e riusciti colpi di teatro: «neurone cellula fibra / appare / appena raschio l'intonaco / ombra tagliata di striscio», «Vorrei cambiare vita / abitudini faccia casa stile /in poche parole: morire.», «Voglio un luogo di pace nella mia pelle. / Nessun luogo è beato – mi dici – / si tratta solo di scegliere tra inferni.»


da L’altra di Lucetta Frisa (Manni, 2001)

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Dove sta il ricordo
in quale casa
in quale mattone
neurone cellula fibra
appare
appena raschio l'intonaco
ombra tagliata di striscio
e non parla italiano
nessuna lingua di padre o madre.

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Vorrei cambiare vita
abitudini faccia casa stile
in poche parole: morire.
Ricominciare
con uno scarabocchio stupefatto.

Aiutami a comperarmi abiti nuovi
aiutami a truccarmi di versi mai scritti.

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Impazzisci, impazzisci –
è una questione di millimetri.
I pensieri sotto il respiro
l'occhio sottoterra
non resistono più di tanto
– se ne vanno.
Che aria tira nella mia nicchia
nel pianto
tra le parole terapeutiche
che aria c'è?
Voglio un luogo di pace nella mia pelle.
Nessun luogo è beato – mi dici –
si tratta solo di scegliere tra inferni.

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Làsciati andare
spegni la luce
andare dove
dove si va
dopo l'ingresso nei sogni?
Qualcuno veglia ferocemente
o è solo un velo appena mosso.
Non si sa.
Anche i sogni si aggirano in prigione
anche le stelle.
A volte le parole comandano
tra loro si parlano
strappano dalla testa grovigli
e se ne vanno sfondando buchi
– piccoli universi
dove stavo prima di loro.

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Scrivesse in follia i veri saggi non scrivono sono
la loro parola gli animali non scrivono
sono dentro di loro perfetti nessuno che voglia
cancellare il mondo neppure cambiarlo o rimpiangerlo
una radiografia la sua scrittura
di nervi e sinapsi, il dono vorrebbe
– sacro – di non scrivere quello che non si può.

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Se avesse un dono
per strisciare biscia a terra
amore avesse come a piedi nudi si va
verso un tempio o gli uomini
Dio avesse
follia avesse
voragine nello stomaco affamato di esistere
esistere anche nel buio con le labbra morsicate
(ricorda solo scene d’infanzia come sogni)
avesse il dono della realtà
e volesse incendiarla
non lasciarla mai illesa, mai in pace
quando era viva con la sua prima parola
la sua prima poesia la sua prima morte
e non così lontana
fatta insensibile dalla malinconia
in una stanza riscaldata.

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Dobbiamo avere dignità
– perché si parla solo coi morti i folli gli spiriti delle cose
balorde e inutili –
la muta dignità degli animali morenti.

Così si dissero quella sera
incoronandosi re e regina
davanti alla notte.

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L'oscurità ha le sue mappe di materia
perché allora non parlare della luce
non sa come rispondere per lei è la stessa cosa
perché i vuoti si colmano e ritornano vuoti
secondo i suoi pensosi umori.
Non si chiede più da dove viene
e soprattutto dove andrà:
il futuro è un po' di luce atterrita.
Il cielo del sogno scioglie i nodi
e lei non sa se sta dormendo o veglia
o se follia la culla.

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Ciò che qui non appare è anche altrove materia
materia la luce che come notte scompare
e il volo radente del nero lunare
prende nella sua scia e si resta muti
sapendo che sottoterra siamo nati
e in mezzo alle parole non c'è fiore.

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Le nuvole avevano colori le venivano addosso
a volte bianche a volte oro rosso lei si fermò
le bastò un brivido un colpo di vento e grazie disse a voce alta
grazie a voi nuvole entrate con prepotenza nelle mie lacrime.
Non nascerò più, pensava, ora sto nel respiro del colore
di una mente appena morta che deve assestarsi così per secoli
per secoli ragionando in lingua atona bianca.
Non scrisse più. Non seppe più scrivere. Non ricordò neppure l'alfabeto.
Dunque, dicono di lei, che non ebbe più parole.

Solo visioni.


Lucetta Frisa è nata e risiede a Genova. È poeta e traduttrice. Tra i suoi più recenti libri di poesia: La follia dei morti (Campanotto, 1993), Notte alta (Book, 1997), L’altra (Manni, 2001), Disarmare la tristezza (Dialogolibri, 2003), Siamo appena figure (GED, 2003) e Se fossimo immortali (Joker, 2006). Ha tradotto Emily Dickinson, Henri Michaux e due libri di Bernard Noêl (Artaud e Paule, 2005 e L’ombra del doppio, 2007), entrambi per la collana I libri dell’Arca delle edizioni Joker, di cui è curatrice insieme a Marco Ercolani. Collabora a diverse riviste come «La mosca di Milano» e «La clessidra» ed è presente in antologie, tra cui Il pensiero dominante (a cura di Davide Rondoni e Franco Loi, Garzanti, 2001) Trent’anni di Novecento di Alberto Bertoni (Book,2005), Altramarea a cura di Angelo Tonelli (Campanotto, 2006), La poesia erotica contemporanea (Atì, 2006) e Voci di Liguria (a cura di Roberto Bertoni, Manni 2007). In coppia con Ercolani, scrive libri di storie immaginarie e non, come Nodi del cuore (Greco&Greco, 2000) e Anime strane (ibidem, 2006). Con i suoi racconti per ragazzi collabora al quotidiano «Avvenire». Tra i diversi riconoscimenti, i più recenti sono il Lerici-Pea, 2005 e Angeli nel cielo del Cilento, 2007, entrambi per l’Inedito.
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