sabato 29 giugno 2024
(Polaroid XXXI): Giovanni Andreoli
sabato 17 febbraio 2024
(Polaroid XVIII): Francesco Filia
Polaroid: istantanee di poesia è una rubrica a cura di Luca Pizzolitto
Foto in copertina di Luca Pizzolitto
L'attimo dove / l'orizzonte s'incrina
Da Francesco Filia, L'ora stabilita (Fara Editore, 2019)
del giorno
fino al suo spasimo
non c'è che un battito
di ciglia e il muto
sgomento che non conosce
il suo inizio.
*
Un bambino ancora corre
nel buio, nella trappola
di stanze e spigoli
dove l'attesa è
l'orizzonte, l'estate
di tramonti e balconi, l'attimo
senza tempo.
*
Nel bianco dell'ultimo luglio,
contando sillaba
dopo sillaba
l'esatta misura che separa
ogni vita
dal suo urlo,
affondo
la penna nella luce
di questo
spezzarsi.
*
Non è nostro
il calmo
furore
della terra
l'immenso di
lampi e silenzio
la mano
che afferra
la ringhiera e trema,
non è nostro nemmeno
questo finire.
*
Ogni cosa è allo sbaraglio
nell'aperto
di incroci e onde sul lungomare
nella lontananza
di finestre e voci,
in un tacere
che non chiede
il conforto di un inizio.
*
Chi può dire
qual è
il punto di non ritorno
l'attimo dove
l'orizzonte s'incrina
dove ogni cosa
si frantuma
nell'aria di vetro
di quest'inverno.
venerdì 12 gennaio 2024
IT'S FRIDAY!: poesie inedite di Alessandro Burrone
It's friday! è una rubrica a cura di Annalisa Ciampalini
saprei che non hai bisogno di me
e direi le parole che un padre
ha dovuto dirsi
coprendoti di rumore
di lingue straniere
no, di preghiere!
Temo che le generazioni
non ascoltino
non importa se succede
– non mi vedo ormai
da un pezzo
traspaio
sono uno come un altro
soltanto un perdono
fiorire domani
tra le macerie
nella notte
nella chioma degli alberi
era una piccola finestra
accesa, invece
una tavola e porte che
e più di un grazie
senza che io lo sappia
come il sole sulle tegole
nel paese accaldato
e non è il tuo posto
e non sei necessario là
la terra ti circonda
dietro al foglio del calendario
che ho strappato
del cielo fregiano i suoi
estremi senza previsioni
e le rotaie dalla biblioteca
di Chivasso resta uno strato
di neve ho trovato le calze
e le mutande ancora nello zaino
cacciate prima di andare coi tuoi
scarponi neri e i jeans
a zampa d’elefante
Costigliole le dune
dei campi – o sulla baia
dei Saraceni
il lazzaretto negli arbusti
una piccola chiesa in muratura
nel sentiero,
presto da Noli le focacce
nel vento il cantiere
abbandonato, cocci
e avanzi di rete
dove finisce il mare
sciami di pietre
luci sulla costa
dall’altra parte
strisce di nubi rosse
dietro le foglie il circuito
di qualche uccello
sulle panchine questa sera
illuminata artificialmente
sotto al salice piangente
in segreto.
Non è affatto la sola cosa rimasta
i foglietti
per il prestito dei libri
che cadono aprendo una
pagina,
da una mano
soffio la sabbia
Alessandro Burrone (1994) è cresciuto tra Torino e
Cigliano (VC) e vive a Pechino. Ha collaborato con riviste e blog letterari,
tra cui Pangea, Studi Cattolici, Il Sussidiario, farapoesia, La
poesia e lo spirito. Con Fara ha pubblicato una raccolta di
poesie, La sete, il sonno (2022) e il romanzo La promessa di vita nel tuo cuore (2023, vincitore del concorso
Narrapoetando).
mercoledì 13 settembre 2023
(Polaroid VIII): Mariangela De Togni
venerdì 10 febbraio 2023
IT'S FRIDAY! Quattro poesie inedite di Davide Valecchi
It's friday! è una rubrica poetica a cura di Luca Pizzolitto
sono un bambino quando dal bosco
porto a casa la castagna germogliata
per piantare un’ombra futura
che ripari dal sole
**
cercare amore nella pietra friabile
che si frantuma e torna terra in fretta
è un esercizio che conduce al vuoto
perché si pianta nella carne il seme
di ogni liberazione
**
la terra davanti alla scuola
è piena di granelli luminosi
e non sporca se cadi
anzi lascia un velo che brilla
in accordo con il sole alle due
rientrare è quasi bello dopo il gioco
sono felice è giugno
provo un incantesimo
per fermare tutto in questo punto
e viene bene
viene davvero bene
**
Poi li
condusse fuori verso Betania e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li
benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo. Ed essi, dopo averlo
adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia; e stavano sempre nel tempio
lodando Dio. (Lc 24, 50-53)
usciti fuori muoviamo qualche passo
e risale dal terreno un cambiamento
che ci percorre come una corrente
uguale nei sassi e nel cielo
perfino nell’azzurro dei monti
visti dalla strada bianca
uno che era tra noi diventa trasparente
sale in alto e poi il suo corpo svanisce
ci sarebbe da piangere
ma si deposita calore nel petto
in un punto esatto da dove è chiaro
almeno per un istante
che tutto sgorga
venerdì 25 novembre 2022
IT'S FRIDAY | Alcune poesie di Alessandro Burrone da "La sete, il sonno" (Fara)
Alessandro Burrone è cresciuto tra Torino e Cigliano (VC), dove vive.
Si è specializzato nello studio della lingua e della cultura cinese all’Università Cattolica di Milano e all'Università di Lingua e Cultura cinese di Pechino.
Ha conseguito una doppia laurea magistrale in Storia e affari internazionali presso l’Università di Pechino e la London School of Economics and Political Science.
È al momento dottorando presso l’Istituto di Studi Internazionali dell’Università di Pechino, e collabora con diverse riviste e blog letterari.
Con Fara Editore ha esordito, nel 2022, con la raccolta di poesie "La sete, il sonno".
mercoledì 9 novembre 2022
Tre fili d'attesa di Maria Pina Ciancio
Una recensione di William Stabile
Le pagine del libricino "Tre fili d’attesa" di Maria Pina Ciancio, condensano le riflessioni maturate in anni di osservazione lenta, attenta a costruire un percorso intimo e personale, volutamente decantato nel tempo dalla poetessa.
Tutto è fermo, freddo, come di pietra, e non c’è nulla da vendere, nulla da comprare, non ci sono traffici né merci… Solo tre fili d’attesa (a bona sciorta/ nu’ lavoro ca cunta/ u capattiempo che vene sempre chiù luntano) e “dopo la guerra dell’inverno (…) anelli di fumo irregolare” e scorci di paese e personaggi reali - amati profondamente nell’animo - e intorno la dura terra lucana dove ha valore essere più che avere.
Spiccano tra i muri sbrecciati di paese, le tante immagini dei vecchi dalla schiena stanca appoggiata al muro delle case, le ringhiere scorticate, i gerani smarriti al grande cielo e i cani a tre zampe o impazziti-quasi animali mitici, e gli attori paesani un po' strambi, come zio Pietro (con il legno del bastone sotto il mento) che per strapparla allo scherno pittò “la casa di rosso, di lato, di sopra, di sotto” e che si fanno amare per la loro diversità, innata semplicità e riottosità al giudizio comune.
'Attesa' sembra essere la parola chiave del libro, cardine intorno al quale ruota la vita del paese lucano, terra ancora primitiva, ferma a riti arcaici, che si forgia nel dipanarsi delle storie minime e tragiche della sua gente. L’attesa sembra essere ora l’unico atto rivoluzionario nel mondo frenetico di oggi. Dove appunto l’attesa, e la riflessione che richiede lo scorrere lento del tempo, sono bandite.
Con l’attesa anche il silenzio è elemento presente nel libro. L’assenza di rumore ("non fanno rumore i paesi d’inverno") nei lunghi ovattati inverni lucani viene rotta solo dai "rutti" delle feste comandate. Forse a ricordarci la presenza insignificante, rozza e primitiva dell’essere furente che è l’uomo nella Natura.
Ma anche qui, in questo embrione materno che è il villaggio dove si cerca rifugio e conforto, “ci sono notti difficili da dormire…” come per tutti gli uomini sulla terra, come anche per gli animali. Anche qui in questo luogo irreale che conserva un senso arcadico della vita, l’uomo è in bilico e la speranza si aggrappa al fato: “a la bona sciorta” e cede alle pressioni familiari, sociali: perché “nu’ lavoro che cunta” è importante. Mi sembra che ci sia il sapore di un sottile senso di colpa in questo verso, forse irrisolto, che viene da secoli di arretratezza e da una non soddisfatta volontà di riscatto della gente del Sud. Chi decise che per contare bisognava emigrare?
La nostra si fa testimone silenziosa dei contrasti inconciliabili tra generazioni troppo diverse che non si incontrano più e epoche oramai distanti trovano voce nel verso: “padre e figlio si incontrano a cena/ intorno al tavolino/uno mastica lento, l’altro va di fretta/ per non inciampare in quel tempo dilatato/ e fermo degli occhi di sua padre…”
Ma l’ispirazione parte tutta dal camminare per dare origine alla parola poetica e intuire la realtà. La Ciancio sa bene che “Talvolta basta uscire per strada/ per riannodare gli orli/ sfilacciati di un pensiero”. Camminare, un atto anche questo oggi sovversivo, è raccontare sé stessi agli altri. E la nostra, con i suoi versi e le sue foto (che andrebbero valorizzate!) sembra conoscere molto bene il segreto del camminare, scrivere e fotografare. E magari leggere, per ispirarsi, Pavese, primo paesologo italiano (ancor prima di Franco Arminio). Uno del Nord.
E allora Tre Fili d’attesa è un libriccino dalle leggere pennellate di versi da tempo attesi, ispirati e dedicati dalla Ciancio alla sua regione, la Lucania, terra appenninica ma anche mediterranea calata tra duri calanchi e costa greca. Una regione dell’anima fatta di paesi che esistono e re-sistono, fuori dalle rotte turistiche… fuori dalle dinamiche della globalizzazione. La Lucania che compone questa nostra Italia antica e variegata e che custodisce ancora, come un’isola, inconsapevolmente, i tasselli del DNA nostro e l’animo della poetessa stessa.
A corredo dell’opera, una stampa dell’artista Stefania Lubatti, ricorda un muro sbrecciato di San Severino Lucano, a voler muovere in noi irrisolte risonanze d’infanzia.
Novembre 2022
William Stabile









