Alberto Mori, Framing, Poesie
recensione di Maria Grazia Martina
Il poeta raccoglie i propri sguardi, i propri percetti, entro perimetri coreografici che sollecitano continui spostamenti della visione.
Una ritmica mobile lega fraseggi, aggettivazioni e azioni.
Le sezioni della raccolta sono precedute da incipit corsivi, paralleli ai movimenti della ripresa cinetica, con le indicazioni dei movimenti compiuti contemporaneamente dall’occhio e dalla penna: «transito infermabile nella mutazione». Questo verso (p. 61), come quelli a seguire, estrapolati da una trama di eventi inclusivi, condensa il flusso infermabile della scrittura: «presto rarefà dati trasparsi» (p. 53); «Mutazione sonora dell’olfatto visivo» (p. 51).
Il poeta, pagina dopo pagina, verso dopo verso, parola dopo parola, compone il tempo per scarti, contrazioni, digressioni.
Procede per ossimori e irrelazioni: «L’occhio composta immagine composita» (p. 44), dal noto all’ignoto: «Lo sconfinabile arruolato nell’illimite ignoto» (p. 50).
Indagini talvolta apparentemente deliranti, ma basta una sosta perché affiori, per un attimo, il luccicare del senso: «Per quanto tempo restiamo fuori dal tempo?» (p. 41). Una domanda perentoria nel circuito costante tra il pensiero e la parola, incantesimo dilatato da ogni orizzonte, follia della parola, follia dell'immagine generata, mai definita, mai incamerata, mai circoscritta, mai incorniciata.
Tutto si dipana in direzioni multiple: «Risalgo appena sopra al confine… così?» «Vedi dove siamo ora?» (p. 23). In un non luogo senza percorsi mappati, ma nel caos di parallele e angolature lenticolari, di similitudini, parvenze, estroflessioni verticali, diagonali estranee.
«Nella visione del tempo accade anche l'impassibile» (p. 9). È il verso chiave dell’intera raccolta, che ho letto e riletto prima in avanti e poi all’indietro, seguendo il moto quasi “acquatico” dell’esplorazione proposta dal poeta. Uso questa metafora perché la sensazione è di viaggiare in mare aperto, agganciata a una penna resistente che fila a pelo d’acqua fino in fondo, per «Attendere la perla sommersa della pescatrice» (p. 33).
Più che agli aspetti stilistico-verbali ricorrenti nel linguaggio del poeta, mi sono attenuta alla cinetica di uno spazio mentale e visivo espresso nella sceneggiatura della raccolta. È qui che Framing rivela la propria forza: non nella definizione di un’immagine, ma nel suo continuo farsi e disfarsi, nel movimento incessante di una percezione che non si risolve mai in una forma definitiva, lasciando il lettore in un’esperienza di attraversamento più che di approdo.
25 luglio 2026 - 18.17
Maria Grazia Martina (San Cesario di Lecce) è artista, poeta verbo-visiva, docente e critica d'arte. Attraversa arte, parola e memoria come territori porosi, tessendo opere che non si impongono allo sguardo, ma chiedono ascolto, tempo e partecipazione.

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