domenica 11 febbraio 2024

“come i ricordi che tardano a morire / perché di noi hanno rubato tutto”

Macabor 2023

recensione di AR


Come colonna sonora a queste poesie mi piace consigliare Everything that rises di Sufjan Stevens, canzone sublime ispirata al convergere in alto di Teilhard de Chardin. La vita è un percorso inevitabilmente labirintico, fatto di scelte a volte inconsapevoli, altre non propriamente libere, altre ancora abbarbicate a un ego che vuole primeggiare o fuggire e sparire o viene annichilito da situazioni opprimenti e violente. Sì perché il male esiste e l’unico modo di farci i conti è aprire in noi pianure di obbedienza (chiedendo udienza ai santi e al Crocifisso, v. p. 53) e spazi di umiltà (“e mi chiedevo quando avrei servito l’assoluto”, p. 81), quell’umiltà autentica e ricca di empatia che spinge Marina a cantare, alla fine del libro (p. 82), queste parole: “E quando verrete tristi alla mia tomba / portatemi gli affanni come dono / saprò tagliarne il peggio limando le preghiere”. Si può notare subito la musicalità della raccolta costellata di endecasillabi (anche l’ultimo dei tre versi testé citati è costituito da due settenari giustapposti, ed è preceduto da un endecasillabo). Anche la morte diventa allora “il cratere che bruciando non consuma” (p. 75) e, se la vita è “un lento progredire d’abbandoni” (p. 72), “un’altra luce illumina l’ignoto” (p. 63). Se “Il pensiero è una reliquia talvolta / un tralcio battuto dal vento”, ci resta sempre l‘anima incrostata di grazia (cfr. p. 62) e abbiamo guide come san Francesco “soglia di un altrove senza imbrogli” (p. 60).

“Forse è così che nasce la parola / pregando”, afferma Teresa Anna a p. 48, e infatti un tono mistico aleggia nei suoi versi immaginifici. È un misticismo aperto e curioso, non tenebroso: “I sensi che fuggono al mistero / lo sentono svanendo che sei qui / nel punto in cui mi perdo” (p. 42). Non sono certo  evitabili le grandi domande dell’uomo, prima fra tutte quella del perché del male spesso banale e gratuito e sempre sterile (cfr. Guerre e lampade a p. 36 da cui estraiamo i versi seguenti): 

Guardare il cielo non basta
anche le siepi fioriscono lamenti
e le cortecce sfrangiano piovendo
l’unica pazienza che rimane
di noi in piedi, scialuppe di preghiera
dimenticate al fronte

Marina sa dare voce all’ineffabile, al suono inesprimibile di quanto sta nei cieli, sulla terra e sottoterra. È un sono buono, poetico, ovvero creativo e motore infinito di relazioni, immagini, visioni: “la gola dei gabbiani stila il suo lamento / mentre le ondate si annidano agli scogli / battendovi sopra come un cuore” (p. 24);  “È lì che ti ascoltai la prima volta – / sospesa in un coro di silenzio / – soffiare fra le foglie il tuo martirio” (p. 26). Concludiamo questo breve viaggio nella raccolta citando la prima strofa di Piccolo fuoco (p. 19, poesie scritta o ispirata ad Assisi / Santa Maria degli Angeli) che è un po’ un autoritratto-confessione dell’autrice:

Il piccolo fuoco che ho dentro
dimentica il superfluo
depone le armi, unisce le patrie
chiarisce la sabbia ai fondali
e abbraccia una quiete diversa
come se il sole cucisse ogni nome
spremendo dai cedri la gioia


PS I versi posti a titolo di questa recensione sono tratti da Assisi (p. 28).

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