recensione di AR
“Chiedo una tregua / ai miei detrattori / una parola buona / il passo di danza di mia figlia / un antico alfabeto / che mi porterà in spalla.” (p. 94)
“La macchina da cucire / per scoprire il dolore del mondo / rapsodo per legare / cielo e terra / enigma e senso / o quel nulla che arriva.” (p. 79)
“D’accordo con voi / frammenti di sonno / fanno il mio esame di coscienza / spigoli vivi / schiave del mare le tue mani / non ancora ferite / dalle frecce della mente.” (p. 73)
“Resterai / per sempre rannicchiato / nella renault quattro rossa / della mia memoria.” (p. 71).
“Tre stelle da cercare ogni sera / lungo la verticale / strada dei girasoli / dove s’inciampa e s’impara / fino alla preghiera.” (p. 67)
Ho voluto iniziare questa mia “reazione” al libro di Daniele con alcune citazioni a ritroso. Così, in maniera certo sommaria, possiamo però subito percepire il timbro, il dettato, lo stile, la qualità del poeta fanese.
La macchina da cucire è costellata di immagini rapsodiche che cuciono i ricordi al presente, rimarginano i labbri di ferite esistenziali importanti (“Sotto una porzione di cielo disumana / arranca la mia ombra / il fiato trema.”, p. 29), si insinuano nell‘intimo di chi li legge/ascolta con una discrezione altamente efficace, chirurgica. Il testo poetico appare sobrio, scorrevole come un articolo di giornale, ma richiede l’attenzione e la sapienza degli occhi del cuore, ai quali si soffre come una elegia dei nostri giorni, ricchissima di rimandi letterari e non solo.
La voce raffinata e precisa di Daniele Ricci non indugia in sentimentalismi, né in quadretti ospedalieri o luttuosi, ma ci immerge con una sensibilità geologica nei diversi strati che le esperienze dolorose hanno sedimentato in ciascuno di noi. Sorprendentemente, questo sguardo scientifico e distaccato ce ne fa cogliere le venature, le sfumature cromatiche che le onde emotive tendono a sommergere o a velare con il manto nero della malinconia che ci può spingere a una accidia esiziale. Il poeta quel velo lo attraversa e può quindi trovare verità che sanno ricucire e a volte persino salvare.
Nell’esergo (p. 66) alla V sezione “L’asola dove passa la nostra vita” troviamo queste illuminanti parole di Salvatore Natoli: Il dolore (…) rompe il ritmo abituale dell’esistenza, produce quella discontinuità sufficiente per gettare nuova luce sulle cose ed insieme patimento e rivelazione.
Qualche pagina prima (63) mi hanno molto colpito i versi (non ci sentiamo forse, in certi frangenti della vita, “passanti scuciti”?): “C’è un’asola senza bottone / un passante scucito / mi divora la colla / che mi tiene attaccato al mondo.”
A p. 57 troviamo una definizione/aspirazione del poeta (di ogni poeta): “Il tempo consacra al foglio / la sua durata.”
A p. 57 sentiamo le vibrazioni di questo desiderio: “Vorrei fosse il mare / la linea azzurra / che ci attende in fondo alla via, / nel grigio freddo promette un passaggio / il giusto confine / tra noi e la negazione del sonno.”
A p. 32 questo verso/immagine di una bellezza assoluta: “Non so ridere, pettino il silenzio.”
A p. 18 ci immedesimiamo nella poesia che inizia così: “Alzarsi nella notte / corrosa da sogni non terminati / la parola inventa la realtà.”
E se è vero che “non si può calpestare la linea del vento” (p. 19), abbiamo però modo di osservare in una sera di tempesta (p. 13): “Il grande abete del giardino accanto (…) [e possiamo] Amarlo per il verde e la pazienza.”

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