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venerdì 15 luglio 2022

Questionario di Proust [14]


A cura di Mario Fresa

           

Le risposte di Gisella Blanco



               
Il tratto principale del mio carattere. 
 
Mi trovo sempre un po' a disagio a parlare di me stessa. La percezione che si ha di sé è inesorabilmente soggettiva ma, cercando di approssimarmi il più possibile al vero e documentandomi sulle percezioni altrui, sembra che in me siano preponderanti una certa propensione a voler empatizzare spasmodicamente con gli altri (e poco con me stessa), nonché una certa vena polemica che assume il ritmo intensivo del mio costante monologo interiore, non sempre estrinsecato.
 
 
La qualità che desidero in un uomo. 
 
Con gli uomini, nei rapporti professionali, amicali e sentimentali (menzionandoli nell’ordine di un climax ascendente per impatto emotivo) sono piuttosto esigente. Mi accorgo immediatamente della presenza di sfumature paternalistiche, che siano volontarie o involontarie e, per istinto e formazione, tendo a smorzarle. Apprezzo negli uomini, quando c’è, la capacità di intuire e interiorizzare il dialogo interpersonale, anche quando avviene con l’altro sesso. Apprezzo, soprattutto, la consapevolezza che le doti umane, intellettive, intellettuali, professionali ed emotive non dipendono dal sesso ma dall’evoluzione del singolo individuo.
 

La qualità che preferisco in una donna. 
 
Più o meno si tratta delle stesse qualità che apprezzo in un uomo, tradotte e modellate per le donne. Non sopporto il paternalismo, ancora più subdolo e più vischioso se agito dalle donne verso le altre donne. Parallelamente, non concepisco una superiorità presunta e preconcetta di un genere rispetto a un altro. In una donna, amo l’immediata complicità senza retropensieri e, se ciò non è possibile, preferisco la schiettezza di una sana, reciproca antipatia (gestita con educazione e buon senso) che la profusione di atteggiamenti esteriori che non combaciano con un reale sentire.
 
 
Quel che apprezzo di più nei miei amici.
 
L’amicizia è un sentimento, per me, totalizzante. E, per questo, risulta molto complesso e controverso. Una delle più belle speculazioni definitorie sull’amicizia, per me, è quella del filosofo francese Maurice Blanchot: “Dobbiamo rinunciare a conoscere coloro a cui ci lega qualcosa di essenziale; voglio dire, dobbiamo accoglierli nel rapporto con l’ignoto in cui essi ci accolgono, anche noi, nella nostra distanza. L’amicizia, rapporto senza dipendenza, senza un evento particolare e dove entra nondimeno tutta la semplicità della vita, passa attraverso il riconoscimento dell’estraneità comune che non ci consente di parlare dei nostri amici, ma solamente di parlare loro, non di farne oggetto di conversazione” (L’amicizia, Marietti 2021). Questa riflessione, contestualizzata dal filosofo nella circostanza della morte di un amico caro, credo che valga anche in vita e che sia alla base di un rapporto amicale realmente intimo e profondo. L’unico modo di accogliere nella sua totalità la coesistenza della personalità dell’amico a fianco della propria è quello di non sostituire l’alterità con l’individualità (e il conseguente individualismo). Personalmente, ritengo che l’amicizia, molto simile all’amore, sia un moto di reciproca commozione nell’accezione letterale di muoversi-con qualcuno che sappia, a sua volta, agire e percepire in sincronia. Forse mantengo un concetto troppo idilliaco di questo sentimento e, per questo, difficilmente realizzabile, se non per brevi indimenticabili segmenti di vita.


Il mio principale difetto.
 
È difficile stabilire quale sia il mio principale difetto, nel magma delle mie ossessioni e delle mie fragilità. Ultimamente ho riflettuto su come il mio entusiasmo, talvolta prorompente, sia recepito dall’esterno nei modi più disparati e meno positivi. Sono anche piuttosto permalosa e mutevole negli stati emotivi. Succede che mi infurio davanti ad alcune precise circostanze e, come accade per tutte le passioni troppo forti, non è mai cosa buona e giusta.
 
 
La mia occupazione preferita.
 
Rischiando di cadere nella scontatezza, la mia occupazione preferita è leggere. Amo anche viaggiare, mangiare e dormire. E bere un calice di vino rosso mentre rifletto, scrivo o faccio editing.
 

Il mio sogno di felicità. 
 
Sono scettica rispetto alla felicità, penso che sia un concetto abusato e sopravvalutato. La famosa frase “di fronte al mare la felicità è un’idea semplice”, per me è aberrante: non sopporto il mare né l’idea che la felicità possa risultare semplice. La felicità non può che essere dilaniata, contorta, sofferta, squarciata, mangiata, sbranata. E noi siamo i suoi irrisolti carnefici.
 
 
Quale sarebbe, per me, la più grande disgrazia. 
 
Proprio perché è così grande, non ne parlo! In ogni caso, non è difficile ipotizzare le mie molte ossessioni dai miei testi (forse perfino da quelli critici).
 

Quel che vorrei essere.
 
Vorrei essere moltissime cose, a partire da quello che già sono o per contrasto da come sono. Anche questo, però, essendo un bagaglio di obiettivi, progetti e aspirazioni più o meno ambiziosi, stravaganti e anche antinomici, lo terrò per me. D’altronde credo che sia chiaro ciò che amo fare.
 
 
Il paese dove vorrei vivere. 

Non mi sento un individuo particolarmente territoriale. Anche se l’accento tradisce la mia provenienza natale e la mia modalità di scrittura risente del secondo Novecento italiano, il regionalismo non mi appartiene. Sono nata a Palermo, vivo a Roma e non vorrei abitare in altre città ma amo ritrovare piccoli tratti di me nelle città straniere, con un sentimento di smarrimento e ritrovamento di caproniana ispirazione.
 
 
L’animale preferito. 
 
Senza nessun dubbio e da sempre, i gatti. Riesco a individuare un miagolio nella confusione cittadina con la stessa velocità e la stessa istintualità con cui sento e distinguo la voce di mio figlio. Il binomio poesia e gatti, molto ricorrente in antologie di vario tipo, è sempre una interessante suggestione, benché ne riconosca limiti e occasionalità.
 

L’oggetto cui sono più legato. 
 
Non ce n’è uno solo ma sono tanti. “Ogni cosa è illuminata dalla luce del passato” recita un bel romanzo di J. S. Foer. Sono particolarmente legata alle fotografie: ne scatto molte, le stampo, le conservo. Sono dei veicoli fisici con cui provare a conservare sprazzi di passato. Sono molto legata anche ai libri di poesia di mia madre che, dopo la sua scomparsa, mi sembrano dei cordoni venosi (e non esattamente ombelicali, per specificare che non mi rendono dipendente ma sanciscono una continuità esistenziale necessaria) attraverso i quali continuare con lei un dialogo silenzioso. Il simbolismo dell’oggettualità è una dimensione molto illuminante.
 
 
I miei autori preferiti in prosa. 
 
Amo la saggistica filosofica e la critica letteraria. Blanchot, Ortega Y Gasset, Berardinelli, Pasolini saggista, Heidegger, Nancy sono alcuni esempi. Alle storie e ai dialoghi preferisco le speculazioni, i ragionamenti, l’analisi antropologica, linguistica ed ermeneutica di un altro testo, di un fatto o di un fenomeno umano.
 
 
I miei poeti preferiti. 

Sono molti, molto diversi fra loro e tendono a cambiare. Anne Sexton, Amelia Rosselli, Milo De Angelis, Giorgio Caproni, Alfonso Gatto, Paul Celan, Anna Maria Farabba, Julio Cortàzar e la sua Alejandra Pizarnik, Pier Paolo Pasolini (che, per me, è poeta anche e soprattutto nella poesia, a differenza di quanto ha sostenuto un altro grandissimo poeta che amo molto, Giovanni Raboni). La lista sarebbe ancora molto lunga e, di fatto, più mi approccio a nuovi testi e più trovo stimoli intellettivi, vivendo dei veri e propri innamoramenti platonico-letterari.
 

I miei eroi nella finzione. 
 
In realtà non amo gli eroi. Preferisco l’eroismo della normalità, che è una delle cose più faticose che ci sono. Certamente, però, i miei eroi della finzione sono tutte femmine.
 

Le mie eroine preferite nella finzione. 
 
Ho risposto involontariamente (o provocatoriamente?) già prima. Per esempio, trovo sobriamente eroica la Belle che legge per strada e sembra strana a tutti (forse mi ricorda quando, da piccola, venivo bullizzata a scuola: mi dicevano che a colazione “mangiavo pane e dizionario”. Questa cosa, con una certa ironia della sorte, capita tutt’oggi, in altri contesti). Anche la protagonista di Kill Bill ha il suo fascino, benché io preferisca reazioni forti ma pur sempre pacifiste.
 

I miei compositori preferiti. 
 
Sono affascinata da Für Elise di Beethoven. Ci sono momenti in cui mi fa piangere, evento molto raro per me che non amo questa esternazione.
 

I miei pittori preferiti. 
 
Impressionisti ed espressionisti in primis. Munch soprattutto. Chagall mi piace molto. Amo riconoscere il dramma nel tratto del pennello, così come nella parola.
 

I film più amati.
 
Non guardo molto spesso film. E’ un mio limite legato agli orari e alla stanchezza. Ho una serie di film che rivedo ogni anno in certi precisi periodi. Tra questi, Dracula di Bram Stocker (Francis Ford Coppola) e Nightmare before Christmas (Tim Burton). Preferisco i film simbolici e visionari a quelli particolarmente realistici.
 

I miei eroi nella vita reale.
 
Mi sembrano eroiche tutte quelle persone che mantengono un progetto di vita etico e che promuovono una socialità collettivizzante. I genitori che ammettono le loro fragilità e non giudicano l’operato degli altri; le persone che hanno più lavori e hanno cura per la famiglia; chi non cede a compromessi e non modifica la propria etica per ragioni di utilitarismo. La storia è piena di eroi ufficiali e ufficiosi. La madre di Peppino Impastato, Felicia Bartolotta Impastato, è stata una protofemminista di fatto, in un contesto sociale difficilissimo (bellissimo il libro “Io, Felicia – Conversazioni con la madre di Peppino Impastato, a cura di Mari Albanese e Angelo Sicilia, Navarra 2021).
Anche il concetto di eroe, spesso, è usato impropriamente e in modo commerciale.
 

Le mie eroine nella storia. 
 
Le femministe, quelle conosciute e quelle sconosciute. Le scienziate, le filosofe, le educatrici, le politiche, le letterate che fino al Novecento non ricevevano spazio e rispetto (interessante, a tal riguardo, il saggio “Non per me sola” di Valeria Palumbo, Laterza Edizioni 2020). Le streghe messe al rogo perché curavano la gente con le erbe. La lista è lunghissima e dovrebbe rientrare, con urgenza e necessità, nei programmi scolastici.
 

La riforma che apprezzo di più. 
 
Il suffragio universale femminile e l’elettorato attivo e passivo per le donne, celebrati definitivamente con la promulgazione della Costituzione Italiana del 1948, con le relative implicazioni sociali e culturali, sono state tra le riforme a mio avviso più rilevanti. La legge n. 194 del 1978 sull’aborto e quella n. 898 del 1970 sul divorzio sono state conquiste dolorose quanto necessarie, e ciò è evidente dal fatto che tutt’oggi sono oggetto di dibattiti.
Più di recente, la conversione del decreto-legge n. 93 nella legge n. 119 del 2013, che riguarda il femminicidio, è un passo fondamentale per la tutela della donna e della società in generale.
Avendo una formazione giuridica, comprendo bene quanto sarebbero importanti alcune riforme implicanti molti aspetti del vivere comune, come quella a tutela della maternità e del lavoro femminile, quella a tutela dell’ambiente e degli animali, quella a tutela dell’infanzia e della senilità. C’è ancora molto da fare, in ottica nazionale e sovranazionale.
 

I miei nomi preferiti. 
 
Al concetto di nome dedico molta attenzione. Certamente amo il nome di mio figlio, Riccardo. Trovo peculiare che il proprio nome sia scelto da altri. Posseggo un nome vero, anagrafico, e un nome d’invenzione con cui mi conoscono tutti, da sempre. Questa dicotomia è molto particolare e ha importanti implicazioni emotive.
 

Quel che detesto più di tutto. 
 
La violenza, in tutte le sue forme. È una delle cause principali per cui mi infurio ma, nella mia incapacità di essere violenta, confrontarmi con l’aggressività altrui mi porta a vivere una tensione dilaniante e non sempre pacata.
 

Il dono di natura che vorrei avere. 
 
Ho una certa difficoltà a desiderare cose impossibili, preferisco concentrarmi su ciò che c’è e che si può implementare. Vorrei, ad ogni modo, essere fisicamente instancabile per fare ancora più cose.
 

Se avessi un milione di euro.
 
Un attico con veranda sul Tevere, vicino a Castel Sant’Angelo.
 

Come vorrei morire. 
 
Non voglio morire!
 

Stato attuale del mio animo. 
 
Riporto una poesia di Anne Sexton che amo molto, dal titolo “Frequentando gli angeli” (si trova in Poesie su Dio, a cura di Rosaria Lo Russo, Edizioni Le Lettere):

Ero stanca di essere donna, 
stanca di cucchiai e pentole, 
stanca di bocca e seni, 
stanca di cosmetici e sete. 
C’erano ancora uomini alla mia mensa, 
seduti in cerchio attorno alla coppa dell’offerta. 
La coppa era piena d’uva nera, 
e le mosche ci ronzavano attorno per l’odore, 
e venne anche mio padre in candida erezione. 
Ma io ero stanca del sesso delle cose. 
La notte scorsa ebbi un sogno, 
e gli dissi:
“…tu sei la soluzione, 
tu sopravvivrai a mio marito e a mio padre”. 
Nel sogno apparve una città di catene, 
dov’era messa a morte Giovanna vestita da uomo, 
e la natura degli angeli era inspiegabile, 
non c’erano due ad una maniera, 
uno aveva un naso e un altro un orecchio sulla mano, 
uno masticava una stella misurandone l’orbita, 
ognuno una poesia che obbedisce alle proprie leggi, 
svolgevano le funzioni di Dio, era un popolo a parte. 
“Tu sei la soluzione” dissi, ed entrai.
Giacqui alle porte della città. 
e fui messa in catene, 
e persi il buon sesso e l’aspetto finale. 
Avevo Adamo alla mia sinistra, 
ed Eva alla destra, 
entrambi in contrasto con il mondo razionale. 
Ci stringemmo le braccia, 
e cavalcammo sotto il sole. 
Non ero più donna, né nessun’altra cosa. 
O figlie di Gerusalemme, 
il Re mi ha condotto nella sua stanza. 
Nera è bello. 
Sono stata aperta e spogliata. 
Non ho né braccia né gambe. 
Sono in un’unica pelle come un pesce. 
Non sono più donna di quanto Cristo fu un uomo.
stanca di cucchiai e pentole, 
stanca di bocca e seni, 
stanca di cosmetici e sete. 
C’erano ancora uomini alla mia mensa, 
seduti in cerchio attorno alla coppa dell’offerta. 
La coppa era piena d’uva nera, 
e le mosche ci ronzavano attorno per l’odore, 
e venne anche mio padre in candida erezione. 
Ma io ero stanca del sesso delle cose. 
La notte scorsa ebbi un sogno, 
e gli dissi:
“…tu sei la soluzione, 
tu sopravvivrai a mio marito e a mio padre”. 
Nel sogno apparve una città di catene, 
dov’era messa a morte Giovanna vestita da uomo, 
e la natura degli angeli era inspiegabile, 
non c’erano due ad una maniera, 
uno aveva un naso e un altro un orecchio sulla mano, 
uno masticava una stella misurandone l’orbita, 
ognuno una poesia che obbedisce alle proprie leggi, 
svolgevano le funzioni di Dio, era un popolo a parte. 
“Tu sei la soluzione” dissi, ed entrai.
Giacqui alle porte della città. 
e fui messa in catene, 
e persi il buon sesso e l’aspetto finale. 
Avevo Adamo alla mia sinistra, 
ed Eva alla destra, 
entrambi in contrasto con il mondo razionale. 
Ci stringemmo le braccia, 
e cavalcammo sotto il sole. 
Non ero più donna, né nessun’altra cosa. 
O figlie di Gerusalemme, 
il Re mi ha condotto nella sua stanza. 
Nera è bello. 
Sono stata aperta e spogliata. 
Non ho né braccia né gambe. 
Sono in un’unica pelle come un pesce. 
Non sono più donna di quanto Cristo fu un uomo.
 
Parafrasando questo testo, ricco di una simbologia forte che adopera l’erotismo per trattare di antropologia e di politica, ciò che ultimamente provo spesso è una sensazione di estenuazione rispetto alle dinamiche intersoggettive che si disorientano in frizioni tra generi e all’interno di uno stesso genere, degenerando in un’indolenza imperdonabile e immotivata.
 

Le colpe che mi ispirano maggiore indulgenza.
 
Tendo a rintracciare la fragilità che si cela dietro ai difetti e alle incongruenze comportamentali e ideologiche mie e altrui. Ciò mi porta a essere tendenzialmente indulgente, nel tentativo di relativizzare i fatti e soggettivizzare le reazioni. Mi irrigidisco davanti alla carenza o alla mancanza di rispetto, al decisionismo sfrenato in assenza di dialogo, alle rimostranze violente e gratuite. In ogni caso, l’indulgenza mi è più istintiva verso gli altri che verso me stessa.
 
 
Il mio motto. 
 
In cat we trust.


[In alto, Arranging di Isabel Emrich]


 

venerdì 6 marzo 2020

Questionario di Proust [13]

A cura di Mario Fresa
Le risposte di 
Roberto Maggiani



Il tratto principale del mio carattere.
Un tratto che mi viene in mente è l’ostinazione nel trovare una possibile soluzione ad un problema, di qualunque natura esso sia. Ma non mi è facile parlare del mio carattere, lascio agli altri il compito di individuarne i tratti.

La qualità che desidero in un uomo.
Limpida sincerità e intelligenza. Accoglienza. Ma non è tutto.

La qualità che preferisco in una donna.
Non faccio disparità di genere, pertanto, come sopra: “Limpida sincerità e intelligenza. Accoglienza. Ma non è tutto.”

Quel che apprezzo di più nei miei amici.
Ancora come sopra: “Limpida sincerità e intelligenza. Accoglienza. Ma non è tutto.”
E poi, proprio perché amici, possono avere tutti i difetti che vogliono.

Il mio principale difetto.
Vale la stessa risposta riguardante il tratto principale del mio carattere, tuttavia posso accennare al fatto che a volte sono permaloso, ma non sempre, succede quando ricevo critiche che ritengo ingiuste o provenienti dal pulpito sbagliato, magari frutto di fraintendimenti. Ma ho molti altri difetti che possono interferire tra loro costruttivamente o distruttivamente. Mi viene in mente che sono ottimista e tendo a fidarmi degli altri… in certi casi sono difetti!

La mia occupazione preferita.
Studiare/Leggere. Scrivere. E passeggiare.

Il mio sogno di felicità.
Quello futile: pubblicare ogni libro che finisco di scrivere e avere dei lettori interessati. Quello serio: vivere in un luogo privo di discriminazioni e, se possibile, in cui nessuno è obbligato a lavorare come uno schiavo per vivere – dal mio punto di vista lavorare più di cinque ore al giorno significa lavorare come uno schiavo… a meno che non si faccia un lavoro che si sarebbe disposti a fare anche gratuitamente, da tanto che piace.

Quale sarebbe, per me, la più grande disgrazia.
Perdere chi amo. Non amare chi mi ama. Non riuscire a perdonare.

Quel che vorrei essere.
Uno scrittore letto e amato, anche criticato… ma letto.

Il paese dove vorrei vivere.
Il Portogallo, ma non mi dispiacerebbe vivere anche in Francia, negli U.S.A. o in Canada… oppure su qualche pianeta ancora sconosciuto ma piacevole.

L’animale preferito.
Se devo citarne uno, dico il gatto… ma gli animali mi piacciono tutti.

L’oggetto cui sono più legato.
Non penso che esista un oggetto a cui sono più legato, se potessi mi libererei di tutto. Anche se, a ben pensarci, per necessità di scrittura sono legato al Computer e al mio quadernino, per passione anche alla macchina fotografica e a molti libri.

I miei autori preferiti in prosa.
Marcel Proust, Haruki Murakami, sono i due autori di cui ho volutamente letto quasi tutto, che dopo un po’ mi mancano e mi piacerebbe rileggere. Mi piacciono anche Dostojevsky e Primo Levi, mio piace certa prosa di Franco Buffoni. Amo i racconti su temi proustiani di Giuliano Brenna e anche i suoi due romanzi, per adesso inediti (uno uscirà a breve: “Briscoe Hall”). Altri autori, alcuni letti da poco, che mi sono piaciuti molto, sono: Gore Vidal, John Edward Williams, Philippe Besson, Stephen Spender, André Aciman, il portoghese Norberto Morais (non ancora tradotto in Italia), i racconti e le favole di Sophia de Mello. Ma ho letto molta più poesia che prosa.

I miei poeti preferiti.
Qui la lista è molto lunga, cito soltanto quelli che conosco da più tempo (più o meno noti, alcuni forse ignoti) o di cui ho letto più volte uno stesso libro (o almeno ho avvertito l’esigenza di farlo): Mariella Bettarini, Gabriella Maleti, Patrizia Cavalli, Valerio Magrelli, Franco Buffoni, Annamaria Ferramosca, Sophia de Mello, Sandro Penna, Elio Pecora, Stelvio Di Spigno, Mario Fresa (non perché mi ha proposto il questionario), Domenico Cipriano, Marco Amendolara, Roberto Deidier, Alberto Pellegatta, Francesco De Girolamo, Maurizio Cucchi, Eugenio Montale, Clemente Rebora, Arthur Rimbaud, Charles Baudelaire, Herberto Hélder, Novalis, Friedrich Hölderlin, Emily Dickinson, Wisława Szymborska, Manuel de Freitas, Tomas Sottomayor (per adesso edito solo su rivista), Michele Mari, Raymond Queneau, Federica Gullotta e molti altri.

I miei eroi nella finzione.
L’Uomo Ragno in primis, da sempre, perché con agilità fa tutto quello che mi piacerebbe fare. Don Chisciotte, per la sua follia e la sua capacità di trasfigurare la realtà, per la sua ingenuità e perché sa vivere per un ideale contro ogni evidenza. Cyrano de Bergerac per l'irresistibile vitalità, per la leggendaria abilità con la spada, per la sua passione per la poesia e, soprattutto, per il suo carattere poco incline al compromesso e per il suo disprezzo verso potenti e prepotenti. Dopodiché i miei eroi sono tutti reali, sono molte delle persone che conosco o incontro, che noto per vari motivi, per le loro parole, per le loro esperienze, per i loro gesti, anche piccoli, quasi invisibili: in loro, talvolta scorgo, in trasparenza, i caratteri di molti eroi e personaggi dei libri che leggo o dei film che vedo.

Le mie eroine preferite nella finzione.
Elizabeth Bennet di Orgoglio e pregiudizio, perché intelligente ma anche ironica, e perché vede i pregiudizi sociali come inutili fardelli di cui liberarsi. Penelope, la moglie di Ulisse, emblema di fedeltà, tenacia, sobrietà e pudore: non dubita del proprio amore.

I miei compositori preferiti.
Beethoven, Mozart, Bach, Vivaldi, Stravinskij e Osvaldo Pugliese, per alcune sue composizioni anche Tchaikovsky.

I miei pittori preferiti.
Van Gogh, Monet, Toulouse-Lautrec (e molti degli impressionisti), Utagawa Hiroshige, Francis Bacon. E mi piace scoprirne di nuovi nella contemporaneità, come ad esempio: Antonio Salmaso, Jeremy Mann, Stefano Cipollari e Gonzalo Orquin. Dell’opera di un pittore mi innamoro facilmente se la trovo originale, secondo il mio gusto.

I film più amati.
Ce ne sono una infinità. E la lista si aggiorna di settimana in settimana perché vado spesso al cinema, non ho la televisione a casa. Eccone alcuni, la maggior parte sono usciti da poco: Chiamami col tuo nome, I segreti di Brokeback mountain, Maurice, Opera senza autore, The Greatest Showman, Les Miserables, The Martian, Girl, Quando hai 17 anni, La teoria del tutto, The Danish Girl, I segreti di Osage County, La grande bellezza, La vita è bella, Pomodori verdi fritti alla fermata del treno, Grand Budapest Hotel, Contact, Battleship, Frantz, Land of mine, Francesco (della Cavani), Le fate ignoranti, La Terra di Dio, La dea fortuna, First Man, Il bagno turco, Gravity, Inception, Interstellar, Il diritto di contare, Bohemian Rhapsody, Green Book, Parasite, Cafarnao; quasi tutti i film girati da Pasolini e, ovviamente, L’Uomo Ragno e tutti i supereroi. Eccetera… più ci penso più la lista si allunga.

I miei eroi nella vita reale.
Le persone che fanno il loro dovere, oneste e rispettose del prossimo; che sanno sorridere agli altri e sono disponibili ad aiutare chi è nella necessità; che lottano per superare le disparità sociali.
Inoltre, visto che principalmente mi occupo di poesia, dico che i miei eroi raramente li riconosco tra i poeti, infatti non sono molti i poeti che stimo anche umanamente. Ce ne sono due che conosco bene e mi sento di citare, si tratta di due donne che incarnano il mio modello di poeta: Mariella Bettarini e Franca Alaimo, sono persone accoglienti, aperte agli altri, sempre positive e pronte al confronto, che non hanno mai fatto della poesia uno scudo di autoreferenzialità.

Le mie eroine nella storia.
Tutte le donne che hanno subito persecuzioni, vessazioni e ingiustizie solo per il fatto di essere donne o per il colore della pelle, per le tendenze affettive, per l’etnia, per il credo: il mio pensiero va soprattutto a moltissime di loro che subiscono, in varie parti del mondo e in diverso grado, un bieco maschilismo, e che coraggiosamente, quando possibile, lo fronteggiano.

La riforma che apprezzo di più.
Metto la risposta al condizionale: la riforma che apprezzerei di più sarebbe quella che rendesse giustizia agli insegnanti, ai ricercatori e a tutti gli operatori sociali. Sarebbe quella che riuscisse ad agire profondamente sulla cultura di questo Paese riducendo drasticamente la percentuale di ignoranza e di povertà culturale. Inoltre, una riforma economica e civile che portasse vera equità tra tutti i cittadini. Che andasse a colpire chi sfrutta i lavoratori, ognuno di noi, in qualche modo è un lavoratore sfruttato quando non è retribuito per il lavoro extra fatto o quando lavora in condizioni estreme con salari inadeguati. Mi piacerebbe una riforma che andasse a ridurre le ore lavorative delle persone per lavorare tutti e meglio e avere più tempo per i propri affetti e per le proprie passioni. Ma sto parlando di fantascienza.

I miei nomi preferiti.
Daniele, Laura, Marco, Giuliano, Viola, Stefano, Elisa, Pietro, Matteo, Tommaso; ce ne sarebbero anche molti stranieri, ma non mi sembra il caso di citarli tutti, pertanto: eccetera.

Quel che detesto più di tutto.
L’arroganza. In particolare, l’arroganza di alcuni intellettuali, di alcuni poeti e della maggioranza degli ignoranti.

Il dono di natura che vorrei avere.
Un grande cuore, una grande capacità di scrivere, sia in versi che in prosa, una bellissima voce e l’orecchio musicale, vorrei saper cantare e suonare.

Se avessi un milione di euro.
Smetterei all’istante di lavorare tutti i giorni e farei quello che più mi piace: scrivere e viaggiare. Non che insegnare non mi piaccia, ma lo farei con più serenità e meno stress.

Come vorrei morire.
Sereno. Avendo sempre amato, in particolare chi mi ama, ed essendo sempre stato me stesso e non avendo mai fatto volutamente del male a nessuno. Perdonando tutti, qualora ci fosse bisogno di perdonare qualcuno.

Stato attuale del mio animo.
Abbastanza sereno, un po’ disilluso su molti fronti ma sempre innamorato.

Le colpe che mi ispirano maggiore indulgenza.
Tutte, tranne l’odio cosciente che arriva a far soffrire persone o animali innocenti.

Il mio motto.
I versi di una poesia di A. Rimbaud, intitolata L’Eternité:

Elle est retrouvée.
Quoi ? – L’Eternité.
C’est la mer allée
Avec le soleil.























giovedì 10 ottobre 2019

Questionario di Proust [12]


A cura di Mario Fresa
 Le risposte di
 Marco Furia



Il tratto principale del mio carattere. 
Tocca a chi mi conosce dirlo

La qualità che desidero in un uomo. 
L’affidabilità

La qualità che preferisco in una donna. 
L’affidabilità

Quel che apprezzo di più nei miei amici.
L’affidabilità

Il mio principale difetto.
Tocca a chi mi conosce dirlo

La mia occupazione preferita.
Scrivere (poesia e prosa)

Il mio sogno di felicità. 
Svegliarmi un mattino e saper dipingere

Quale sarebbe, per me, la più grande disgrazia. 
Perdere la vista

Quel che vorrei essere.
Un ottimo coreografo di danza moderna (anche)

Il paese dove vorrei vivere. 
Italia

L’animale preferito. 
Cane bassotto come quello di Bonaventura

L’oggetto cui sono più legato. 
Il vecchio orologio da polso che mia madre regalò a mio padre (lo uso)

I miei autori preferiti in prosa. 
Joyce, Wittgenstein, Aldo Giorgio Gargani, Queneau, Perec

I miei poeti preferiti. 
Francis Ponge, Emily Dickinson

I miei eroi nella finzione. 
Aladino, Ulisse
   
Le mie eroine preferite nella finzione. 
Shahrāzād, Penelope

I miei compositori preferiti. 
Mozart, Philip Glass

I miei pittori preferiti. 
Cézane, Hopper, Canaletto, Kandinskij

I film più amati.
“Ombre rosse”, “Quarto potere”, “1997 Fuga da New York”

I miei eroi nella vita reale. 
Fratelli Rosselli, Vigili del fuoco

Le mie eroine nella storia. 
Anita Garibaldi

La riforma che apprezzo di più. 
Non saprei

I miei nomi preferiti. 
Quelli brevi, privi di diminutivo

Quel che detesto più di tutto. 
Volgarità e mancanza di concentrazione

Il dono di natura che vorrei avere. 
Suonare bene la fisarmonica, così, all’improvviso

Se avessi un milione di euro.
Non credo l’avrò mai

Come vorrei morire. 
Nel sonno

Stato attuale del mio animo. 
Sereno, al momento

Le colpe che mi ispirano maggiore indulgenza.
Quelle poco gravi, in genere

Il mio motto. 
“Fai quel che devi, avvenga quel che può”