sabato 1 aprile 2017

Una carta sensibile

Rita Stanzione: Canti di carta, FaraEditore 2017

recensione di Vincenzo D'Alessio

http://www.faraeditore.it/html/filoversi/cantidicarta.html


Ne “Il filo dei versi”, delle Edizioni Fara di Rimini, è stata inclusa quest’anno la raccolta della poeta
Rita Stanzione che reca il titolo Canti di carta, risultata vincitrice ex equo del Concorso Versi con-giurati, indetto dalla stessa Casa Editrice.
La carta sulla quale sono scritti i versi di questa raccolta è la lezione che l’Amore dona all’esistenza: nasconde i suoi segreti agli occhi degli umani, li svela agli occhi dell’unica creatura innocente: la poeta.
Carta sensibile al richiamo della luce, alla fibra della Natura che contiene, alle labbra che si accostano a baciarla, all’energia indissolubile dell’anima che la regge. Un fuoco che potrebbe incendiarla ma che, sulla punta della penna poetica, la sfiora restituendo al lettore l’emozione, la forza che contiene.
Una ispirazione dalle mille similitudini favorita dalla parola “come” e coniugata nel continuo presente del verbo essere: la terza persona del verbo, è l’indicatore costante del legame con il quotidiano a cui la poeta fa riferimento: “(…) Apparteniamo al filo / del tempo perso nel tempo” (pag. 11).
L’intera raccolta è il viaggio vissuto dai luoghi certi: casa, stanze, luoghi, all’incertezza dell’esistente: “(…) Dormi l’immobilità / finché qualcuno veglia su te / senza toccarti il pensiero” (pag. 60).
Esplicita dichiarazione d’amore per la poesia (forse l’amato o il lettore), filo rosso dell’intera raccolta, è scritta nei versi della poesia eponima a pag. 51: “Ho altre voci / canti di carta / dove aprire le tue parole / (…) un movimento asperso / nel rovescio, uno in due / uragano esteso / da avere l’aria / e l’acqua dentro.”
La proiezione dello sguardo della Stanzione tenta il disvelamento della doppiezza dell’esistenza: la luce e il buio, la vita e il fine vita, l’Amore e l’inconsolabile dolore: sovviene alla mente la bellezza terrificante della Cappella del Principe di San Severo a Napoli dove la statua del “disinganno” rapisce gli occhi del visitatore così come i versi della Nostra.

Affidare ad Alberto Trentin e Lucianna Argetino il completamento di questo volume è stata una scelta meravigliosa: un paio di orecchini di perle per la poeta Stanzione.

I versi di Alberto Trentin si legano ad una parte della raccolta della Nostra con la fase della stagione invernale, l’incertezza dei ricordi, la doppia identità dell’esistenza e la voglia sempre attiva nel Poeta di cercare oltre l’inganno della visione terrena: “(…) piangiamo con assurda paura / sulla cruda miseria che resta / oltre questa malaccorta vita: / una pietra, una foglia, una porta” (pag. 62).


I Frammenti di autobiografia postuma di Lucianna Argentino vestono di una intensità poetica magmatica l’esordio felice del poema Canti di carta della Stanzione.
Sono poesie scritte in corpo di prosa. Abbracciano l’intera figura del racconto della Stanzione arricchendolo di quell’armonia suadente che la poetica ricerca: “(…) Cominciava così ad imparare che la realtà si può scrivere, che su quel bianco poteva progettare sé stessa, offrire un rifugio al tempo” (pag. 65).
Trovo veramente esemplare questa semplice lezione poetica dove tre voci limpide della nostra Poesia contemporanea sciolgono il loro canto sul palcoscenico inesauribile del Tempo.

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