Intervento di Dario Benzi alla seconda presentazione a Crema de La parola e l’abbraccio, letto la sera del 21 novembre 2025 presso la Libreria Cremasca
Grazie innanzi tutto di essere intervenuti a questa seconda presentazione de La parola e l’abbraccio, ad un anno dalla sua pubblicazione presso Fara Editore di Rimini. E grazie alla Liberia Cremasca che ospita questo incontro, che potremmo intitolare “La musica nascosta”. E naturalmente, e in primis, grazie ai due relatori, che hanno reso possibile questo incontro.
Diversamente dalla prima, questa seconda presentazione non si aprirà con una estesa lettura, ma lascerà subito spazio ad una disamina più attenta e più approfondita dei testi poetici, da parte di Franco Gallo e di Vittorio Dornetti, i cui interventi offriranno una interpretazione della mia poesia sulle tracce dei percorsi di senso presenti in questa raccolta, al fine di portarne in evidenza i protagonisti e le tematiche sottese. Questa raccolta infatti ha anche l’ambizione di essere una narrazione esistenziale trasfigurata dalla poesia, una poesia non solo lirica ma anche riflessiva, sempre più riflessiva con il passare degli anni.
Io dal canto mio mi limiterò a presentarvi alcune poesie tratte dalla prima sezione, che si intitola “Accordi e presagi”. Queste prime poesie sono le più antiche, le prime ad essere state scritte, risalgono infatti agli anni ’70, con alcune inserzioni riflessive successive.
Sono brevi composizioni a prima vista ermetiche, dai toni a volte dissonanti, scorci pregnanti di una natura reale che si fa visionaria, frammenti di immagini reali trasfigurati da vissuti silenziosi, che si riflettono in scorci di paesaggio in ascolto. Lo stile è sempre breve, asciutto, quasi inciso, come nella seguente poesia:
Le corolle del tempo
mostrano riflessi d’acacia
oltre i laghi della coscienza.
Tace il riverbero dei timpani
sulla campagna allagata.
L’espressione non lascia quasi mai il suo momento sorgivo, e solo qua e là fa intravvedere tracce riflessive, grazie alle quali la consonanza del sentire del poeta con la visione della natura, spontaneamente s’illumina di un senso profondo, che resta però aperto alle suggestioni interpretative del lettore, come in questa poesia, che si è meritata la posizione di incipit dell’intera raccolta:
Vado nell’ombra
del granoturco
lungo la prospettiva
delle sue foglie,
stando al di qua
delle cose, senza scrutare
segreti spiragli,
senza cadere nell’acqua
dal ponte senza sponde.
Vorrei solo richiamare la vostra attenzione sui verbi, abbinati a due a due : “Vado” e “stando”, “senza scrutare” e “senza cadere”. Innanzi tutto quel semplice “Vado”, che mette in movimento tutto il libro. Questo “vado”, che si dice “all’ombra del granoturco, lungo la prospettiva delle sue foglie”, si abbina subito dopo a quel “stando al di qua delle cose”, che è anche un rimanere in mezzo alle cose: nell’insieme, un dinamico atteggiamento di “distacco” e di ascolto.
Dopo due verbi positivi entrano in scena due verbi negativi: “senza scrutare segreti spiragli”, e “senza cadere nell’acqua dal ponte senza sponde”, che segnalano un sempre possibile pericolo, potenzialmente mortale, perché il ponte da attraversare su un’ignota acqua è da percorrere senza perdersi in iniziatiche vie di fuga fuori dalla realtà, e senza le difese, solo apparentemente salvifiche, di rigide dottrine o di ferree ideologie poste come assolute. La prospettiva scelta è invece quella del nutrimento presente nella natura, da portare dall’ombra alla luce, e da liberare dai suoi rivestimenti, per essere elaborato in un nutrimento ancora più ricco.
Insieme al poeta in ascolto della natura, altri due invisibili protagonisti appaiono con discrezione nel silenzio. Il primo protagonista ad apparire è il vento, l’invisibile che si vede solo dai suoi effetti, e che riapparirà più volte con varia intensità e con vari effetti, nelle molteplici e meravigliose ambientazioni cui la natura da vita, ma anche negli ambigui e contradditori paesaggi tecno scientifici della nostra epoca postmoderna, in una espansione di senso simbolico che si rivelerà via via nella narrazione poetica, ma che già qui apre presagi di attenzione e di chiarificazione.
Il vento
trascorre vibrando
notturne geometrie
d’alberi
e nel buio
rabbrivida ad uno ad uno
infiniti fili d’erba
tremule stelle
scavano le mie amate ossa.
***
Ed ecco
le nubi lasciano che il sole
rovesci un catino di luce
sugli intrighi dei rami.
Lontano
il vento e il sole
diradano e sciolgono
il fronte denso delle nubi.
Il secondo protagonista di cui appare il presagio è in realtà “una” protagonista:
si tratta del “femminile”, di un femminile che in questa sezione iniziale si manifesta solo alla fine, con l’improvviso apparire di uno sguardo ”sonoro”
Nevica incessantemente
da giorni.
La pianura è immobile sotto la neve.
Suono di giada s’allieta nei tuoi occhi.
Questa poesia è molto densa e concentrata, e secondo me, va semplicemente gustata e contemplata, nel suo alone di mistero e di incanto.
E preannuncia la protagonista della terza sezione, intitolata “Movimenti d’amore nella natura”, che ha come protagonista la donna amata, dove l’amore sensuale e carnale per lei si espande onnipresente nella natura e nel mondo, e si irradia nel sacro mistero dell’essere, e del divino. Franco Gallo interpreterà questa sezione, e la successiva, la quarta, che si intitola “Appercezioni antiche e spunti teorici”, dove questa misteriosa polarità dell’essere , si trasfigura e assume la figura personificata della Hokmah ebraica, una sapienza immanente che si autorivela con tratti femminili nella natura, rivolgendosi all’uomo con il suo fascino e la sua autorevolezza di prima creatura di Dio, ma anche con estrema chiarezza sul destino dell’uomo che non ascolti i suoi avvertimenti e voltando le spalle a lei, volti le spalle alla vita.
Sarà cura di Franco Gallo, dal suo punto di vista estetico filosofico, quella di facilitare l’incontro poetico letterario con questa affascinante figura, che domina alcuni bellissimi poemi nascosti fra le pieghe dei libri sapienziali dell’ A.T., e che forse ha ancora qualcosa da dire anche a noi, al di là delle ricadute didattiche proposte dagli antichi maestri, qualora riusciamo a mettere fra parentesi le nostre inevitabili pre comprensioni e gli altrettanto inevitabili pregiudizi, per cercare di distillarne ciò che può servire ancora a noi, disillusi e smarriti uomini e donne del XXI secolo.
Questa densa serata si concluderà infine con l’intervento di Vittorio Dornetti che presentando la sua interpretazione critico letteraria del libro, si occuperà anche della seconda sezione intitolata “Movimenti di senso nel vento”, e attraverso l’interpretazione di alcune poesie da lui scelte fra le più significative, ritornerà alla contemporaneità e ai suoi drammi rimossi, e alla necessità di farne una diagnosi corretta e condivisa, nella speranza di potere trovar rimedi, non solo personali, che tengano aperto a lungo il tempo futuro.
Citazioni utili
Come dice Derrida (nella presentazione del suo non facile testo “La farmacia di Platone”, che ci aveva consigliato il prof. don Aresi nel suo bellissimo corso di Introduzione alla filosofia contemporanea)
“Un testo non è un testo se non nasconde al primo venuto il suo gioco”
Questa sera, anche se siamo pochi, non siamo fra i primi venuti, e quindi possiamo cominciare a entrare nel gioco del libro.
Nella Lettera sull’umanismo scritta da Heidegger nel 1946, in risposta a un affrettato giudizio di Sartre che aveva indebitamente arruolato Heidegger fra i suoi compagni di pensiero, cioè fra gli esistenzialisti atei, Heidegger nega di essere un esistenzialista e un sostenitore dell’umanismo, in quanto dice di assegnare il primato non all’uomo ma all’essere.
Nella Lettera in questione, molto chiarificatrice, Heidegger aveva fatto delle affermazioni molto forti e importanti circa il suo modo di intendere l’essere, frutto di anni di studio e di riflessione sulla tradizione metafisico religiosa dell’occidente greco latino ormai in declino e residuale.
Fra le molte affermazioni importanti e forti, scegliamo le seguenti:
“l’essere non è Dio, né un fondamento del mond” (cioè non è il Dio della religione né quello dei filosofi), ma l’essere è la condizione per ogni discorso sul sacro, sul divino e su Dio.
“Il sacro - che solo è lo spazio essenziale della divinità, divinità che sola a sua volta concede la dimensione per gli dei e per Dio - Il sacro dicevamo, giunge ad apparire solo se, prima e dopo lunga preparazione… l’essere è esperito nella sua verità.”
Peccato che nella nostra contemporaneità postmoderna il nostro occhio sia stato in generale accecato, su queste lunghezze d’onda, tramite un progressivo e mirato inquinamento mentale e sensoriale.
La Sapienza parla ovunque e a tutti, e si rivolge soprattutto ai semplici e ai privi di senno, e ciò che dice è chiaro e facilmente comprensibile da tutti.
Non parla infatti solo ad iniziati, rivelando solo a loro un sapere esclusivo e segreto. E neppure parla nel recinto sacro del tempio, ma parla fuori dalle costruzioni umane.
Essa non parla per idee, concetti e definizioni, tanto care a noi razionalisti post moderni. Ma parla per avvenimenti e vissuti, sui quali porta la sua riflessione.

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