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mercoledì 19 agosto 2026

I versi di Alberto Mori ci aprono “a un nuovo nesso imprecisato con il mondo”

Framing reinquadrante e da reinquadrare: Alberto Mori tra derealizzazione della percezione e disseminazione di tracce performative

recensione di Franco Gallo


Il nuovo lavoro di Alberto Mori (Framing, Fara Editore, Rimini 2026) si articola in sei parti (INQUADRATURA, APERTURA, COLORE, LUCE, ARIA E SORVOLO, SUONO E CORPO), introdotte da un componimento fuori schema di battute in corsivo virgolettate (p. 9), che richiamano un pattern ricorrente in apertura di ciascuna sezione, dove si trasformano in un dialogo tra due operatori di camera e/o videorecording, dubbiosi sulle scelte e stupefatti di quanto si manifesta ai loro sensi e mezzi di riprea.
L’esergo, come ci si poteva attendere dal titolo, richiama alcune considerazioni di Erving Goffmann. Accompagna il volume uno scritto in chiusura di Amedeo Anelli.
Il volume ci è parso interessante per più aspetti. Il primo, è che la frame analysis per come si sviluppa oggi si sostanzia come una critica dell’ideologia (per usare un linguaggio proprio della mia generazione) nel quadro della sociologia della politica e della comunicazione, in effetti accentuando la capacità dei frame di fungere come principi organizzativi e narrativi dell’esperienza e come parametri costantemente attivi negli impliciti linguistici e nella presupposizione del senso delle azioni e delle attese dei destinatari del messaggio.
Con tutto questo, diventa di fatto una forma applicativa di una critica psicologica e sociale che si avvale in forma evoluta e multidisciplinare del principio della Gestalt e della teoria foucaultiana, hardtiana e negriana del potere come attivazione e non come divieto.

I frame di Mori sono invece estrinseci rispetto a ogni loro identificazione come schematizzazioni di interpretazione politica e narrativa del reale, muovendosi invece su altri due piani distinti: uno, quello dell’apertura spregiudicata del piano percettivo in forme indipendenti dall’ordinario sguardo e quindi dagli effetti del framing sociopsicologico indotto dalla comunicazione e dalla politica di massa come elemento attivo della comprensione dell’evento; l’altro, quello del reinserimento cosciente e soggettivo di questa apertura in un processo secondario (in senso freudiano), di confronto con un decorso reale che li riporta nel tempo collettivo.
Quindi, e questo sia un altro aspetto di interesse, mentre i frame goffmaniani chiudono i soggetti dentro i loro mondi prerappresentati, quelli di Mori sembrano voler aprire autore e lettrici/lettori a un nuovo nesso imprecisato con il mondo.
Essi piuttosto appaiono come congiungimenti autoarticolati e intersensoriali, ulteriori e anteriori rispetto alla ordinaria forma della cosa che la percezione annuncia; percepito certo non puro, ma fin dal principio spurio e derealizzante, e proprio per questo sospensivo del tempo ordinario, della costanza della sostanzialità con le sue gerarchie di elementi essenziali e accidentali. Ma qui appunto l’accidente diventa centrale, profilo nuovo che annuncia una piega diversa della cosa.
Che siano istantanee sintesi di elementi convergenti nello spazio sensoriale (Nuvola nella nube, p. 37), cronache della deformazione poetica del percepito (La proiezione stempera, p. 43), ammirato equilibrismo linguistico per la perizia di performer musicali (pp. 62-63), i frame sono tutti esorbitanti la sfera dell’immaginario e si riconnettono potentemente all’ingombrante dimensione del reale, che emerge perfino dall’unico testo esplicitamente evocativo della semiosfera socialmediatica e suo ritratto al vetriolo (Satura d’eccesso, p. 53).
Come un enigmatico accenno alla trasposizione esecutiva di questo testo di Mori stanno due pagine (pp. 58-59) di scritture non convenzionali che paiono tanto andare verso l’idea della distillazione di cellule genetiche della poesia a partire dalle iniziali delle parole, trasposte in maiuscola in più casi e unite le une alle altre secondo un’agglutinazione straniante, quanto rimandare a marche esecutive di gesto che apprezzeremo certamente nell’oralità estemporanea del poeta. E questa promessa è senz’altro un terzo rilevante motivo di interesse.
Framing, con tutta questa costruzione e sovrastrutturazione, non sfugge alla tipizzazione delle marche autoriali e non rinuncia dunque ad alcuni preziosismi caratteristici di Mori, a cominciare dal marchio di fabbrica dei neologismi sostantivali o aggettivali derivati da verbi o dei neologismi verbali desunti da sostantivi, il tutto con il consueto apporto di prefissi (es. divago, p. 42; sbucci, p. 52; insolcate, ivi; incoltrita, p. 38; orizzonta, p. 27), senza dimenticare i frequenti impieghi ectopici dei verbi e le figure di contrasto (es. … fuoco innevato / incendia sulla lingua del gelo).
Questa maniera di Mori ci dona i suoi licks, come direbbero i chitarristi blues, le tipicità del suo fare poesia che se è intellettualità e riflessione è anche diletto, piacere del maneggio della parola e sempre di più un soffermarsi sul gusto del dire. Ma di 
Framing non possiamo sapere di più fino a quando non ne vedremo una performance che ci dirà quale sia la sua intima biologia molecolare, evocata da un esplicito CTGA (per chi non lo ricordasse, la sequenza della basi azotate del DNA, p. 58). che appare come esito di una delle figurazioni di cui sopra dicevamo.

da Poesia cremasca moderna 

mercoledì 29 luglio 2026

Comporre il tempo tra il pensiero e la parola

Alberto Mori, Framing, Poesie

recensione di Maria Grazia Martina


Il poeta raccoglie i propri sguardi, i propri percetti, entro perimetri coreografici che sollecitano continui spostamenti della visione. 

Una ritmica mobile lega fraseggi, aggettivazioni e azioni. 

Le sezioni della raccolta sono precedute da incipit corsivi, paralleli ai movimenti della ripresa cinetica, con le indicazioni dei movimenti compiuti contemporaneamente dall’occhio e dalla penna: «transito infermabile nella mutazione». Questo verso (p. 61), come quelli a seguire, estrapolati da una trama di eventi inclusivi, condensa il flusso infermabile della scrittura: «presto rarefà dati trasparsi» (p. 53); «Mutazione sonora dellolfatto visivo» (p. 51). 

Il poeta, pagina dopo pagina, verso dopo verso, parola dopo parola, compone il tempo per scarti, contrazioni, digressioni. 

Procede per ossimori e irrelazioni: «Locchio composta immagine composita» (p. 44), dal noto allignoto: «Lo sconfinabile arruolato nellillimite ignoto» (p. 50). 

Indagini talvolta apparentemente deliranti, ma basta una sosta perché affiori, per un attimo, il luccicare del senso: «Per quanto tempo restiamo fuori dal tempo?» (p. 41). Una domanda perentoria nel circuito costante tra il pensiero e la parola, incantesimo dilatato da ogni orizzonte, follia della parola, follia dell'immagine generata, mai definita, mai incamerata, mai circoscritta, mai incorniciata. 

Tutto si dipana in direzioni multiple: «Risalgo appena sopra al confine… così?» «Vedi dove siamo ora?» (p. 23). In un non luogo senza percorsi mappati, ma nel caos di parallele e angolature lenticolari, di similitudini, parvenze, estroflessioni verticali, diagonali estranee. 

«Nella visione del tempo accade anche l'impassibile» (p. 9). È il verso chiave dellintera raccolta, che ho letto e riletto prima in avanti e poi allindietro, seguendo il moto quasi “acquatico” dellesplorazione proposta dal poeta. Uso questa metafora perché la sensazione è di viaggiare in mare aperto, agganciata a una penna resistente che fila a pelo dacqua fino in fondo, per «Attendere la perla sommersa della pescatrice» (p. 33). 

Più che agli aspetti stilistico-verbali ricorrenti nel linguaggio del poeta, mi sono attenuta alla cinetica di uno spazio mentale e visivo espresso nella sceneggiatura della raccolta. È qui che Framing rivela la propria forza: non nella definizione di unimmagine, ma nel suo continuo farsi e disfarsi, nel movimento incessante di una percezione che non si risolve mai in una forma definitiva, lasciando il lettore in unesperienza di attraversamento più che di approdo. 


25 luglio 2026 - 18.17 


Maria Grazia Martina (San Cesario di Lecce) è artista, poeta verbo-visiva, docente e critica d'arte. Attraversa arte, parola e memoria come territori porosi, tessendo opere che non si impongono allo sguardo, ma chiedono ascolto, tempo e partecipazione. 

domenica 19 luglio 2026

CORPO CHE LA VOCE UMANA a Milano 25 luglio 2026

 


SABATO 25 LUGLIO ORE 18.30

VIA TADINO 20 MILANO


HAPPY HOUR & READING


LUIGI PASOTELLI

CORPO CHE LA VOCE UMANA


INCONTRO A CURA DI ALBERTO MORI




LUIGI PASOTELLI (Cremona 1925 –Milano 1993) è considerato uno dei più importanti poeti sonori italiani appartenenti all’area dello sperimentalismo fonico e visivo.Dal 1982, alle soglie della sessantina, il suo periodo di maggiore produttività che ricopre circa un decennio. Partecipa ogni anno alle più alle più significative rassegne di poesia e teatro sperimentale in  Italia e nel mondo.A questi stessi anni,risale il nucleo forte di quello che  sarà il progetto Serraglio che conterà alla sua morte 25 poemi  fono visivi. Sei di questi poemi, grazie ad un prezioso documento postumo realizzato dagli eredi, saranno in videoproiezione durante l’incontro ed hanno intensità scenica ed espressiva per testimoniare lo straordinario corpo a corpo col linguaggio e col pubblico delle performance del poeta.     

mercoledì 8 aprile 2026

Marco Tabellione su Luce solida di Alberto Mori

recensione di Marco Tabellione
a Luce solida di Alberto Mori


Si nutre di descrizioni geometriche e metafisiche la raccolta Luce solida di Alberto Mori, in cui le poesie sono scandite per lo più da terzine brevi, caratterizzate da ritmi sospesi, spesso legati a frasi nominali, ma comunque sintatticamente ridotte al minimo. Il tutto teso a dare il senso di uno spazio nudo. come se si fosse alla ricerca delle figure elementari e basiche del linguaggio umano e della realtà. In effetti intenso è il gioco dei simbolismi fra le parole, fra le quali si impostano continui parallelismi simbolici, come ad esempio quello fra onda, foglio, mare, bianco
La sensazione è che il poeta stia descrivendo una sorta di fine, un apice da cui sopravviene una rinascita, una nuova vita, come sembra suggerire la seguente lirica: «Stella morente, suono spento, dimensione gravida, sole creato».
È evidente che l'elenco nominale, dato per accumulazione, e l'assenza di verbi di collegamento, mirano a creare una predisposizione iconica che, nella sua immediatezza, possa per paradosso potenziare la forza comunicativa dei versi. Decisamente sperimentale è poi la serie di figurazioni poetiche legate a costruzioni e decostruzioni di consonanti e vocali, nel tentativo evidente di forme inedite di espressione. La scomposizione dei nomi suggerisce nuovi edifici lessicali, in cui l'immagine delle parole frantumate offre per negazione la prospettiva di un ritorno semantico – puro e autentico.
Con Alberto Mori siamo non solo in una dimensione iconica legata alla dimensione della vista, ma anche quasi in un tentativo di ritorno alle origini della vocalità, come se il poeta volesse recuperare la forza immaginativa dei primi fautori di linguaggio, che vanno considerati come primordiali poeti, i primi creatori di simboli che hanno aiutato l'uomo a rappresentare il mondo e a conoscerlo. Insomma siamo di fronte ad un viaggio negli spazi più semplici dell'espressione umana, quasi un ritorno al passato, a forme di linguaggio e arte primitiva, basata su segni primordiali e su voci non ancora articolate in parole. È forse in gioco qui il desiderio di rivitalizzare il linguaggio, in primis il linguaggio poetico, cercando di riportarlo ai primordi, ad una autenticità atavica, una purezza primigenia e innocente. Ed è come se si consumasse, nelle pagine di Alberto Mori, un rito di purificazione, una riappropriazione delle forme vergini e segniche dell'espressione e della comunicazione.
Si tratta di una scrittura a-semantica ma, come sostiene nella postfazione Amedeo Anelli quando cerca di definire la maniera poetica di Mori, non a-segnica perché un segno ha sempre senso. Ecco dunque il fine del percorso che Mori ci propone, un ritorno al senso; di fronte alla inflazione comunicativa della contemporaneità, una ripresa della comunicazione autentica, la comunicazione come comunione, una comunicazione nella quale ogni uomo ridiventa l'altro. Il poeta dunque sperimenta nuove dimensioni, che giungano ad integrarsi con le dimensioni normali, a mescolarsi e a unirsi, in una concezione olistica del mondo e del reale, testimoniata anche dall'ossimoro del titolo “luce solida”. L'immagine del titolo, infatti, lascia intendere una sorta di verità capace di porsi a metà strada tra astratto e concreto, tra l'illusione e la realtà, forse un tentativo di portare l'arte in una dimensione capace di superare il dualismo tra corpo e spirito, terra e cielo. È come se si cercasse una unità trascendente, una unità tra immagine e senso, suono e icona, linguaggio e fisicità. E il linguaggio sinestetico, immediato, avvolgente di Mori, rappresenta bene questa unità, perché nelle sue poesie iconiche siamo di fronte alla volontà di ridurre l'espressione poetica all'essenza, alla parte minimamente significativa, ma non per semplificare o ridimensionare, bensi per far esplodere ed espandere nuovi significati.

Laura Caccia su Posture di Alberto Mori

Alberto Mori, Posture, Fara

Forum Anterem 28.03.2026

nota di presentazione di Laura Caccia




Alberto Mori ha sempre messo in luce le sue posture, performative e recitative. Qui si fanno soprattutto sguardi, azioni. Come riprese cinematografiche. La citazione in esergo di Michelangelo Antonioni e i titoli delle tre sezioni, Azione, Natura e spazio, Set, ci danno indicazioni del contesto. Tra riprese in primo piano e «in campo lunghissimo». Anche fuori campo, però. Anche oltre il visibile.

Così come l’autore ci ha abituato all’esposizione dei contrasti: qui troviamo lo «sguardo del raggio / rapito dalla luce» e lo «spazio lasciato / all’abbandono dello sguardo». Nella scena e fuori scena. Nella pagina e fuori pagina. Vi sono, nel campo del visibile, «la postura ferma del dorso», e, in altro campo, la posa dell’«orecchio sulla spalla dell’altro / Da questa postura / l’invisibile ora ricorda». Un invisibile in cui mettersi a cercare, come un frugare nella borsa, come «nell’anima del cielo».

La parola di Alberto Mori qui si fa postura. Di sguardo e di azione. Un modo di essere, più che una posizione. Uno stare nel mondo. Con «Ciglia aperte» e «Retine calde». «Le gambe sul bordo» come anche «Il passo fermo sui piedi». Posture al plurale, quindi, con tutti i sensi aperti e in tutti i sensi. A sperimentare, con tenacia, le varie possibilità della parola nel risuonare dentro e fuori di sé. Fino a quando, nello sforzo, anche «la strada scrive».

sabato 21 febbraio 2026

Luce solida a Cremona il 1° marzo 2026

Alberto Mori presenta Luce solida 
alla Libreria del Convegno di Cremona
in C.so Campi 72

Domenica 1° marzo 2026 ore 17:00
una performance avvincente


Nella performance, da frammenti sparsi e luminosi dell’origine, la luce li compone/decompone nella sua consistenza, attraverso la costruzione progressiva di un solido, il dodecaedro, evocato dalla materia sonora della parola dove i versi sono ridotti a interazioni di puri significanti, per approdare a una notte buia, nella quale si scorge una “Luce solida” che sostiene lo sguardo umano.



Ancora una volta Alberto Mori ci cattura con la luce sfaccettata, scenica e indagatrice delle sue poesie flash ricche di echi sonori, vibranti di sensi molteplici in grado di sollecitare in noi reazioni stupite ed empatiche. Leggere/ascoltare/recitare i versi del poeta performer è una esperienza coinvolgente che ci immerge nella realtà che stiamo vivendo e ci interroga sui suoi sviluppi, una realtà sempre più imbevuta di intelligenza artificiale dalle potenzialità al contempo fascinose ed inquietanti per le relazioni umane e sociali.

albertomoripoeta.com

faraeditore.it/Sconfinamenti/lucesolida

Libreria del Convegno: 0372 32234

mercoledì 5 novembre 2025

"Luce solida" di Alberto Mori a Crema 14 nov 2025



Venerdì 14 Novembre 2025 alle ore 17.30 
nelle scuderie di Palazzo Terni de’ Gregorj 
in via Dante Alighieri 20 a Crema
 
Alberto Mori presenterà con
una performance 
Luce solida, Fara Editore 2025


Nella performance,da frammenti sparsi e luminosi dell’origine, la luce li compone/decompone nella sua consistenza, attraverso la costruzione progressiva di un solido, il dodecaedro, evocato dalla materia sonora della parola dove i versi sono ridotti a interazioni di puri significanti, per approdare a una notte buia, nella quale si scorge una “Luce solida” che sostiene lo sguardo umano.

Ancora una volta Alberto Mori ci cattura con la luce sfaccettata, scenica e indagatrice delle sue poesie flash ricche di echi sonori, vibranti di sensi molteplici in grado di sollecitare in noi reazioni stupite ed empatiche. Leggere/ascoltare/recitare i versi del poeta performer è una esperienza coinvolgente che ci immerge nella realtà che stiamo vivendo e ci interroga sui suoi sviluppi, una realtà sempre più imbevuta di intelligenza artificiale dalle potenzialità al contempo fascinose ed inquietanti per le relazioni umane e sociali.

Alberto Mori (Crema, 1962), poeta performer e artista, sperimenta attività di ricerca nella poesia utilizzando in interazione vari linguaggi d’arte: poesia sonora e visiva, performance e installazione, video e fotografia. Ha all’attivo varie partecipazioni a Festival di Performing Arts.
Dal 1986, numerose le pubblicazioni editoriali. 

Website: albertomoripoeta.com

Info: faraeditore.it/Sconfinamenti/lucesolida

Libreria Cremasca: libreriacremasca.it/incontro-con-lautore-alberto-mori-3/

Modalità di accesso: Ingresso libero fino a esaurimento dei 64 posti.

martedì 16 settembre 2025

lunedì 7 luglio 2025

Una ricerca coerente e vitale

Alberto Mori, Luce solida, 2025

recensione di Maria Grazia Martina
Artista, storica dell’arte e del costume


La raccolta poetica Luce solida (2025) di Alberto Mori conferma e direziona la sua “macchina da presa” sul rapporto visione-scrittura, consolidando una traiettoria di ricerca che si mantiene coerente e sempre vitale nel tempo. Il gesto poetico di Mori non è mai descrittivo, ma distillato: si muove in sottrazione e condensazione, attraversando la complessità spazio-temporale attraverso pattern visivi del vissuto, con l’occhio allenato al segnale della variazione più impercettibile.

Attraversamenti minimi eppure intensi, nei quali si dispongono – in forma quasi scultorea – trapassi, torsioni del verbo, innesti semantici e manipolazioni formali che diventano espressione di una costante ma imprevedibile “messa in luce”.

La parola, nel suo farsi centro, determina un volume di significato: si espande nello spazio e nel tempo, rivelando una tensione tra misura e proliferazione.

Le immagini testuali si susseguono come una collana di parole inanellate al filo del tempo, in cui senso surreale e metafisico, vero e insolito, si toccano e si confondono. La lettura procede per sospensioni, deviazioni e meditazioni, evocando atmosfere pittoriche dechirichiane e hopperiane: il pieno enigmistico di de Chirico e il vuoto narrativo statico di Hopper si alternano in una dialettica che restituisce l’assurdo e il vero della finzione visiva.

Le immagini – “Argento sonoro”, “Onda foglia”, “Stella morente”, “Sole creato” – generano scenari immaginativi proliferanti, in cui l’invenzione non ha mai confini netti. In queste zone del dire, i testi si giustappongono in modulazioni grafiche, a volte in forma di calligramma, dove ogni lettera e ogni suono partecipano a una disposizione geometrica che sfida l’inerzia del verso e ne moltiplica le risonanze.

In questa prospettiva, la vera committente di Luce solida, come anche di diverse raccolte del poeta, è l’anima infermabile del tempo e dell’uomo. Egli risponde a questa istanza fluida, mutevole, interiore e cosmica allo stesso tempo, con una parola che si fa organismo in movimento, forma aperta al molteplice.

La poesia si fa diaframma, respiro, battito, vita delle cose, ponendo in atto una dialettica oggetto/soggetto in cui il linguaggio è tutto: materia e senso, corpo e astrazione.

Il risultato è una comunicazione poetica che rilancia l’invito alla presenza, all’attenzione analitica per i segni costitutivi della realtà interpoetica, svelata da sipari verbali infrenabilmente dialoganti.

Le ultime pagine di Luce solida cristallizzano una sequenza di azioni, tempo e versi indipendenti che disegnano peripli, traiettorie, viaggi della mente e del linguaggio, a ribadire quanto sia fuggevole, estroverso e vitale il senso poetico.

Una ricerca, quella di Alberto Mori, che affonda in un humus scandagliato nel tempo reale, in continuità profonda col presente. La sua poesia è parola del tempo: prodotto, consumato, distribuito, dispensato, dispendiato, accelerato. L’effetto speciale è nella parola stessa: nel suo dire inafferrabile, che agisce prima ancora di essere compreso. In conclusione, Luce solida mi esorta ad un ritorno su intuizioni già formulate in diversi miei scritti sulla poesia di Alberto Mori, intuizioni che rimangono “solide”, “illuminano”, evolvono, restituiscono il senso profondo della sua ricerca poetica sulla parola. Una parola che non risponde al tempo, ma lo genera; che non fotografa il reale, ma lo attraversa, lo ricrea, ne misura il battito. Luce solida ne è l’ulteriore e coerente manifestazione.

Luglio 2025


giovedì 3 luglio 2025

“La notte buia vede”

Alberto Mori Luce solida, Fara Editore 2025

recensione di Andrea Rompianesi


Un “solido morbido”, una sinestesia fluttuante già si realizza nella bella immagine di copertina, anch’essa opera dell’autore, del libro Luce solida. E il poeta performer ed artista è Alberto Mori che ci offre una prova ulteriore del suo percorso di attento osservatore dei particolari nella loro oggettualità. Qui si erge nella sua disciplina di dato il rimando a cui tendere da ciò che appare, dalle forme che abitano e scolpiscono i tratti della materia, attraverso un ricorso peculiare che incide nella trasformazione del segno o, meglio, alla sua rivisitazione: “La cesura finisce/ Energia come misura/ Flusso fra sponde accese”. Eco d’origine nella percezione di accorpamenti e velature significanti da filtrare attraverso una pratica che, nella prima parte del libro, adotta componimenti brevi di tre o quattro versi dove gli stessi si essenzializzano in una concentrazione estrema di sfumature solo accennate: “Nulla del giorno/ Vastità indetta/ Semi delle ore”. Cammini non necessariamente in sintonia con un contesto complesso e imprevedibile che caratterizza la nostra attualità e costringe ad una auspicabile presa d’atto che non sia solo cedimento a derive o approdi provvisori e afoni. Lo sguardo di Mori tende a percussioni riprodotte a ibridazioni tempistiche, così “Ombre defilate in fasce oscure/ Confini dissolti in limini chiari”. La seconda parte di Luce solida avvia un esito graficamente debitore all’architettura visuale di certo futurismo, non escludendo tensioni neodadaiste, così come contusioni nella tracciata interiezione possibile, colma di cenni alla tracciabilità di uno spartito fonetico. Difformità di caratteri e tratti d’interpunzione abitano la pagina nella dislocazione sillabica di fortissimo impatto visivo. Schema a supporto di tessuto sia vocalico che consonantico nelle modalità che intersecano mappature oltre accenni di schema direzionale irregolare, nei trattini e in direzioni verticali, orizzontali, diagonali. Poi Alberto Mori ritorna all’essenzialità del vocabolo e della interiezione reiterata e riprodotta in tonalità linguistica simbolicamente acuita dalla “lettera segnale”: “E Tempo/ Poco A Poco Tenta/ Trasale/ Risveglia”. Ma ancora non tutto è detto quando l’autore prosegue il percorso in modo inaspettato e sorprendente ponendo a chiusura una sezione in cui le poesie sviluppano una lunghezza in versificazione verticale, focalizzata su esito descrittivo intonato ai cromatismi urbani e temporalmente distribuiti nel susseguirsi delle fasi diurne e notturne; “Nessuna ombra rimane/ Dilegua apparenza degli oggetti/ Sogni della polvere assente/ Rumori vuoti d’attesa”. In questa sezione conclusiva ogni testo inizia con lo stesso verso, esprimendo un intento anaforico e confermando poi una nota sinestetica portata a caratterizzare l’opera: “La notte buia vede”.

mercoledì 9 aprile 2025

Un giorno con gli autori al Giardino del glicine di Pero (MI) 13 aprile 2025 dalle 10:30



    

DOMENICA 13 APRILE 2025

GIARDINO DEL GLICINE

SEDE TRE FONTANE - VIA SEMPIONE 18 - PERO (MI)


GIORNATA DEL PENSIERO - 10° EDIZIONE

NARRATIVA, POESIA, TEATRO, SAGGISTICA, PITTURA


DALLE ORE 10.30


ARIANNA MILANI

CON LA RACCOLTA POETICA “ARMONIA”


ROCCO CARTA

CON IL ROMANZO DISCOGRAFIA EVOLUTIVA EDIZIONI UNDERGROUND


PIER LUIGI MILANI

CON IL ROMANZO L’ERESIARCA DOLCINO, MARGHERITA E IL VALCAMONICO MENECH


PAUSA PRANZO

DALLE ORE 15.30


GLI AUTORI DELL’ANTOLOGIA DELLA KERMESSE LETTERARIA - SETTEMBRE 24 - LA VERNA (AR)

MONDI - FARA EDITORE

VALERIA RAIMONDI, BRUNA SPAGNUOLO, GIANNI CRIVELLER


ALBERTO MORI

CON IL LIBRO-PERFORMANCE POSTURE FARA EDITORE


GLI AUTORI, GLI ORGANIZZATORI E L’EDITORE DELL’ANTOLOGIA DELLA KERMESSE LETTERARIA OTTOBRE 24 - LEGNANO (MI)

POETA? NO,GRAZIE CHIAREVOCI EDIZIONI

G.CARLO AIRAGHI, ROCIO BOLANOS, CARLO PENATI, ELISA MALVONI, VALERIA RAIMONDI, NINO DI PAOLO, CESARE ALLIA,

PINO LANDONIO


IN CASO DI MALTEMPO LE PRESENTAZIONI SI TERRANNO NELLA SALA DEL CAMINETTO



A PARTIRE DALLE 19.00

PANZEROTTATA SALENTINA

PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA ENTRO IL 10/4 AL 3472982286


PANZEROTTO E BIBITA 5€

A SOSTEGNO DEI PROGETTI DELL’ASSOCIAZIONE LE TRE FONTANE


ESTRAZIONE A PREMI DI UN QUADRO STILE BAROCCO COLONIALE GENTILMENTE OFFERTO DA FILIPPO ALFIERI

domenica 26 gennaio 2025

Laura Caccia legge Levels di Alberto in Carte nel Vento, Gennaio 2025


Alberto Mori, da Levels, Fara Editore 2020, nota di Laura Caccia - Passaggi a livelli

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Passaggi a livelli

Quanti piani si intersecano in Levels, opera in cui Alberto Mori esplicita alcuni livelli e altri ne lascia intravedere? Appare un graduarsi dal basso verso l’alto, evidente nei titoli delle tre sezioni: ‘low’, ‘medium’, ‘high’. E, insieme, un convergere dei livelli, nel punto in cui si incontrano i desideri del cielo e della terra, come viene anticipato dalla poesia, posta in esergo, di Kikuo Takano, che nell’immagine dell’albero fa confluire, in una sola, le forze opposte di cima e radice, quale unità dei contrari nell’intero. E, ancora, un mantenere i piani in equilibrio, dall’etimo stesso di livello, come esemplificato in alcune poesie a due colonne separate e allineate, in contrappeso come una bilancia a due bracci oppure come una livella. E, nello stesso tempo, un posizionarsi ad un livello di soglia, che i passaggi testuali lasciano scorgere, per l’accesso, in sequenza e insieme in affinità, al principio, al corpo, all’oltre.

I livelli appaiono mobili, spesso invisibili, come viene dichiarato in premessa: «Livelli mobili scompaiono alterni». Scandendo i transiti, gli attraversamenti, le contaminazioni nei tre specifici stadi in progressione. «Verso radici senza immagini»: lungo le impronte e le tracce dei passaggi e della scrittura nell’estensione orizzontale delle acque, delle strade, dei fogli e dei loro sostrati oscuri, in ‘low’. «Fra gli sguardi del corpo»: attraverso gli affioramenti di natura e civiltà, da cui emergono le luci e «la voce sfarina», nella dimensione corporea, in ‘medium’. «Nel volo avveduto di sole arie»: tra orbite e «nubi oscure all’aria / Invisibili al segno terrestre», nella tensione verticale verso la sospensione e l’assenza di gravità, in‘high’.

Attraverso la compressione essenziale del senso e il distillato della parola, Alberto Mori prosegue la sua ricerca nel concentrare elementi concreti e rarefatti, quali stazioni e silenzi, vagoni container e balzi d’umore, creando microtesti densi e ariosi al tempo stesso: «Valichi bianchi sopra il foglio / La mano mancina scrive aria / Rarefa grafia esitata e ripresa». Dove i movimenti poetici coinvolgono la percezione della realtà esterna come della corporeità, della mente, dell’inconscio. E anche, nei suoi diversi livelli, della parola: scritta, a voce, pensata. Se l’oralità è il punto di forza dell’autore, gli altri livelli, di pensiero e scrittura, sono ugualmente e intensamente presenti. Quale in basso e quale in alto? Come per l’albero di Kikuo Takano, nella poesia si incontrano, fino a coincidere in un’unica forza, i desideri della terra e del cielo, delle profondità e dei voli, delle radici e delle cime della parola.

 

Da: Low

 

Prelude attesa per bikers

Immagine franta dai tempi espositivi

Struscia sfreccio curvo del passaggio

Crome sfocate nella pedalata sottile del ritmo

 

***

Le ruote ormai improntano il foglio

Fra le tracce sulla carta

scrive di non conoscere gelosia per lei

La ama da sempre

Lo scritto resta a perire sulla ciclabile

 

***

Le spalle delicate

Valichi bianchi sopra il foglio

La mano mancina scrive aria

Rarefa grafia esitata e ripresa

 

***

La stazione disgrega inagibile

Qui preme tempo naturale

Incrina strati

Accorda piccoli sterpi nei sassi

dove fra efflorescenze sparse

respirano silenzi d’aria e polvere

 

 

Da: Medium

 

Corpo seduto Capelli disciolti

Dalla nuca equilibrio in riannodo

 

***

Dove sticker non incolla & scrosta

il millimetro mancato sillaba

La voce sfarina sulla pellicola del muro

 

***

Qui puro balzo d’umore vitreo

materia traluce spaiata dai bagli

L’altro lato senza ottica rifrange

 

***

Nell’aria umida profondano margini bui

La piccola strada discende e risale

Le luci affiorano vicine e lontane

 

 

Da: High

 

Gravità dissolta

Tempo dismesso

Perdura vacante

 

***

Il buio dilegua alla prima luce

La terra allenta ombre

Depone arie accese

Concresce cielo

Millimetri di spazio

Corpi migrati dalle sillabe bianche

 

***

Tratto illetto

Nuvola illesa

Piogge papille

Lingua nasconde

Ripassa veglia

Neutro crea

 

Sapore del cielo

 

***

Ondulo diviene solco radiale

L’anello ruota ad accerchio

Orbita

Porta nubi oscure all’aria

Invisibili al segno terrestre


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